INCHIESTA 2/ "Lea, un caso unico nella nostra battaglia”

Sedicimila firme di Arca 2000 per i diritti degli animali nella sanità

Reggio Emilia, Italia, 2013-12-08

Sedicimila firme di Arca 2000 per i diritti degli animali nella sanità

REGGIO EMILIA (8 dicembre 2013) - Ad oggi più di sedicimila cittadini italiani hanno firmato la petizione al Ministero della Salute promossa da Arca 2000 con la richiesta di una legge di regolamentazione della professione veterinaria e per la tutela sanitaria degli animali d’affezione. La petizione chiede fra l’altro l’ obbligo di tracciabilità dell’operato veterinario attraverso cartelle cliniche; l’obbligo di refertazione scritta di ogni terapia e diagnosi; l’obbligo di pronto soccorso h 24 e di reperibilità constante anche in orario festivo e notturno; l’obbligo di specializzazione post laurea per chi intenda operare come medico veterinario per animali domestici.
Arca 2000, fondata da Daniela Ballestra è la prima associazione nazionale contro la malasanità animale, e ha promosso anche uno sportello di consulenza legale.
E oggi ha un nuovo, potente alleato. E’ Lea, una magnifica segugia ammalata ai reni e morta tra le sofferenze dopo un intervento chirurgico inutile e nemmeno condotto secondo la “buona prassi chirurgica”. Ne raccontiamo la storia nella pagina accanto.
Il suo padrone, Roberto Marchi, ha avuto la costanza, il coraggio e anche rabbia a sufficienza per non rassegnarsi ma indagare a fondo, raccogliere una mole di documentazione senza precedenti, sfidare il veterinario davanti all’Ordine e in tribunale, tempestare i media e aprire la pagina Facebook “Mai più come Lea” dove ha pubblicato anche le foto dell’autopsia. In questo modo ha messo a nudo le trappole, le falle, le incongruenze che di fatto impediscono in italia di perseguire i casi di malasanità animale.
Fra i principali sostenitori di Marchi figura Roberto Tomasi, fondatore di Ceda onlus e del sito www.animalitalia.it nonché direttore del Notiziario animalista che ha pubblicato una documentazione molto estesa sulla vicenda di Lea.
«I casi si moltiplicano, tuttavia non esiste ancora una legislazione efficace. Chi ha firmato la petizione di Arca 2000 chiede per gli animali il riconoscimento degli stessi diritti degli umani in materia di sanità: dal consenso informato sino all’obbligo per i veterinari di applicare le stesse pratiche di tutela che spettano a noi quando siamo ricoverati in ospedale - spiega Roberto Tomasi - Perchè è importante il caso di Lea in questa battaglia? Perchè è unico nel suo genere. La completezza dei documenti, che non ha precedenti, dimostra come le carenze legislative in questo campo non siano un’invenzione del movimento animalista, ma una dura realtà.
La fotografia di Lea distesa nel lettino dell’autopsia è l’immagine impietosa di una situazione generale in Italia - aggiunge Tomasi - Emerge con chiarezza che il consenso informato non è obbligatorio, che la cartella clinica era insufficiente, e che non basta l’autodisciplina dell’Ordine. Illuminante in proposito una frase pronunciata dal quel veterinario: “Purtroppo non è mia pratica lavorare nel desiderio di dimostrare”, bensì di risolvere, perciò non ho trattenuto dalla memoria del computer tutte le informazioni necessarie ad appagare tale altrui necessità”. Che dire? Non avrebbe parlato così se si fosse trattato di un caso di malasanità umana».
Il punto è che l’Ordine dei veterinari ha archiviato l’esposto nonostante il suo perito, un luminare universitario, avesse dato pienamente ragione a Marchi. Non solo: dopo l’archiviazione l’Ordine ha rifiutato di rilasciare parte della documentazione interna sul caso. La motivazione è singolare: l’esponente, vale a dire Roberto Marchi, “non è parte in causa nel procedimento” (certamente non poteva essere la povera Lea a presentare ricorso...) e comunque “non può in alcun modo opporsi all’archiviazione del procedimento disciplinare”.
«Bisogna sostenere Marchi - aggiunge Tomasi - Chi vuole dare una mano vada su Facebook, alla pagina “Mai più come Lea” e clicchi “Mi piace”. Più faremo rumore tutti insieme, più avremo la possibilità di arrivare in fondo a questa storia»
Intanto il padrone di Lea, querelato dal veterinario, ha deciso di ricorrere contro la sentenza del Giudice di pace di Parma: «E’ stato condannato in primo grado per ingiuria e assolto per le minacce - chiarisce l’avvocato Gianluca Scalera - Ora è in corso l’appello: una prima udienza è stata rinviata per incompatibilità del giudice, e la prossima è prevista tra poche settimane. Abbiamo impugnato la sentenza perchè riteniamo che la frase pronunciata da Marchi (mi hai aperto il cane per niente>”, ndr.) non costituisca un’offesa, alla luce dei fatti, ma anzi sia stato discriminato il diritto di critica». E del resto, chi non l’avrebbe pronunciata?
Di certo la domanda di giustizia per Lea è diventata una battaglia per tutti gli animali vittime di malasanità. Lo conferma Daniela Ballestra, presidente di Arca 2000, fondata dieci anni fa dopo la morte della morte della sua cagnolina Panna a causa di una diagnosi sbagliata: «Riceviamo come minimo tre-quattro segnalazioni a settimana e da tutta Italia - ha raccontato al blog Il richiamo della Foresta aperto da Margherita D’Amico - Sono persone disperate per aver perso il loro animale, che talvolta scontano un eccesso di fiducia e di ingenuità. Già provate dal danno morale e materiale, queste persone in assenza di prove non hanno neppure la possibilità di chiedere il benché minimo risarcimento. Il rilascio di una cartella scritta e la consegna dei referti, non sono infatti obbligatorie, ma a discrezione dei singoli, e troppi medici omettono di produrre tali documenti».. 

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