Oggi pubblichiamo un’intervista esclusiva all’onorevole Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Scientifica.
L’onorevole Gelmini, bresciana, è in politica dal 1994 militando in Forza Italia, dove ha ricoperto incarichi di grande prestigio. E’ stata consigliere regionale per la Lombardia e responsabile regionale del partito di Silvio Berlusconi. E’ stata eletta alla Camera dei Deputati per la prima volta nel 2006 ed è stata riconfermata nelle consultazioni dell’aprile scorso.
Signor ministro, appena insediata ha dovuto immediatamente gestire l’emergenza degli esami di maturità. Cosa farà per evitare che i problemi emersi quest’anno non si ripeteranno in futuro?
Durante gli esami di stato di quest’anno si sono verificati tutta una serie di errori ingiustificati e per questo motivo ho rimosso i responsabilità che hanno predisposto le tracce. Dal prossimo anno le modalità di scelta e di preparazione delle prove saranno modificate e rese più funzionali alle esigenze della scuola. E’ importante ricordare comunque che gli errori non hanno assolutamente pregiudicato la validità degli esami stessi.
Perché ritiene che i bambini debbano tornare ad indossare il grembiulino a scuola?
Sono convinta che indossare il grembiule predisponga ad un maggior ordine in classe e attenui le disuguaglianze sociali evitando di coinvolgere i bambini nella corsa ai capi firmati. Questa scelta comunque spetta ai singoli istituti.
Ci si lamenta sempre della “fuga dei cervelli”. La ricerca in Italia ha fondi sufficienti?
Nelle settimane scorse il Consiglio dei Ministri ha approvato un provvedimento che permetterà di assumere mille ricercatori universitari. Abbiamo anche destinato 60 milioni di euro per finanziare i progetti di ricercatori sotto i quarant’anni di età. Altri 70 milioni di euro poi sono stati sbloccati per il reclutamento di ricercatori delle Università e degli Enti di Ricerca; inoltre è stato dato il via libera all’aumento di 240 euro mensili per le borse di studio dei dottorandi. Si tratta di misure concrete per favorire l’ingresso dei giovani negli atenei e nei centri di ricerca italiani, Inoltre ho intenzione di proseguire con i programmi di rientro dall’estero dei nostri studiosi, ma soprattutto mi sembra essenziale impedire che se ne vadano, anche perchè sono convinta che la ricerca scientifica sia un elemento fondamentale per lo sviluppo del nostro Paese.
Come intende affrontare l’emergenza bullismo?
Il fenomeno del bullismo è indice di un profondo disorientamento diffuso fra i giovani. La scuola e le famiglie, insieme, devono fare fronte a questo problema svolgendo appieno la loro funzione educativa. La scuola in particolare, deve essere il luogo in cui si formano persone responsabili, dove gli studenti sono seguiti non solo nella loro crescita culturale, ma anche in quella personale. Sono convinta che il comportamento debba concorrere alla valutazione complessiva dello studente. Questo significa rafforzare nella comunità scolastica l’importanza del rispetto delle regole e dunque la capacità dello studente, cittadino di domani, di sapere stare con gli altri, di esercitare correttamente i propri diritti, di adempiere ai propri doveri e di rispettare le regole poste a fondamento della comunità di cui fa parte. Questo è il senso delle norme sul voto in condotta contenute nel disegno di legge che ho presentato l’1 agosto scorso al Consiglio dei Ministri.
IL MIO primo giorno di scuola? Lo ricordo come fosse ora: era l’1 ottobre 1939. Emozionato? Certamente, anche perché ad accompagnarmi era mia madre che insegnava anch’essa nella stessa scuola che avrei dovuto frequentare per almeno cinque anni.
Mi svegliai presto anche perché dovevo vestirmi da figlio della Lupa, perché così comandava il “regime”. Camicia nera, braghe corte grigioverdi, fez col fiocco che cadeva sugli occhi, calzettoni grigioverdi con una riga nera, ghette bianche e scarponcini neri. Mio padre, fiero antifascista tanto da avergli sottratto il posto di direttore della banda per collocarlo a timbrare carte annonarie in comune, mi guardò e, scuotendo la testa, mi disse: “Ma dove vai così bardato? Sembri un numero scritto col gesso su una lavagna e cancellato con una croce”. Mia madre che, da buona cattolica e tutta presa del suo ruolo di insegnante, era fascista ed era in divisa anche lei, lo guardò storto e gli disse “Tasi, stupid”. Mio padre girò i tacchi e se ne andò in cantina.
Tenuto per mano dunque da mia madre, mi avviai verso la scuola passando per piazza Garibaldi. Tutti gli scolari erano ammassati lungo i gradini ed erano tenuti a bada dai due bidelli, Corradini e la Maria. Finalmente suonò la campanella e, sotto la stretta sorveglianza della direttrice Margherita Grassi, entrammo ad uno alla volta selezionati dalle rispettive maestre che ci avrebbero preso in carico. La mia si chiamava Musi Maria Teresa, era una guastallese ma che abitava a Parma e tutte le mattine arrivava col trenino della Veneta Parma - Suzzara. Era un’artista. Confezionava preziose borse di pelle che lei stessa istoriava, dato che era un’ottima pittrice. Starò con lei per quattro anni poiché, in quinta, dovetti cambiare maestra per ragioni “belliche”.
Quando arrivammo tutti in classe ci accorgemmo che eravamo in.....sessantatré. C’erano addirittura tre fratelli, l’ultimo dei quali aveva raggiunto gli altri due che, forse, lo avevano aspettato, chi uno e chi due anni. La maestra, “unica”, troneggiava in cattedra e alla sua destra aveva una canna di bambù con la quale avrebbe inflitto le punizioni corporali agli scolari “discoli”. Si diceva così allora. Tutti in piedi a recitare il Pater Noster e poi la signora Musi intimò, stentorea, il “Saluto al Re” e noi rispondemmo in coro “Viva il Re”, un secondo dopo “Saluto al duce” e noi dovevamo rispondere “A noi”. Seduti e cominciava la lezione.
Ai quei tempi i bambini non erano scafati com oggi, che quando arrivano alla elementari sanno già leggere e scrivere, conoscono il computer, usano il telefonino e sanno tutto perché guardano la Tv.
Noi invece eravano brutti, sporchi e docili. Dal naso colava il “moccio” e allora non esistevano i fazzolettini di carta. C’era poi qualcuno, naturalmente di miserevole estrazione, che ogni tanto se la faceva addosso. E allora erano dolori. Dovevi chiamare uno dei bidelli perché prendesse le misure del caso. Alle undici suonava la campanella per l’intervallo. Mia madre si serviva di una sua scolara - ricordo che si chiamava Gandini - perché mi portasse il pacchettino di “mignen”, wafers contenuti in un involucro rosso e blu.
Questi fu dunque il mio primo impatto con la scuola.
Vorrei ricordare che l’1 ottobre 1939 l’Italia non era ancora entrata in guerra. Se la stavano dando di santa ragione Germania, Polonia, Francia e Inghilterra. Il nostro atteggiamento si chiamava di “non belligeranza”. Ma era come se vivessimo già in tempo di guerra. C’era già il tesseramento, vale a dire che per comperare pane, pasta, carne e tabacchi bisognava ricorrere ai bollini. Vivevamo già in periodo di oscuramento. L’illuminazione pubblica era affievolita da una sorta di colletto messo ad ogni lampadina. Le finestre delle case erano oscurate con carta blu e se filtrava un po’ di luce passava il vigilante dell’Umpa che ti gridava dietro. Gli slogan “Vincere!Vincere! E Vinceremo!” si sprecavano su tutti i muri della città assieme a “Credere, obbedire, combattere” e “Se avanzo, seguitemi; se indietreggio, uccidetemi”. Sappiamo tutti come è andata a finire.
IL fenomeno del “caro libri” merita un discorso a parte, stante la complessità e l'articolazione di cause che lo determinano. Lo sanno bene le famiglie italiane, è un annoso e grave problema con il quale fare i conti; tant'è che l'Autorità garante della concorrenza e del mercato ha deciso di avviare un monitoraggio sui costi dei libri di testo per verificare gli effetti dell'istruttoria conclusa nell'aprile scorso con l'accettazione di una serie impegni presi dagli editori.
La Guardia di Finanza, dal canto suo, ha iniziato nei giorni scorsi verifiche a campione nelle librerie di otto città italiane. L'iniziativa accolta con favore dal ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini e dalle associazioni dei consumatori. L'obiettivo è verificare il rispetto dei accordi raggiunti in primavera. La maggior parte degli editori, ricorda l'Autorità, si era impegnata a sfruttare supporti informatici per ridurre i costi della carta, “e buona parte dei risparmi, si sarebbe dovuta tradurre in un contenimento dei prezzi di copertina”. Sconti che, secondo le associazioni, non sono però arrivati.
Il Codacons ha accolto con favore l'azione dell'Antitrust, ma chiede che il controllo venga esteso a tutto il corredo scolastico: zaini, quaderni, diari, astucci e così via. «Attualmente questi prodotti stanno registrando aumenti record simultaneamente in tutta Italia - denuncia l'organizzazione, che invita - i presidi di tutte le scuole ad acquistare i libri all'ingrosso per conto dei genitori e a mettere a disposizione nelle biblioteche scolastiche un numero sufficiente di libri di testo, in modo che possano essere anche prestati a domicilio a chi ne fa richiesta».
LIBRI SCOLASTICI PIÙ DURATURI
Favorevole al monitoraggio si è dichiarato anche il ministro Gelmini. «E’ molto positivo - si legge in una nota - si tratta di un'importante iniziativa a favore delle famiglie italiane. Il contenimento del caro-libri è un tema strettamente collegato a quello del diritto allo studio. Stiamo cercando di attivare meccanismi di controllo della spesa delle famiglie, ma c'è ancora molto da fare». E infatti il decreto Gelmini non ha tralasciato questo aspetto: obiettivo principale, in tema di libri, è proprio quello di evitare inutili e continue riedizioni dello stesso libro che evidentemente non trovano fondamento alcuno se non quello di indurre (meglio, costringere) i consumatori a cestinare libri praticamente nuovi quando, magari, l'edizione "vecchia" (si fa per dire") differiva semplicemente in un vocabolo. Per il ministro la parola d'ordine è ora "libri validi per cinque anni".
Il decreto-legge Gelmini prevede infatti che gli organi scolastici adottino libri di testo per i quali l'editore si sia impegnato a mantenere invariato il contenuto nel quinquennio, salvo appendici di aggiornamento eventualmente necessarie, da "rendere separatamente disponibili": l'adozione dei libri di testo avverrà dunque con cadenza quinquennale. Questo provvedimento, come prevedibile, ha alzato un polverone nell'Associazione Italiana Editori (Aie).
Enrico Greco, presidente del Gruppo Editoria scolastica dell'Aie ha dichiarato che «il ministro Gelmini ha deciso di bloccare per 5 anni le adozioni dei libri di testo, senza nessuna consultazione del settore, ignorando i costi sociali altissimi che ne deriveranno.
Se ne assume ogni responsabilità». Sarà, ma certo non si può dire che il ministro Gelmini abbia ignorato i costi sociali (e non solo) altissimi che dalle continue ristampe e riedizioni fino ad oggi sono derivati per le famiglie italiane.
LA RESPONSABILITÀ DELLE SCUOLE
Molto interessante per valutare dove stiano le responsabilità di quello che taluni definiscono lo “scandalo dei testi scolastici”, è l'indagine effettuata dalla rivista Altroconsumo.
Diciamola tutta, se la spesa per i libri scolastici è arrivata alle stelle la colpa non è solo degli editori. Anche professori e presidi ci hanno messo abbondantemente del loro. Secondo un’indagine condotta da Altroconsumo, e riportata da Il Giornale, su un campione di 274 scuole (209 medie e 67 superiori) in 21 città italiane, quasi la metà degli istituti, il 47%, ha infatti bellamente ignorato i tetti di spesa fissati dal ministero per limitare il costo del corredo didattico.
Un risultato migliore rispetto al 2007, quando gli indisciplinati erano stati il 55%, ma comunque largamente inferiore alle attese. Anche perché, per la gioia degli editori, il ministro Fioroni aveva già provveduto ad alzare, sia pur lievemente, i tetti previsti per le scuole medie. Senza parlare degli istituti superiori che, obbligati nuovamente a un limite nella spesa libraria (non accadeva dal 2004) hanno potuto però godere di margini molto più ampi rispetto al passato: in particolare, aumenti fino al 18-20% per i tecnici commerciali e gli industriali e la possibilità di un ulteriore 10% di spesa per le cosiddette “sezioni sperimentali”. Ma a quanto pare la “generosità ministeriale” non è bastata. Se è vero infatti che su 1.123 prime medie prese in esame solo una su tre (il 34%) è stata indisciplinata nelle adozioni dei libri, contro il 41% dello scorso anno, allargando lo sguardo sull’intero ciclo di studi il panorama appare assai meno roseo. Le seconde e le terze, indagate a Milano, Roma e Napoli, hanno percentuali di sforamento “da brivido”: rispettivamente 72% e 68%. Il 22% delle scuole medie esaminate richiede inoltre alle famiglie un “budget libri” superiore di oltre il 10% rispetto a quello fissato. Il risultato? In casi particolarmente sfortunati, la spesa testi di un allievo del primo anno arriva a sfiorare i 400 euro.
Stesso discorso per le scuole superiori. Il podio, assai poco invidiabile, spetta ai licei classici: sebbene abbiano il tetto più alto (320 euro), sforano in oltre la metà dei casi, con punte particolarmente negative a Perugia (89%), Napoli (88%) e Bologna (86%). E non di poco: la dotazione libraria di una quarta ginnasio può costare anche 429 euro. Va un po’ meglio negli scientifici, con il 36% di classi insubordinate (ma a Torino sono più del doppio: 82%) e aumenti medi rispetto al limite non superiore ai 99 euro.
Mentre, forti dei tetti ritoccati, sgarrano solo in un quarto degli istituti tecnici commerciali e industriali. Ma, se fossero rimasti i limiti vecchi, le violazioni sarebbero state ben più numerose, coinvolgendo in media quasi il 90% delle classi.
Volendo stilare una classifica delle città con le scuole più spendaccione (con i soldi altrui), saldamente in testa si trova Roma, con il 67% delle classi indisciplinate, seguita, ma a distanza, da Napoli e Palermo (pari merito al 54%), Bari e Milano. Tra le città virtuose, invece, la medaglia d’oro va ad Ancona, dove i “disobbedienti” sono il 12%, ma si piazzano bene anche Campobasso (15%) e Bolzano (21%).
Felici eccezioni in un panorama dove nessuno sembra curarsi più che tanto dei costi di cui vengono caricate le famiglie, costrette ad acquistare anche atlanti e dizionari. Oltre ai libri consigliati, in molti casi obbligatori, e agli innumerevoli supporti didattici che lo studente è “invitato” ad acquistare durante l’anno.
LE COLPE DEI PROF.
Se scuole ed editori, come si è visto, hanno una loro parte di responsabilità nel determinare il fenomeno in esame, certamente non si può tacere di una certa “connivenza” di taluni professori. Interessante in proposito è l'analisi che ne fa Enza Cusmai su Il Giornale. Per esempio, nota la Cusmai, una delle tante trovate degli editori è quella legata al peso che rovina la spina dorsale. Come dire: la Divina Commedia è troppo pesante? Facciamo tre volumi al posto di uno. Il testo di storia pure? Si divide in due. I libri si moltiplicano, il contenuto rimane identico ma il prezzo complessivo lievita. Una cosa da far indignare i docenti più seri. Ma moltissimi professori stanno al gioco e accettano volentieri la consultazione dei testi nuovi da questa o quella casa editrice.
Così, verso la fine dell’anno, a dicembre–gennaio, ogni professore che intende cambiare il testo adottato viene subissato di testi patinati. Sei, sette per ogni materia, quando va bene. Trenta o quaranta se il docente insegna italiano e storia. Già perché accanto a un libro di grammatica, c’è quello di antologia, c’è il vocabolario, la narrativa e chi ne ha più ne metta.
Non è tutto. I libri che vengono spediti in visione, spesso e volentieri rimangono nel cassetto del professore o finiscono nel calderone della segreteria scolastica che poi non sa che farsene di tutti i testi piovuti dalle case editrici.
E che dire degli incentivi extra? Cosa da poco, certo.
Ma qualche dirigente ammette che l’enciclopedia in regalo non si nega a nessuno. E' indubbio che lo sperpero di testi regalati o dati in visione e mai ritirati ricade sulle spese complessive di ogni azienda che poi si rivale sui prezzi di copertina. E quindi sulle famiglie.
Serve oculatezza nella scelta dei testi, dunque. Il consiglio che da più parti viene rivolto ai professori è quindi quello di opporsi a questo sistema evitando di rendersi disponibili con troppa facilità a frequenti cambi di testo. Un secondo invito è quello a preferire libri stampati su carta riciclata come accade in Germania o in Giappone, senza farsi suggestionare dalle copertine patinate o dalle figure, dai colori: le belle stampe costano e così un libro di storia sale a 30 euro come ridere.
«UNA vera incognita. Speriamo non sia un salasso, ma non siamo fiduciosi». A parlare sono Walter e Cristina, una giovane coppia della montagna emiliana, che lunedì accompagneranno il loro figlioletto al primo giorno di scuola elementare.
«Lui è contento, ritrova gli amici dell’asilo, e noi siamo contenti perché conosciamo gli insegnanti, sono bravissime persone», dicono i genitori. Qualche preoccupazione in più c’è però per il costo: «Noi lavoriamo entrambi, e non ci possiamo lamentare. Quando nostro figlio è a casa, ci danno una mano i genitori e riusciamo a risparmiare sulla baby-sitter. Ma la scuola si annuncia una bella spesa: i libri di testo, i quaderni, le biro, i pennarelli, qualche “oggettino” che vede in cartoleria e che chissà se userà mai».
Di quanto si parla? A quanto ammonta il costo totale per un singolo figlioletto?
«Centinaia di euro. Più le merende e qualche spesa viva quotidiana, la cartella, i vestitini e chissà se la nostra scuola vorrà il grembiulino», spiegano. «Noi due l’avevamo, alle elementari», ridacchiano. «Magari potremmo rispolverare qualche vecchio abito. Scherzi a parte, anche queste sono spese elevate, da centinaia di euro. Considerando il totale, si sfora sopra le migliaia». (adr.ar.)
NON v'è dubbio che il 2008 rappresenti per il mondo della scuola un anno di grandi cambiamenti e di grandi innovazioni che il Ministro della Pubblica Istruzione, Mariastella Gelmini, ha deciso di introdurre, seppur gradatamente. La prima e forse più significativa di queste novità è la reintroduzione della figura del maestro unico alle elementari a partire dall'anno scolastico 2009-2010.
Il ministro Gelmini ha precisato che all'inizio il maestro unico sarà solo nella prima classe del ciclo delle elementari e che «entrerà a regime gradualmente».
La figura del maestro unico non rappresenta comunque l'unica novità prevista: il Consiglio dei ministri ha infatti approvato di recente il decreto recante “Disposizioni urgenti in materia di istruzione e università” (n° 204 del 1 settembre 2008) che, tra le altre cose, ripristina il voto in condotta, le votazioni accanto ai giudizi, l'educazione civica e stradale per ogni classe delle elementari.
Nuove disposizioni riguardano anche i libri di testo. Senza dimenticare che dovrebbe essere ripristinato anche l'uso del grembiule per tutti i bambini delle scuole elementari.
Passiamo quindi brevemente in rassegna le principali novità oggetto del decreto citato.
Quanto alle scuole primarie e alle scuole secondarie di primo e secondo grado, il decreto-legge si propone:
- di attivare percorsi di istruzione di insegnamenti relativi alla cultura della legalità e al rispetto dei principi costituzionali; - di disciplinare le attività connesse alla valutazione complessiva del comportamento degli studenti nell'ambito della comunità scolastica;
- di reintrodurre la valutazione con voto numerico del rendimento scolastico degli studenti,
- di adeguare la normativa regolamentare all'introduzione dell'insegnante unico nella scuola primaria;
- di prolungare i tempi di utilizzazione dei libri di testo adottati;
- di ripristinare il valore abilitante dell'esame finale del corso di laurea in scienze della formazione primaria. In particolare:
- a decorrere dall'inizio dell'anno scolastico 2008/2009 sono attivate azioni di formazione del personale, finalizzate ad acquisire, nel primo e nel secondo ciclo di istruzione, conoscenze e competenze relative a «Cittadinanza e Costituzione»;
- nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado, in sede di scrutinio intermedio e finale, viene valutato il comportamento di ogni studente anche in relazione alla partecipazione alle attività ed agli interventi educativi;
- la valutazione del comportamento è espressa collegialmente dal consiglio di classe in decimi, concorre alla valutazione complessiva dello studente e determina, se inferiore a sei decimi, la non ammissione al successivo anno di corso o all'esame conclusivo del ciclo;
- nella scuola primaria e nella scuola secondaria di primo grado la valutazione periodica ed annuale è espressa in decimi (nella scuola primaria illustrata anche con giudizio analitico sul livello globale di maturazione raggiunto dall'alunno);
- sono ammessi alla classe successiva, ovvero all'esame di Stato a conclusione del ciclo, gli studenti che hanno ottenuto un voto non inferiore a sei decimi in ciascuna disciplina;
- nella scuola primaria, gradualmente, a decorrere dall'anno scolastico 2009-2010, le classi (funzionanti con orario di ventiquattro ore settimanali) sono affidate ad un unico insegnante;
- circa le adozioni dei libri di testo (da effettuare con cadenza quinquennale), devono essere scelti solo quelli in relazione ai quali l'editore si sia impegnato a mantenere invariato il contenuto nel corso del successivo quinquennio (a parte eventuali appendici di aggiornamento da rendere tuttavia disponibili separatamente);
- l'esame di laurea in scienze della formazione primaria, comprensivo della valutazione delle attività di tirocinio previste dal relativo percorso formativo, ha valore di esame di Stato e abilita all'insegnamento, rispettivamente, nella scuola dell'infanzia e nella scuola primaria.
IL MAESTRO UNICO
Come si diceva, la fase per molti più significativa della “riforma Gelmini” è forse quella che contempla il ripristino della figura del maestro unico per le classi elementari. Quali le ragioni? Il maestro unico “risponde a una scelta pedagogica che è quella di dare a un bambino di 6, 7 anni un punto di riferimento nel maestro unico. Noi riusciremo contemporaneamente grazie a un migliore impiego delle risorse a potenziare il tempo pieno”. Lo ha detto il ministro dell'Istruzione Maria Stella Gelmini a margine dell'inaugurazione dell'anno scolastico 2008-2009 alle scuole Schweitzer a Segrate. Secondo la Gelmini tra i problemi della scuola c'è anche il numero troppo elevato di personale, a cui è destinato il 97% delle risorse economiche. E per il ministro una soluzione potrebbe essere: «meno insegnanti ma meglio pagati». «Una scuola che attualmente conta circa un milione e 300 mila dipendenti, un numero sproporzionato di personale, conseguenza anche di scelte come quella del team di insegnanti nel primo ciclo, è una scuola che non ha futuro», ha detto il ministro. Alcuni analisti pongono infatti in evidenza il fatto che, da quando la legge 148 del 1990 cancellò il maestro unico (con la riforma della scuola elementare firmata dall'allora ministro della pubblica istruzione Sergio Mattarella) si è dato il via ciò che ha portato ad una incontrollata moltiplicazione dei posti in organico; ciò ha portato l'Italia ad avere il più alto rapporto insegnanti/allievi del mondo: 11,5 insegnanti contro 100 studenti a fronte di una media internazionale che non oltrepassa il 9,2%. Gli insegnanti sono aumentati, il numero di allievi è diminuito. Dietro le cattedre ci saranno tagli per 87mila posti in tre anni: il 7 per cento della spesa. «Occorre reinvestire - spiega il Ministro - ma se non ci sono le risorse, come si può? I dipendenti della scuola sono più di 1.300.000 e sono troppi. Io voglio una scuola con meno professori, più pagati e in cui viene riconosciuto il merito di tanti bravi che ogni giorno lavorano tra mille difficoltà. Come si fa a investire nel merito se il 97 per cento delle risorse è bloccato negli stipendi? E' finita una epoca: la scuola non sarà mai più un ammortizzatore sociale... Perché il contribuente italiano deve pagare in tasse il triplo dei soldi se al posto di 3 maestri ne basta 1, se al posto di 4 bidelli e personale amministrativo ne bastano 3? I soldi risparmiati con l'opera di razionalizzazione del governo devono essere utilizzati per rendere la scuola italiana come quella degli altri grandi paesi europei».
EDUCAZIONE CIVICA E STRADALE
Sin dalla più tenera età a tutti gli alunni italiani, dalla scuola materna alle superiori, verranno fornite le conoscenze e le competenze relative a “Cittadinanza e Costituzione”. Va precisato che il nuovo argomento, che non istituisce ma piuttossto amplia la vecchia “educazione civica”, non è una disciplina aggiuntiva vera e propria ma si colloca, sfruttando le relative ore di insegnamento, “nell'ambito delle aree storico-geografica e storico-sociale e del monte ore complessivo previsto per le stesse”. Come dire: più diritti e doveri e meno storia e geografia. Sarà inoltre introdotta la formazione alle regole della strada e all’ambiente.
VOTO IN CONDOTTA
Non sarà necessario attendere i prossimi anni per vedere ripristinato il voto in condotta, ben noto alle oramai vecchie generazioni di studenti. Già da quest'anno, nelle scuole secondarie di primo e secondo grado (cioè alla scuola media e al superiore) si ritorna alla valutazione della condotta come elemento che può determinare la bocciatura. Agli alunni di medie e superiori, che durante l'anno dovessero macchiarsi di particolari comportamenti, in sede di scrutinio i professori possono appioppare un 5 in condotta che determinerebbe l'automatica bocciatura. Non si tratta di un vero e proprio ritorno alle norme “ante Statuto delle studentesse e degli studenti” (prima bastava ricevere 7 in condotta per essere bocciati) ma senza dubbio di un giro di vite. Il voto di condotta farà media nella valutazione complessiva,
VOTI IN NUMERI
Dopo oltre 30 anni, alla scuola elementare (primaria) e alla media si ritorna alla valutazione espressa in decimi come ai “vecchi tempi”: 6, 7 e così via fino al 10. Nella scuola elementare il voto sarà sempre accompagnato da un giudizio “sul livello globale di maturazione raggiunto dall'alunno”, alla media spariscono i giudizi e si passa ai voti. Per essere promossi all’anno successivo bambini e ragazzini dovranno ottenere almeno 6 in tutte le discipline.
RITORNO DEL GREMBIULE
Altra grande novità, forse una di quelle che hanno fatto maggiormente discutere, è la reintroduzione della divisa per tutti gli studenti, ossia il più noto grembiule. In realtà quello del grembiule non è uno dei punti presi in esame dal decreto legge appena approvato ma l'intera materia, come detto sarà oggetto di normazione nel corso dei prossimi mesi e dei prossimi anni. E’ probabile quindi che, anche per l’uso del grembiule si avranno notizie più precise in seguito. In ogni caso è degna di nota la posizione espressa dal ministro Gelmini la quale ha dichiarato, prendendo in esame uno stato di fatto ed una prassi di alcune scuole: «Noto con piacere che molti presidi stanno informando il ministero del fatto che stanno reintroducendo il grembiule. Mi piacerebbe pensare all'introduzione della divisa nelle scuole, sul modello di alcune nazioni europee». Secondo il ministro la “divisa” (ossia, appunto, il vecchio grembiule) è “un elemento di ordine, uguaglianza e decoro”. «Vestirsi nello stesso modo, magari con lo stemma dell'istituto appuntato sulla giacca, suscita un senso di appartenenza e aiuterebbe tante famiglie, oggi in difficoltà a causa della corsa alle griffe. Corsa che, purtroppo, comincia proprio fra i banchi di scuola».