Poco meno di un mese fa ho anticipato che l’associazione Europa dei Diritti, che sta per raggiungere la soglia dei cento mila iscritti, si sarebbe impegnata in modo particolare nel fornire consulenza gratuita alle donne in difficoltà. L’annuncio è maturato dopo avere appreso, con lo stupore che nasce dall’ignoranza che so di poter condividere con molti colleghi uomini, i dati relativi alle varie forme di violenza che ancora vengono perpetrate sulle donne in Italia, in Emilia Romagna, nella nostra provincia. Le percentuali pubblicate dell’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali Eures indicano che un omicidio su quattro, in Italia, avviene in famiglia, tra le mura domestiche. Sette vittime su dieci sono donne, soprattutto casalinghe, uccise quasi unicamente per ragioni passionali o in seguito a liti e difficoltà in famiglia. Diversamente da quanto si potrebbe pensare, quasi la metà degli omicidi domestici avviene nel Nord Italia. Il dato più imbarazzante, però, è quello che non si vede: gli omicidi e anche le violenze sessuali effettuate da estranei primeggiano nelle cronache e fanno discutere, ma cosa accade tra le mura domestiche? Con quale coraggio, dopo avere accompagnato il bimbo all’asilo, la mammriuscirà a presentarsi in questura per denunciare le botte subìte poche ore prima dal compagno? Cosa accadrà, subito dopo, sotto il loro tetto? Chi si occuperà di proteggere il bimbo, ma anche delle necessità economiche del nucleo famigliare che inevitabilmente vivrà un nuovo tipo di sussulto? Mettiamoci nei panni di chi subisce e saranno chiari i numeri: passano a volte quattro o cinque anni, prima che la donna maltrattata trovi il coraggio, sempre che lo trovi, di rivolgersi ad un centro di assistenza. Malgrado questo, a Reggio Emilia, il centro antiviolenza “Casa delle Donne” registra una richiesta di aiuto ogni giorno lavorativo: circa duecento all’anno, per la maggior parte proveniente da donne tra i trenta e i quarant’anni. Di queste, sei su dieci sono nate e vissute nella nostra città o comunque in provincia di Reggio Emilia. Molte hanno un’occupazione: sono operaie, commercianti, impiegate, insegnanti e artigiane. Diverse sono casalinghe. Sette volte su dieci, i figli e le figlie delle donne maltrattate assistono alle violenze o vengono a loro volta maltrattati. E' un quadro molto distante dalla donna in carriera, impegnata in politica o ai vertici dell'azienda, che parrebbe avere riscattato per sempre la sua inferiorità al maschio. E' distante anche dall'immagine della donna repressa, figlia di una cultura medioevale che pratica l'infibulazione e dalla quale pare fin troppo facile non poter essere contaminati. Quella che abbiamo cercato di fotografare, con lo speciale pubblicato oggi sul Giornale di Reggio, è una realtà sommersa ma radicata nella nostra cultura e nel nostro territorio, per questo più difficile da combattere. Gli addetti ai lavori della nostra provincia da anni invocano prevenzione, che sembra essere in arrivo con l'approvazione della normativa sugli atti persecutori, definita “stalking” e attesa per l'estate, dopo il via libera dei giorni scorsi alla Camera. Il disegno di legge definisce lo stalking come reato, punendo chiunque minacci o molesti in maniera prolungata o ripetuta qualunque persona, in modo tale da provocare ansia, paura, o un fondato timore per l'incolumità propria o dei familiari, o da provocare un cambiamento del proprio stile di vita. La pena è la reclusione da sei mesi a quattro anni, che viene aumentata nel caso in cui la molestia provenga dal coniuge o da un familiare. E' prevista la querela di parte, ma si procede d'ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di persona con disabilità. Prima della denuncia, comunque, è possibile richiedere l'intervento del questore: il molestatore viene avvertito che non può continuare a mantenere una condotta criminale e viene ammonito a comportarsi secondo la legge. Se, nonostante questo avvertimento, non cambia comportamento, la pena nei suoi confronti viene aumentata. In ogni caso, l'autorità giudiziaria, come misura cautelare personale, può prevedere anche il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona (di vita e di lavoro) e anche il divieto di comunicazione. Ben venga dunque una possibilità di intervento preventivo rispetto alle lesioni, purché i centri antiviolenza possano usufruire dei contributi necessari per continuare a svolgere la propria attività di sostegno e si promuovano nel contempo le attività di informazione e formazione necessarie. Se vuoi combattere un nemico, devi conoscerlo. Se desideriamo far emergere veramente la realtà dobbiamo avere il coraggio di fornire alle donne la possibilità di essere informate sui propri diritti. Dobbiamo fornire loro informazioni sul ruolo svolto dalle forze dell'ordine, dalle strutture sanitarie e dalle associazioni pubbliche e private. Una donna più forte è una donna consapevole che un centro di assistenza offre prima di tutto un'analisi della situazione, supporto psicologico, in taluni casi accoglienza e un indirizzo segreto per un determinato periodo di tempo. Le difficoltà di chi vive un problema grave quale il maltrattamento fisico, ma anche la violenza psicologica, la limitazione della libertà personale, il controllo dello stipendio, le botte spesso giustificate al pronto soccorso come un'accidentale caduta dalle scale, si combattono prima di tutto fornendo assistenza nella fase più difficile che attraversa la vittima: trovare la forza e la sicurezza necessarie per cercare aiuto all'esterno e usufruire della forme di tutela rese disponibili dalla legge. Da parte nostra, tramite il Giornale di Reggio e l'associazione Europa dei Diritti, attiveremo un percorso settimanale dedicato alle donne e ai loro diritti. Accoglieremo la campagna di sensibilizzazione lanciata dal ministro Mara Carfagna per far conoscere il numero telefonico antiviolenza (1522) e per far capire quali sono gli atti persecutori nei confronti dei quali le donne si potranno tutelare in seguito all'approvazione della legge. Daremo voce alle storie di chi si vorrà raccontare, per contribuire ad arginare e combattere un fenomeno di portata incompatibile con una società civile.
VIOLENZA sulle donne: un tema di grande attualità, in questi giorni, un tema che in Italia, come sempre accade, viene “cavalcato” sull’onda di alcuni episodi di cronaca per poi sprofondare di nuovo nel silenzio. Così, se in questo periodo si ha l’impressione fallace di una impennata di stupri urbani (per il semplice fatto che ogni agenzia di stampa “ribatte” episodi in tutta la penisola), non si deve dimenticare che il nostro Paese è ultimo per denunce: il 7%, cifra da Terzo Mondo. Ne abbiamo parlato con una delle responsabili della Casa delle Donne, il centro di via Spani, laterale di via Adua, da sempre impegnato su questo fronte. Si parla poco di violenza da parte di sconosciuti. Ne parliamo poco perché rimane una percentuale minoritaria del fenomeno. Sui 2mila casi da noi trattati in quasi dieci anni (per la precisione 1.910 dal maggio 1997 al maggio 2008), non bisogna dimenticare che il 4-5% sono stupri e il 95% maltrattamenti in famiglia, subìti da partner o ex partner. Il problema è un altro: credo che la violenza sessuale sia stata gestita sempre guardandola dal punto di vista della sicurezza sociale e urbana. La nostra esperienza invece dimostra che non è solo questo. Il tema diventa un “cavallo” da cavalcare a seconda di questo o quel momento politico. Esatto. Sulla violenza sessuale fatta da uno sconosciuto “esterno” c’è orrore, ma siamo ancora molto lontani dalla stessa indignazione per gli abusi che succedono tutti i giorni fra le mura domestiche. Tempo fa uscì un numero di “Diario” dedicato interamente allo stupro: non c’è mai stata una pubblicazione simile sulla violenza in famiglia. E’ un’opinione condivisa anche dalla gente? Vi arrivano segnali in questo senso? Certo ci arrivano delle mail che ci dicono: perché non vi arrabbiate di più? Perché non si equipara lo stupro all’omicidio? Lettere che parlano di leggi e invocano pene severissime, ma nessuno parla del corpo delle donne. Si sprecano infatti le proposte di pene esemplari: voi cosa ne pensate? Alcune sparate dei politici sono solo irritanti. Nel tempo se ne sono sentite tante: dallo spray al peperoncino al braccialetto per suonare l’allarme, fino alla guardia del corpo per le donne bellissime. E’ chiaro che le pene servono, ma non risolvono il problema: possono essere nel migliore dei casi un deterrente. E’ una questione di rispetto tra maschile e femminile e di accettazione della libertà delle donne. In Spagna, dove l’improvvisa emancipazione femminile ha fatto diventare la violenza un vero allarme sociale, sono state fatte campagne di sensibilizzazione massice. E in italia? In Spagna sono partiti quando gli omicidi delle donne, da parte di partner o ex partner, erano una cinquantina. Inferiori ai nostri, visto che nel 2007 sono state 127 le donne ammazzate. Eppure gli spagnoli si sono mossi: hanno costruito un’opinione pubblica, realizzato una nuova legislazione in materia (tanto che ora sono all’avanguardia in Europa), fatto grosse campagne pubblicitarie e grossi investimenti. Qui non si è visto nulla del genere. Una questione culturale? Sì è sempre un discorso di disparità e non accetazione tra generi, sia nella violenza di strada che nel maltrattamento in famiglia. La Casa delle Donne ha realizzato tempo fa un video, con la collaborazione della Provincia di Milano e della clinica Mangiagalli, che ha un pronto soccorso specifico per vittime di violenza sessuale. Il video, intitolato “Se potessimo cambiare il finale”, uscito nel 2006, sfata il mito che i ragazzi non ne vogliano sapere niente dell’argomento ed è tuttora uno strumento utile quando andiamo nelle scuole. Bisogna partire dall’educazione? E’ solo un esempio, perché non ci sono strumenti simili per lavorare con i giovani. Così si fa prevenzione, non certo con i corsi di autodifesa.
L’ONDATA di stupri che ha colpito alcune zone periferiche delle città italiane negli ultimi tempi e la comparsa di un gruppo sul principale social network che inneggiava alla violenza di gruppo non ha lasciato indifferenti le donne reggiane. «Il fenomeno della violenza sulle donne - dichiara Alessia Benassi, che sulla violenza delle donne ha incentrato, a suo tempo, la tesi di laurea - nasce soprattutto da alcuni stereotipi da tempo radicati nella cultura. Bisogna perciò vietare ogni forma di pubblicità che possa continuare a rafforzarli. Credo che sia compito, e ancora prima dovere, di chi gestisce il social network in questione, vigilare sui contenuti che vengono pubblicati». Lo sdegno per l’accaduto trapela anche dalle parole di Gaia Fosselli che ritiene necessario, da parte delle istituzioni anche locali, «lanciare una campagna di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne, perché anche a Reggio c’è bisogno di prevenire certi reati, che restano troppo spesso impuniti». Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, almeno una donna su cinque ha subìto abusi fisici o sessuali da parte di un uomo nel corso della sua vita. Inquietante è anche il fatto che il rischio maggiore è rappresentato da familiari, mariti e padri, seguiti dagli amici: vicini di casa, conoscenti stretti e colleghi di lavoro o di studio. «Ho il terrore di dover spiegare a mia figlia, un giorno, cosa significa il termine “violentata”, quando me lo chiederà, dopo averlo sentito per l’ennesima volta nel corso di un servizio televisivo» racconta Simona Prandi, spiegando che «per reati come questo la legge italiana dovrebbe prevedere pene molto più severe e meno tolleranti di quelle attualmente applicate. Tuttavia - constata con amarezza la donna - molte volte le vittime fanno fatica a denunciare l’aggressore, specie se si tratta di una persona di cui si ha fiducia o dalla quale si temono ritorsioni anche sui propri cari». La nostra città non viene tuttavia descritta in termini positivi, nonostante reati di stupro non siano all’ordine del giorno. «Rimangono zone del centro che fanno paura, anche di giorno non ci si può sentire tranquilli. Un esempio è il sottopassaggio della stazione, che si affaccia sullo sterminato parcheggio sul retro, che di sera, quando dalla stazione si arriva con il buio, bisogna essere rapidi ad attraversare» spiega Federica Schiavi, la quale sostiene la necessità di «pattuglie che siano in servizio appositamente per tutelare simili reati». «Ho paura per mia figlia e mia nipote, appena adolescente. Non riesco a stare tranquilla quando escono con il gruppo di amici in discoteca, perché dopo l’accaduto della violenza di Capodanno sulla ventenne da parte di un balordo ubriaco, a cui la giustizia italiano ha fatto solo qualche carezza, non so nemmeno io dove poterle pensare al sicuro. Anche la scuola, ormai, è diventata un luogo non del tutto sicuro. Ci vogliono pene severe, anche la pena di morte se necessaria: il corpo è sacro». C’è molta rabbia nello sfogo di Luigina Benci, che ribadisce più volte il disprezzo «verso un simile reato, che sta prendendo piede con troppa tolleranza e troppa semplicità. Le forze dell’ordine possono e devono fare di più». Dello stesso parere è anche Giuseppina Olmo che però ci tiene a chiarire alcune sfumature che spesso vengono poste in secondo piano dalla cronaca. «A volte è la vittima che permette l’omertà dello stupro, perché non muove denuncia. Bisogna davvero sensibilizzare il problema e spiegare alle donne che, dopo la denuncia, non verranno lasciate sole e in balìa dello stupratore. Sono esperienze che segnano per sempre una persona e ci vuole tutto l’affetto della famiglia, oltre che il sostegno dello psicologo e delle forze dell’ordine, per uscirne; ma la donna violentata deve, soprattutto, trovare la forza di guardarsi allo specchio e ricominciare». Lo stupro te lo porti addosso a vita: su questo tutte le donne sono d’accordo. E il difficile, «oltre ad ammettere che è successo a te, è riprendere in mano la propria vita» riconosce Manuela Catellani, cui spetta anche un’amara conclusione: «Una donna che ha subito violenza si domanda per quale motivo è accaduto proprio a lei e finisce spesso per colpevolizzare se stessa per quanto è successo. Qui sta l’ennesimo sbaglio di una lunga catena di errori e fallacie giudiziarie, oltre che morali».
la Camera ha approvato il Ddl presentato dal Ministro Mara Carfagna, che introduce il reato di stalking. E’ il primo passo (il secondo e definitivo sarà il passaggio al Senato) di una legge invocata da anni dagli “addetti al lavoro” che si occupano di violenza e che hanno spesso sottolineato l’importanza di una normativa preventiva, mentre finora in Italia si poteva intervenire solo dopo lesioni.
COSA SIGNIFICA. “To stalk” significa inseguire furtivamente una preda.
LA STORIA. Lo stalking rappresenta un caposaldo della cultura giuridica anglosassone. Negli Stati Uniti la prima legge è entrata in vigore nel 1990 in California.
IL REATO. Il reato sarà contenuto nell’articolo 612-bis del Codice Penale e indicato come “atti persecutori”. La norma prevede la reclusione da 6 mesi a 4 anni per chiunque «molesta o minaccia qualcuno con atti reiterati e idonei a cagionare un perdurante grave stato di ansia o di paura, ovvero a ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva, ovvero a costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.
AGGRAVANTI. La pena aumenta se a “perseguitare” è il coniuge (anche se separato o divorziato), il convivente o il fidanzato (anche ex). Altre aggravanti: se la vittima è un minore o un disabile o una donna incinta e se gli atti persecutori sono stati commessi usando armi o da persona travisata.
PUBBLICHIAMO due lettere, arrivate via mail alla Casa delle Donne (centro antiviolenza attivo a Reggio Emilia), da due uomini che intervengono sul tema della violenza.
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SALVE a tutti, sono Michele e sto seguendo la trasmissione “Porta a Porta” che come sicuramente sapete è concentrata sulla violenza sessuale. In questo momento giuro che mi vergogno di essere uomo. Ho 32 anni e non riesco a capire come si può solo immaginare di compiere un atto così vigliacco. Mi vergogno ancora di più di essere italiano per la facilità con cui in questa trasmissione si parla di politica e non di come risolvere questo grave problema. Questi nostri politici stronzi si permettono anche il lusso di fare battute dopo aver parlato con la vittima. Vorrei chiedervi se non sia il caso di fare un referendum per cambiare la pena per stupro: chi decide se sia giusto infliggere 1, 2, 4 o quanti anni di carcere “presunti”? Secondo voi non sarebbe più giusto l’ergastolo? Credo che uno stupro sia più grave di un omicidio perché condiziona tutto il futuro e ti uccide dentro: non ci possono essere attenuanti per un reato così vigliacco e crudele. E non crediamo alle solite storie di possibili problemi d’infanzia o altro: facciamo qualcosa per impedire che chi commette questo gesto paghi fino in fondo. Sicuramente non si può dimenticare, ma almeno con una pena estrema chi ha cattivi pensieri ci pesa bene.
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SALVE. Ho un’amica che ha subito una violenza sessuale e ora non fa altro che pensare di esserselo meritata e di essere una persona sporca che avrebbe meritato anche la morte, non solo la violenza. Io le voglio molto bene e vorrei aiutarla a superare questo trauma. Da allora non ha ancora versato neanche una lacrima e sembra quasi non provare rancore verso i bastardi che le hanno fatto questo. Vorrei sapere se c’è qualcosa che posso fare per farle superare questo trauma. Ha anche partecipato a sedute con uno psicologo, ma l’unico effetto è stato di imparare a convivere con ciò che le è successo, non a superare il dolore che continua a provocarle. Se posso fare qualcosa e voi sapete cosa, vi prego ditemelo. Grazie per quello che fate. Mi vergogno di essere un uomo quando sento queste cose. Perdonateci se potete.
SULLE novità legislative in tema di violenza di genere abbiamo intervistato Giovanna Fava, avvocato penalista specializzato sull’argomento (è il legale della Casa delle Donne), nonché ferita alla spalla in quello che finora è stato il più grave fatto di cronaca accaduto nella nostra città: la sparatoria in tribunale del 17 ottobre 2007, quando durante un’udienza di separazione Clirim Fejzo, albanese di di 40 anni, tirò fuori una pistola e scatenò il putiferio priam di uccidere la moglie Vjosa Demcolli. Bilancio finale: tre morti, due feriti e tre malori. Avvocato cosa ne pensa della nuova task force in procura specializzata sulla violenza? Il procuratore Italo Materia ha dedicato tre sostituti procuratori (Luciano Padula e Valentina Salvi, coordinati da Maria Rita Pantani) alle fascie deboli, donne e minori. Secondo una suddivisione interna, i tre pm si divideranno le indagini nei casi di maltrattamenti: saranno loro i referenti unici, per coordinare meglio gli interventi. Un passo verso quella specializzazione che voi “addetti ai lavori” avete sempre sostenuto. Perché è importante la specializzazione? Anzitutto ci vogliono persone dedicate, ad esempio se c’è bisogno di provvedere con urgenza ai provvedimenti cautelari. La procura ha visto un notevole aumento delle richieste di misura cautelare, che possono essere il divieto di avvicinamento, l’allontanamento, l’arresto o la flagranza di reato. Spesso basta il divieto di avvicinamento per far tornare la vittima alla “normalità”. Il pm Pantani ha sottolineato spesso l’importanza di conoscenze specifiche: basta un referto medico incompleto o una dichiarazione non chiara in sede di verbale ad inficiare il futuro processo. Fondamentale non solo in sede processuale, ma anche per far emergere la violenza nascosta. Su questo lavora il tavolo interistituzionale: per ragionare insieme sui dati rilevati in ciascuna sede (di separazione, penale, pronto soccorso, servizi sociali), per avere gli occhi e gli strumenti per rilevare la violenza. Quando una donna si presenta al pronto soccorso e dice di essere caduta dalle scale ma la lesione non coincide e l’operatore verifica eventuali precedenti ricoveri, si può leggere una violenza non denunciata. E a che punto è la formazione degli avvocati? Gli avvocati hanno da due anni a questa parte l’obbligo di formazione, poi all’interno della formazione ognuno sceglie quello che preferisce. Le avvocate di riferimento delle Case delle Donne ad esempio hanno frequentato corsi specifici. Sono tutte donne? Sì nella rete delle Case tutte donne, ma ci sono anche avvocati uomini molto bravi e preparati su queste materie. E’ importante che i colleghi maschi collaborino e difendano le vittime, molte delle quali non hanno i mezzi per difendersi. Alessandra Mussolini ha fatto del gratuito patrocinio un suo cavallo di battaglia: ma rischia di diventare lettera morta se non ci sono fondi del governo che rimborsano. Come funziona il gratuito patrocinio? La vittima chiede di essere ammessa al patrocinio dello Stato e sceglie l’avvocato, che a sua volta sarà pagato dallo Stato chissà quando e chissà come; spesso dopo anni e con compensi decisamente inferiori. Così finisce che il patrocinio sia fatto in realtà dagli avvocati ed è ingiusto. E’ appena passato alla Camera il Ddl sullo stalking, che voi invocate da tempo: cosa ne pensa? Quali saranno i tempi di entrata in vigore? Non credo che ci vorrà molto tempo, il ministro Carfagna ha detto entro l’estate. Anche nella passata legislatura la discussione era arrivata alla fase finale, con lo stralcio del realto di stalking e di discriminazioni di orientamento sessuale (era più ampio): poi il governo era caduto. Ora il progetto Carfagna, oltre a prevedere un’ammonizione da parte del questore, si limita a un aumento di pene in tre articoli che però non intervengono su aspetti fondamentali. Le somme stanziate dal precedente governo sono state eliminate (per il finanziamento ai Centri Antiviolenza era previsto un fondo di 20 milioni di euro) e spostati di destinazione. Le leggi sono importanti, ma devono avere le gambe per camminare, cioè personale e mezzi: altrimenti la nuova legge rimane pura propaganda. La legge comunque va bene, perché intanto configura il reato di stalking con una pena più alta e misure cautelari, possibili solo quando il reato prevede una condanna superiore a tre anni e impossibile per le lesioni. Sarà un reato difficile da dimostrare? Rimane a carico della vittima e dell’accusa dimostrare la responsabilità dell’imputato. Si parla molto di stupro: perché? Il dato che emerge anche a livello nazionale è quello di una violenza all’interno di una relazione affettiva che supera di gran lunga la violenza da parte di estranei, anche se quest’ultima fa più rumore. Vincere l’idea che la casa sia un luogo “protetto” è difficile: più facile invece vedere il nemico fuori, è liberante. Tra i tanti casi che ha seguito, uno che l’ha colpita in particolar modo? Sarei banale e direi Vjosa, uccisa nella sparatoria in tribunale del 2007: non la dimentico. Ma tutti i casi di violenza hanno delle specificità e delle similitudini: il comun denomintatore è che sono sempre forme di possesso dell’uomo nei confronti della donna.
POCHE settimane fa erano stati i gruppi che inneggiavano ai boss mafiosi a portare Facebook sulla graticola politica. Di recente la ghigliottina si è abbattuta nuovamente sul social network del momento, in seguito alla comparsa, durata solo qualche ora, di un gruppo a favore dello stupro di gruppo. Una decina di fan, primo tra tutti il sospettato fondatore Z. C., e una serie di foto pornografiche caricate da un fantomatico R. D., sono bastate perché su Facebook si sollevasse la rabbia degli utenti, mentre i politici di entrambi gli schieramenti hanno espresso immediatamente indignazione, discutendo la questione in parlamento. Non hanno quindi tardato ad aggiungersi le proteste degli utenti: in poco meno di 24 ore sono nate decine e decine di gruppi che chiedevano, per chi si macchia di tali reati, la pena di morte, la castrazione chimica, il carcere duro o, semplicemente, pene più severe. Sono migliaia i navigatori che hanno aderito alle diverse community, tra cui “Facciamo chiudere i gruppi a favore dello stupro”, con oltre 8mila iscritti, o “Trucidiamo l’autore della pagina pro-stupri”. Parole dure, per manifestare sentimenti di condanna, perché dietro a una proposta telematica come questa si nasconde il timore condiviso che iniziative di questo genere possano spronare a commettere nuovi episodi di delinquenza, approfittando dell’assenza di controllo sul web. Sono tantissimi anche i gruppi su Facebook che esprimono solidarietà alle vittime degli stupri avvenuti questo mese a Guidonia, Primavalle e alla Fiera di Roma e c’è anche un gruppo che propone d’istituire delle ronde di quartiere al fine di prevenire le violenze sulle donne. La goliardata sul web è riuscita a scatenare un vespaio. Subito il popolo della rete si è scagliato contro il creatore della pagina. «Sei uno schifo di persona e meriti di subire quello che tu inneggi» scrivono gli utenti e la raffica di insulti prosegue, anche se la pagina è già stata cancellata e la caccia al fondatore è un incessante lottare con i mulini a vento. Il social network più famoso del mondo sta quindi diventando sempre di più uno spazio virtuale dove possono dominare indisturbate l’illegalità e l’impunità, rendendo quindi necessaria una forma di regolamentazione. Non è pensabile, quindi, che si possa sorvolare su una vicenda tanto grave. Su Facebook è nato anche un nuovo gruppo, “Castrazione chimica a chi è contro lo stupro di gruppo”, un gruppo che, come si legge nella sua presentazione, è a favore di “una pratica antropologicamente valida come lo stupro di gruppo, nata ben prima della famiglia monogamica di origine cristiana”. Lo sdegno in rete ha di nuovo preso piede.