LA STORIA 1/ Fu testato in Appennino il Raggio della morte

Un’aurora boreale sul crinale reggiano

Reggio Emilia, Italia, 2013-07-16

Un’aurora boreale sul crinale reggiano

di Pierluigi Ghiggini

 

REGGIO EMILIA (16 luglio 2013) - E’ il 18 ottobre 1944. Sul crinale dell’appennino, in un’area compresa tra le montagne reggiane e il modenese presidiata in forze da reparti tedeschi e della Rossi, avviene uno degli esperimenti più importanti della guerra.
L’appuntato di guardia di Finanza Franco Marconi, 24 anni, deve testare sul campo il suo “raggio della morte” sotto lo sguardo di alti ufficiali delle SS che rispondono direttamente al generale Wolff e tramite lui a Berlino. Marconi, che non intende consegnare ai tedeschi l’arma segreta (e neppure agli alleati: dirà che il raggio doveva servire a proteggere le città italiane, bloccando i bombardieri in volo), aveva cercato di perdere tempo, ma alla fine ha dovuto cedere. Il suo misterioso apparecchio, che consiste in una grossa centralina e diverse antenne sistemate in punti strategici, è pronto per entrare in funzione. Prima della partenza da Massa-Carrara (all’epoca provincia di Apuania) Marconi lo ha “revisionato” per ridurne la potenza, nella speranza di poter ingannare gli invasori. Ma non è così facile: lui stesso non immagina cosa può fare il suo “raggio”.
Al momento prestabilito, Marconi avvia l’apparato che, in barba alle modifiche, dimostra di possedere una potenza inaudita. Il momento viene fissato in un rapporto controfirmato dagli ufficiali tedeschi per il generale Wolff e per Mussolini (il quale risponderà subito, con una lettera in cui riconoscerà l’invenzione al giovane finanziere): accadono diversi fenomeni, compresi i malesseri che mettono fuori gioco li ufficiali vicino alla macchina, ma uno in particolare atterrisce i presenti e lo stesso Marconi: si tratta di un’esplosione di fenomeni atmosferici mai verificata in precedenza e che l’inventore descrive come “un’aurora boreale”.
Gli avvenimenti di quel giorno, una pagina inedita e sorprendente della nostra storia di guerra, sono documentati nel libro “Il raggio della morte” scritto da Gerardo Severino e Giancarlo Pavat, in distribuzione da pochi giorni nelle edicole.
«Marconi, come risulta dai documenti, aveva provocato molte volte esplosioni di munizioni e attivazioni di motori elettrici distanti anche parecchi chilometri, e spesso aveva parlato della produzione di fulmini - spiega lo scrittore Giancarlo Pavat - Tuttavia quella volta restò letteralmente sconvolto dagli effetti della sua invenzione. Nel rapporto parla di un fenomeno che non mi so spiegare, simile a un’aurora boreale. Nei giorni successivi fece nuove prove nell’appennino, sempre a ridosso della linea gotica ma più a oriente, tuttavia nessuna fu come il 18 ottobre».
Per questo Pavat ha voluto approfondire le ricerche condotta da Nicola Tosi con lo staff del Project Uap Italia sui fenomeni luminosi anomali della Pietra di Bismantova: «Credo che gli avvenimenti di quel giorno vadano rivisti alla luce delle indagini di oggi - afferma - Non possiamo escludere che il raggio avesse interagito con fenomeni energetici analoghi a quelli registrati da Tosi: del resto la zona è la stessa». E del resto a Hessdalen, la valle norvegese delle sfere di luce, fenomeni fantasmagorici sono all’ordine del giorno.
Chissà se Franco Marconi aveva scoperto davvero una forma di energia diffusa e inesauribile. «Sono giunto alla conclusione, studiando i documenti, che qualcosa di vero c’era - afferma l’autore - e che la tecnologia di Franco Marconi funzionava davvero, anche se probabilmente era ancora da migliorare». Ma il giovane, quando si rese conto del pericolo per l’umanità, preferì il lager di Dachau anziché consegnare il “raggio della morte” a Hitler.
Solo i progetti e gli studi di Marconi svelare il mistero. Dove sono nascosti? «Sappiamo che riuscì a recuperarli dai sotterranei del castello Raggio di Genova, ma lì ci siamo fermati. La famiglia non ha nulla: Marconi mantenne il segreto persino con le sue figlie. Chissà, forse li presero i tedeschi, o più probabilmente gli americani. Siamo rimasti colpiti da una notizia uscita ai primi di giugno sul “raggio del dolore” realizzato negli Usa, e abbiamo fatto appena in tempo a inserirla nel libro prima di andare in stampa».
E’ noto che il generale Wolff, che volle Marconi a Verona e gli impose l’esperimento in Appennino, trattò segretamente con gli alleati proprio a partire dall’ottobre 1944, e riuscì a evitare il processo a Norimberga grazie all’intervento di Allen Dulles. Chissà se c’entrava anche il raggio della morte... 

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