INCHIESTA 1/ Turismo dentale: una roulette russa

I Paesi dell’Est tentano di strappare all’Italia una fetta di mercato

Reggio Emilia, Italia, 2013-03-04

I Paesi dell’Est tentano di strappare all’Italia una fetta di mercato

di Francesca Chilloni

 

REGGIO EMILIA (4 marzo 2013) - Il settore odontoiatrico italiano, secondo dati recenti, occupa circa 56mila dentisti, 28mila odontotecnici, 6mila igienisti, oltre a tecnici, infermieri, dipendenti di strutture e studi professionali (tra cui 80mila assistenti alla poltrona), senza contare l’indotto.
Le prestazioni ai pazienti producono un gettito fiscale di circa 20 miliardi mentre genera un fatturato di oltre 1,2 miliardi per la distribuzione industriale. Un business tale che ben si comprende come vari Stati europei, membri (come la Polonia) e non (come l’Albania) della Ue, tentino di strappare una fetta di mercato all’Italia.
Ma il gioco vale la candela, visto che secondo alcuni calcoli il volume d’affari del turismo dentale è di oltre 250 milioni di euro l’anno per la sola Ungheria (membro Ue, che in realtà aveva cliniche odontoiatriche per stranieri già prima della caduta del Muro di Berlino).
Complici i voli low cost, anche Paesi extraeuropei – come il Marocco, l’India e il Brasile – stanno provando a inserirsi nei flussi “turistici”, mentre l’instabilità politica ha stroncato sul nascere le ambizioni della Tunisia.
Come sottolinea il dottor Roberto Franceschetti, presidente provinciale dell’Andi (Associazione nazionale dentisti italiani), il livello tecnico-professionale dei nostri dentisti è riconosciuto internazionalmente.
E se questo non bastasse, prima di scegliere di farsi curare all’estero, bisogna valutare che la cura non si riduce alla prestazione in sé (che magari può essere appropriata) ma riguarda anche l’assistenza postintervento sul breve e lungo periodo, la prevenzione e il controllo periodico dello stato di salute del cavo orale, utile anche a scoprire malattie quali i tumori, che solo uno specialista può rilevare.
Ma i “nemici” della professione, come sottolinea Franceschetti sono anche dentro ai confini patri.
Secondo recentissime rilevazioni Andi sarebbero almeno 15mila i dentisti abusivi o addirittura “falsi”: personaggi i cui titoli di studio sono “taroccati” o addirittura inesistenti.
«E’ una piaga quasi esclusivamente italiana; in questo pesa molto il fatto che ci siano pene ridicole. Un dentista vero deve esibire il diploma di laurea e quello di abilitazione professionale, insieme all’iscrizione all’Ordine. Se un paziente ha dubbi, può verificare la sussistenza dei requisiti anche tramite l’Andi».
Si può infatti chiamare il numero verde 800.911.202.
Il presidente aggiunge: «Sono due legislature che cerchiamo di far cambiare la normativa: il medico che dà copertura all’abusivo rischia la sospensione dall’ordine per favoreggiamento ma, al processo, se non ci sono giudici sensibili, l’abusivo rischia solo una multa di poche centinaia di euro invece della confisca dello studio.
Di contro, la Legge regionale di autorizzazione ha un grandissimo valore aggiunto perché ci ha consentito di controllare tutti gli studi e validare i percorsi, a partire dalle procedure di sterilizzazione.
Un enorme passo in avanti se si pensa che fino a 15 anni fa non tutti gli studi avevano un’autoclave».

 

Rischio overtreatment
Franceschetti poi mette in evidenza la necessità di controllare gli abusi che possono derivare dal cambiamento delle leggi che oggi consentono libera pubblicità oltre che la nascita di vere e proprie cliniche odontoiatriche in Italia: «Oggi uno studio può farsi pubblicità e le società di capitale possono entrare negli studi professionali anche di tipo sanitario. Questi grandi centri normalmente nascono nell’assoluto rispetto delle regole e delle normative. Bisogna però vigilare affinché la pubblicità sia veritiera, dato che non è più previsto un controllo preventivo dell’Ordine».
Ovviamente è necessario anche un attento monitoraggio sulle attività di dentisti e cliniche affinché questa “esplosione del mercato” porti ai pazienti benefici in termini di spesa e non danni, come quelli che ad esempio possono derivare dal cosiddetto “overtreatment”: un eccesso di cure (inutili), magari prescritte per compensare i bassi introiti dovuti ai prezzi “stracciati” delle prestazioni più frequenti.
Un fenomeno che si riscontra spesso nel turismo dentale: «Come associazione non possiamo fare molto. Per fortuna, in Italia la maggior parte dei pazienti si rivolge ancora al dentista di fiducia. Quel 4% che decide di andare all’estero, ha una storia di frequenti cambi di odontoiatra: un atteggiamento sbagliato per qualsiasi medico, ad esempio l’oculista o il ginecologo…Se sono il medico di fiducia di una persona, ho interesse a che si mantenga in salute per tutta la vita e che mie cure siano efficaci».
Ma nel caso d’interventi una tantum, se si cerca solo il low cost, «allora il terreno diventa enormemente insidioso e bisogna vigilare a che non siano suggerite prestazioni inutili».
Franceschetti sfata poi un mito rispetto ai centri stranieri: «Bisogna chiedersi perché i centri low cost non sono in Germania o in Austria, ma allo stesso tempo è necessario essere consapevoli che l’eccellenza è costosa anche in Romania: più che fare campagne denigratorie su colleghi che non conosciamo, bisogna stare attenti a come si determinano i bassi costi praticati all’estero. Anche nell’Est Europa non si può tenere il mercato con prezzi al di sotto di un minimo di decoro e allo stesso tempo garantire l’adeguatezza della prestazione. Lo stesso dicasi per l’Italia. Quando c’era il tariffario minimo delle prestazioni – poi abolito per legge – c’era un punto di riferimento per i cittadini: non era un’azione di lobby ma una tutela vera. Adesso bisogna stare attenti: e spesso, davanti a prezzi stracciati, a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca».

 

Sanzioni irrisorie
Simili le considerazioni del dottor Alessandro Munari, ex presidente dell’Albo degli Odontoiari reggiani.
«L’abusivismo una grave piaga che colpisce il nostro Paese, e solo il nostro: in Europa non succede – sottolinea Munari – Qui è molto, molto frequente: è intollerabile, ma sostanzialmente non cambierà nulla finché non verrà modificata la legge sull’esercizio abusivo della professione. Senza l’inasprimento delle sanzioni non potrà essere debellata, con grossi problemi per la salute pubblica. Noi facciamo prestazioni cruente, servono 6 anni di studio e una quarantina di esami: e c’è chi opera senza uno straccio di laurea. Infatti l’abusivismo classico è fatto da persone che non sono laureate in Medicina o in Odontoiatria, ma che lavorano negli studi come odontotecnici. E purtroppo ci sono colleghi che danno copertura, e i pazienti a volte non capiscono la differenza».
L’odontotecnico, spiega, «costruisce protesi in laboratorio su prescrizione del medico: non può mettere mani in bocca al paziente, come ad esempio invece accade... si pensi ai servizi di “Striscia”».
Se gli si chiede se sono molti i casi nel reggiano, Munari replica che si tratta di «3-4 segnalazioni all’anno, anche è difficile che la gente parli.
I casi sono certamente più frequenti come hanno messo in luce vicende eclatanti come quella del falso dentista ambulante che un paio di anni fa aveva “torturato” una paziente in un hotel di via Roma… Abbiamo segnalazioni da parte di colleghi e di pazienti quasi sempre per problemi che intervengono su lavori protesici».
Ma i tempi stanno cambiando: «Anche grazie a che all’attenzione di trasmissioni molto seguite, i pazienti sono più consapevoli. Ricevuta la segnalazione, noi la giriamo al Nas, che fa un’ispezione. Qualora trovi qualcosa, se l’abusivo se lavora in uno studio, noi dell’Ordine apriamo un procedimento disciplinare sul dentista che porta quasi sempre alla sospensione, di solito per 6 mesi. Purtroppo la sanzione a cui si va incontro è irrisoria». 

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