Nuovi puritani: sesso sì, ma con il buco nel lenzuolo

“Baci? Vietati in pubblico, nozze in bianco e niente mare”

Reggio Emilia, Italia, 2013-04-11

“Baci? Vietati in pubblico, nozze in bianco e niente mare”

di Alessandra Codeluppi

 

SANT'ILARIO (11 aprile 2013) - «Uno stile di vita da medioevo». Giovanni (nome di fantasia) è un giovane reggiano under trenta: vuol rimanere anonimo, ma ci racconta l’esperienza che ha avuto nella Familiaris consortio. «Una premessa: sono cattolico praticante, sposato e con figli. Ma alcuni comportamenti che ho visto praticare nella comunità, e che anch’io ho vissuto sulla mia pelle, sono a mio parere inaccettabili. Non solo creano divisioni nella chiesa, ma lacerano nel profondo le persone. Com’è accaduto a me e alla mia ex». Prima di incontrare la sua attuale moglie, circa otto anni fa Giovanni frequentava una ragazza, Lucia (altro nome di fantasia): «Ci siamo conosciuti e innamorati nel corso di un ritrovo di giovani legato alla chiesa. Anche lei, come me, era credente. Andava a messa e frequentava la parrocchia, ma le piaceva anche uscire e divertirsi con gli amici, così come qualsiasi sua coetanea - racconta Giovanni - Poi Lucia, attraverso un sacerdote, si avvicinò alla realtà di Sant’Ilario». Il passaggio fu graduale: «Il prete e altri membri della comunità la invitavano a partecipare ad attività ludiche, ritrovi da loro organizzati o le presentavano giovani già inseriti, ma senza riferirsi esplicitamente alla particolare realtà che vivevano. D’altra parte le iniziative si svolgevano nella parrocchia, per cui era facile, da un certo punto di vista, sovrapporre le due dimensioni. Lucia invitava anche me a entrare in questi gruppi, ma io ero restio: pur essendo di chiesa, infatti, avrei voluto trascorrere il mio tempo libero con lei anche al di fuori dell’oratorio».
I problemi nascono pochi mesi dopo l’inizio della loro storia: «Io ero giovane, e come tutti i giovani, cercavo intimità anche sessuale con la mia ragazza. Ma lei aveva cominciato a vivere in una dimensione diversa. A un certo punto Lucia mi disse che non voleva più tenermi per mano e baciarmi non solo all’oratorio, ma persino per strada e negli altri luoghi pubblici, perché era sconveniente farsi vedere dagli altri in atteggiamenti teneri. Io capii che queste norme di comportamento venivano dalla comunità religiosa, perché prima Lucia non era così. Io la assecondavo, ma sentivo anche che i miei slanci più spontanei e affettuosi venivano repressi. Penso che quest’imposizione avesse lo scopo di mortificare il corpo, e il contatto fisico tra uomo e donna, perché fonti di peccato».
Pian piano Lucia si cala completamente nella realtà della Familiaris consortio: «La mia ex cominciò a frequentare sempre più spesso le attività e i raduni per i giovani. Mi accorsi che, studio a parte, il tempo che Lucia mi dedicava era sempre più scarso. Soprattutto mi sembrava sempre più disinteressata a divertirsi con me e con i nostri amici, anche in modo innocente, al di fuori della comunità - prosegue Giovanni - Un giorno mi annunciò che non sarebbe più andata al mare o in piscina perché non era bene che gli altri la vedessero in costume da bagno e tantomeno che lei vedesse gli uomini in slip perché ci si esponeva a una tentazione. Niente discoteca. Niente magliette scollate, minigonne o pantaloni a vita bassa: “In chiesa - mi diceva ancora Lucia - è meglio tenere i capelli legati: lasciarli sciolti non va bene”. Ho anche saputo che nei campeggi maschi e femmine venivano tenuti divisi e c’erano educatori che tenevano d’occhio, separandole, le coppiette che spesso nascono durante i soggiorni estivi. Quando i ragazzi facevano la doccia dopo aver fatto sport indossavano il costume per non vedersi nudi».
Con quale spirito Giovanni viveva la sua intimità sessuale con Lucia? «Qualche mese dopo l’inizio della nostra storia ci era stato proposto un tutor di coppia: si trattava di un assistente spirituale che avrebbe dovuto guidarci nel nostro cammino di vita insieme. Ma io lo rifiutai perché lo vedevo come un intruso. Talvolta, in assenza dei genitori di Lucia, io andavo a trovarla a casa sua. In quei momenti la situazione diventava, diciamo così, pornografica: io le saltavo addosso e facevamo alcune pratiche sessuali, ma senza mai consumare un rapporto completo. Mi sembrava di avere una bomba atomica in mano e di non sapere come maneggiarla: non c’era mai serenità». Una volta rivestiti, il senso di colpa: «“Ora devo andare a confessarmi - mi diceva Lucia - Insieme dovremmo intraprendere un percorso per purificarci”». Come giustificava Lucia l’adesione a questa rigida morale sessuale? «Lei diceva che erano sacrifici necessari per arrivare a una vita piena. Ma era come se dovessimo tendere continuamente a un ideale troppo alto per noi. Io non volevo adeguarmi a certi diktat e lei era combattuta tra me, che rappresentavo la tentazione, e la condotta sessuale che le suggerivano nella comunità. Il nostro rapporto era malato e ha creato molti problemi anche a me - spiega Giovanni - Bisognava sempre distinguere il puro dall’impuro: qualsiasi nostra pulsione era vissuta, se non come un peccato, come un istinto da reprimere. A volte mi confidavo con un altro giovane che frequentava, come me, una ragazza della comunità. Lui mi raccontava: “Davanti agli altri non facciamo mai nulla, ma quando siamo da soli lei mi mette le mani dappertutto”». Gli sfoghi erano altri: «Durante alcune feste si beveva e si fumava: era un modo per annebbiarsi la mente e poi giustificare, in qualche modo, l’istinto dei corpi. Il desiderio sessuale e la sua soddisfazione erano, insomma, sempre dissociati e filtrati da quanto i tutor della comunità suggerivano».
Le ingerenze, secondo Giovanni, non si limitano solo alla vita di coppia: «Certe decisioni importanti andavano prese con il placet del sacerdote di riferimento. Sull’università, ad esempio: se porta via troppo tempo, non è detto che sia utile per te e la collocazione che tu devi avere nella visione che Dio ha per il tuo ruolo nel mondo. Magari non ti viene detto apertamente, ma si cerca di inculcarti il concetto. Ancora, sullo stile di vita dei fidanzati e i tempi del matrimonio. E poi sulle tue frequentazioni: si suggerisce, in modo implicito, che è meglio che siano persone interne alla comunità». Iniziava così una sorta di “noi contro loro”: «Tanti ragazzi, una volta entrati nella Familiaris consortio e aderendo ai gruppi di amici da loro proposti e seguiti da religiosi, hanno perso di vista gli amici storici. Così - afferma Giovanni - si finiva per rinchiudersi in un mondo a parte». «Una setta», dicono estremizzando e senza tanti giri di parole i detrattori della comunità di Sant’Ilario.
Tra Giovanni e Lucia sono così cominciati gli attriti: «Io a volte sollevavo dubbi su queste regole e le dicevo che il suo atteggiamento era, secondo me, problematico. A un certo punto - prosegue Giovanni - mi sono accorto che con me Lucia aveva cominciato a parlare al plurale: “Anche tu ce l’hai con noi”». Dopo un anno di frequentazione, la comunità propone ai due ragazzi il rito di fidanzamento: «In pratica io e Lucia avremmo dovuto andare in chiesa, scambiarci gli anelli e fare una promessa pubblica di matrimonio. Poi saremmo stati seguiti da una guida spirituale che ci avrebbe accompagnati alle nozze. Ma io avevo soltanto vent’anni e sinceramente non me la sono sentita di intraprendere un percorso così vincolante. Così l’ho lasciata».
Giovanni racconta anche dei giovani della comunità che frequentavano la sua ex: «Alcuni facevano uso di psicofarmaci e andavano dallo psicologo per risolvere problemi sessuali, relazionali e alimentari. Per non parlare delle storie legate ai matrimoni in bianco...». Ma è vero, chiediamo, come si sente tuttora dire in paese, che tra i fedeli della comunità vige ancora l’usanza di fare all’amore separati da un lenzuolo forato all’altezza dei genitali? «Io ho sentito dire che lo usavano alcuni fedeli della vecchia generazione. Sicuramente la comunità vuole radicare nei fedeli l’idea che i rapporti sessuali servano solo a fare figli e non a provare piacere. Ma l’educazione all’affettività, anche di stampo cattolico, dovrebbe essere qualcosa di diverso: se ci si limita solo a rigidi divieti, diventa di fatto una castrazione».
Un’altra fonte da noi interpellata ci dice che la nonna, ora scomparsa, faceva la sarta a Sant’Ilario e le aveva detto di aver confezionato, circa trent’anni fa, tuniche con il buco utilizzate a letto dagli sposi della comunità: un racconto che si perde nel tempo, dunque, ma ancora vivo, come una leggenda, nei racconti della gente. Un altro ex esponente della comunità ci riferisce invece un recente episodio su un amico: arrivato alle nozze casto così come la sposa, ha lasciato in bianco anche i primi tre giorni del matrimonio, su suggerimento dell’assistente spirituale, «per offrirli a Dio». Tra una gomitata e un sorriso sulla materia piccante, si apre però lo spazio per un enorme dubbio: «Secondo me questo tentativo di voler sublimare continuamente la materia sessuale per purificarsi di fronte a Dio - commenta la nostra fonte - si traduce in una pesante ingerenza nella vita privata delle persone». Già: dov’è il confine tra libera scelta e condizionamento psicologico?
Tra dubbi e difficoltà si dibattono, secondo Giovanni, anche alcuni religiosi vicini alla Familiaris consortio: «Da alcune conoscenze interne alle parrocchie, ho saputo di preti che hanno problemi emotivi e che si fanno domande sui comportamenti e si rivolgono ad altri religiosi o a psicologi per avere un sostegno». Perché, allora, la comunità ha visto aumentare, nel corso del tempo, i fedeli? «Secondo me perché sfornano soldi e vocazioni - risponde Giovanni - Soprattutto negli ultimi anni, infatti, diversi giovani della comunità sono diventati seminaristi. Nulla di male, se non fosse che la chiamata divina, talvolta, nasce soprattutto da un’opera di persuasione fatta all’interno della comunità. In pratica ti convincono di essere adatto a fare il prete, ma è pericoloso: alla prova dei fatti, certe vocazioni si possono rivelare fragili. Un conto è operare in un ambiente protetto e chiuso come la comunità, altro è confrontarsi con gli altri in una parrocchia frequentata da persone di ogni tipo e dove andare in confusione rispetto ai princìpi della Chiesa è molto facile».
Abbiamo anche interpellato la Familiaris consortio per poter intervistare un responsabile su queste e altre questioni, ma non abbiamo trovato disponibilità: «Dopo il recente articolo sulla nostra realtà pubblicato dal Fatto quotidiano - si è limitata a risponderci l’addetta alle relazioni pubbliche - non intendiamo rilasciare dichiarazioni». 

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