Quando Robinson uccise il Muso, c'è una verità da scoprire

Reggio Emilia, Italia, 2011-03-22

Il delitto del comandante partigiano, Alfredo Casoli sparò al suo vice in guerra Rino Soragni


di Otello Montanari


REGGIO EMILIA (16 marzo 2011) -
Anch'io il 1° gennaio 1945 alle ore 15 sulla via Emilia, mentre ero sulla bicicletta della Giacomina Castagnetti fui colpito alle spalle a sorpresa, con i primi due proiettili, poi quattro secondi dopo, da sette colpi che il fascista delle SS italiane mi sparò in faccia a 5 metri di distanza. Ho sempre nella mia memoria il fumo dei colpi della grossa pistola belga, calibro nove. Ma io fui quasi ammazzato da un fascista. Non del tutto però, ancora vivo nonostante odi e calunnie, permettetemi. Muso fu ucciso da un partigiano già comunista dirigente, amico del segretario del Pci, Arrigo Nizzoli. Quel che accadde quel giovedì 16 marzo 1961 non aveva precedenti a memoria d’uomo.
Sorpresa, dolore profondi si espressero e restarono vivi nella popolazione con un atteggiamento diffuso di silenzio e riserbo nel mondo della Resistenza e dei partigiani. Come mai e perchè accadevano questi delitti, sedici anni dopo il 25 aprile 1945? Non si volle mai andare al fondo della scoperta della verità. La verità ieri e oggi è il grande nemico. La verità viene rifiutata e che la dice è rovinato. E’ il caso del sottoscritto. Chi la nascode fa carriera.
L'Italia deve saperlo. I giovani, anche quelli che si erano affacciati e avevano lottato il 7 luglio 1960 e che sentivano la Nuova Resistenza, rimasero increduli perchè era fuori della normale logica una vicenda che vedeva Alfredo Casoli, detto “Robinson”, già comandante della 37esima brigata partigiana Gap e già dirigente del Pci, uccidere a tradimento Rino Soragni, il “Muso”, amico sin dall’infanzia di Casoli, già vicecomandante della stessa brigata Gap, dirigente del Pci e della cooperativa, uomo di grande cortesia, mio caro amico. I giovani furono ingannati da dirigenti comunisti partigiani. Bisogna dirlo e non nasconderlo. Le vicende pur drammatiche del dopo liberazione dei vari delitti, da Vischi, don Pessina, Mirotti, ed altri, quelli dello stesso 7 luglio 1960 erano ben diverse anche se ci poteva essere qualche filo invisibile che le collegava. Robinson era fuori del Pci fin dal 1951, ma questo non è ai fini storici e per la base di una riflessione, il dato primario. Casoli aveva ricoperto un ruolo primario nella organizzazione militare del Pci e della Resistenza nel 1944 e nel 1945, era stato il comandante della brigata partigiana più vicina al Pci e anzi, lo stesso segretario Vittorio Saltini era stato il commissario (per breve tempo) della brigata stessa. La quasi totalità dei gappisti, fra i quali il sottoscritto, commissario del distaccamento Katiuscia, erano comunisti chiamati a compiere azioni rischiose quasi temerarie anche come giustizieri però a nome del Cln. Ma Robinson era l’uomo di fiducia del segretario Nizzoli succeduto a Saltini nel febbraio 1945 che aveva un fondo finanziario autonomo e praticamente lo gestivano insieme. Robinson poteva disporre di soldi, di mezzi di trasporto, di sedi e case. Ma non era solo. Era in rapporto, talvolta con dissenso, con lo stesso Eros. Il comandante della brigata Gap era come la lunga mano della vigilanza e dell’autorità riservata del Pci. Naturalmente tutto questo era conosciuto da pochi, ma così erano tutte le cose di cui sono venuto a conoscenza, gradualmente, leggendo tutto quello che trovavo. Ero in ritardo perché a seguito delle ferite del 1°gennaio 1945, cominciati la mia attività politica dal luglio 1946. Ero però come un pesce fuori d’acqua. Penso che sarebbe molto utile per la causa della sinistra e della democrazia e sarebbe educativo ai fini di una riflessione storica, che coloro che possono ancora testimoniare lasciassero testimonianza scritte e orali su quelle vicende. Qualcuno c’è ancora ed è in grado di poterlo fare. Ebbene in quel 16 marzo 1961 si vide quello che non si sarebbe mai pensato. Robinson dopo aver girato per la provincia, appostato dentro un’automobile Giardinetta, attese in via Fabio Filzi il Muso che usciva verso le 19 dalla cooperativa macello comunale, di cui era dirigente: si chiamava la cooperativa abbattitori e non fu certamente un atto intelligente raccogliere come dipendenti tanti partigiani gappisti in una coop con quel nome. Robinson seguì lentamente il suo ex compagno che montava in bicicletta. Muso si fermò un istante per parlare col collega Riccardo Marmiroli. Robinson freddò con una fucilata a tradimento il povero Muso. La notizia gettò una ondata di sgomento dopo quello del 7 luglio e provocò una indagine in molti amici, soprattutto fra comunisti partigiani che erano rimasti legati a Robinson nonostante fosse fuori dal Pci da 10 anni. Come mai si mantenevano questi rapporti? I legami fra uomini restavano in un intreccio di motivi “reducistici, nostalgici, e paramilitari” che non favorivano certamente lo sviluppo democratico del Pci. Diversi si incontravano in cene riservate per raccontare le imprese partigiane. Era una pratica educativa tutta negativa. Subito dopo l’agguato Robinson si era costituito ai carabinieri, lasciando ben intendere che avrebbe vuotato il sacco e che avrebbe coinvolto anche gli stessi amici con cui aveva passato le serate da “bravacci”. Come ripeteva al maresciallo dei carabinieri Domenico Corradini comandante la stazione suburbana, Robinson nel momento in cui si costituiva disse queste parole: "Mi arresti, ho ucciso un uomo". Il maresciallo chiese: "Sei sicuro di averlo ucciso?".  Robinson rispose: "Ho sparato un solo colpo, ma quando sparo raramente sbaglio. Ero perseguitato da quella persona". Non era vero. Il prestigio della Resistenza e della stessa brigata subirono un colpo durissimo. Perchè accadde quel fatto? Perchè Robinson uccise Muso? E’ una verità tutta da scoprire. Ma a Reggio sono ancora numerosi quelli che nascondono la verità. Hanno paura? Di che cosa? Si tiri fuori il coraggio e si alzi la bandiera della verità, del chi sa parli, invece di sbranarlo vivo.

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