Razzismo
Inchiesta pubblicata il 12-10-2008 a cura della redazione di Europa dei Diritti, del quotidiano telematico 4minuti.it e del quotidiano "Il Giornale di Reggio"
vignetta razzismo
"Accogliere gli onesti, ma punire chi si dà al crimine"
"Accogliere gli onesti, ma punire chi si dà al crimine"
I cittadini intervistati divisi sul tema dell'integrazione. "C'è paura del diverso, specie nelle zone malfamate"

Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha assicurato agli italiani qualche giorno fa che il governo «non sottovaluta i recenti episodi di razzismo avvenuti nei confronti di immigrati», invitando però ad «evitare gli allarmismi che sono talvolta frutto di strumentalizzazioni». Le opinioni della gente, raccolte nel nostro sondaggio tra i cittadini, non sono in linea tra di loro, ma si raccolgono attorno a due filoni generali. Alcuni giudicano la propria una città in cui c’è integrazione tra le culture e in cui il razzismo è solo una leggenda metropolitana. «Molto spesso sono i nostri ragazzi ad assumere atteggiamenti tracotanti e all’insegna della maleducazione», spiega Giovanna Bruno. «Essendo una pendolare ho modo di riscontrare ogni mattina come, nei breve viaggio ferroviario, gli studenti locali si facciano notare per la raffica di parolacce e bestemmie, mentre gli stranieri sono molto educati ed estranei da certi scimmiottamenti, specialmente i cinesi che, pur urlando durante le loro conversazioni al cellulare, non ricadono mai nella maleducazione». Insomma, se gli stranieri sono giudicati “brava gente”, l’allarme razzismo è del tutto infondato? Non proprio. «Negli anni nella nostra città è aumentata la diffidenza verso gli altri - sostiene invece Filomena Cazzetta - e a dettar legge è il colore della pelle. La nostra città, in cui vivo da vent’anni, non ha ancora saputo maturare un’adeguata mentalità, capace di comprendere le culture diverse dalla nostra e, per certi versi, forse migliori e da prendere come modello per sanare la nostra società». La signora si dichiara assolutamente non razzista, raccontando anche che ha cercato di insegnare ai suoi figli «che nella vita bisogna sapere andare oltre il colore della pelle, anche se questo fa paura alla gente». Tanti anche gli inviti dei cittadini, giovani e meno giovani, a non generalizzare, soprattutto quando si chiamano in causa le coordinate della criminalità che vede per protagonisti gli extracomunitari. Cristofero Palomba ribadisce con convinzione che «si deve distinguere tra le brave persone che vengono in Italia, e nella nostra città, per lavorare onestamente e chi invece arriva e cede al crimine: prostituzione, sfruttamento, spaccio, rapine, malavita e stupri. Queste persone sono da condannare, ma non gli altri. Del resto, anche tra noi italiani ci sono tanti farabutti e criminali, ma non tutti gli italiani lo sono». «Non bisogna fare di tutta l’erba un fascio» è la considerazione di Marta Mattana, mentre Monica Cireddu rimarca il fatto che «purtroppo i recenti avvenimenti di cronaca, che hanno per protagonisti negativi gli extracomunitari, accentuano ogni volta la chiusura e la diffidenza dei cittadini italiani verso di loro e i reggiani non sono da meno. C’è molta discriminazione. Sul lavoro però, a volte, capita di fare colloqui per poi scoprire che si viene scartati perché la stessa prestazione la può offrire a un prezzo inferiore un immigrato. Probabilmente anche da queste considerazioni un po’ amare può derivare la rabbia dei cittadini, che magari si vedono rifiutati proprio in casa loro». Tanti pregiudizi «impediscono forse una mite convivenza» e Reggio Emilia, ai primi posti per tasso di residenti immigrati, viene dipinta come «una città che probabilmente ha paura del diverso, specialmente in certe zone più ghettizzate e che, nel corso degli anni, hanno guadagnato la fama di aree malfamate». Dal caldo e lontano Marocco sono invece originari Mustapha Bedra e Mustapha Addala: vestono entrambi all’occidentale, con maglietta e jeans, come la maggior parte dei loro coetanei reggiani. Il primo vive da un po’ di tempo in città, anche se ha completato l’istruzione scolstica in terra natale. Lui assicura di non aver avuto mai problemi: «Nessuna difficoltà a integrarmi con gli altri. Nessuna brutta avventura. Qui sto bene», racconta il ragazzo in un italiano un po’ stentato. Addala, invece, di qualche anno più giovane, ha voglia di parlare della sua esperienza. «Ho abitato a Reggio Emilia dieci anni e ora mi sono trasferito in provincia, a Santa Vittoria. Sono sincero: quando vivevo in centro non ho mai incontrato segni di razzismo verso di me, forse perché c’è un via e vai di extracomunitari nelle scuole, nelle fabbriche e nelle sedi universitarie. Il paesino di provincia, invece, è un covo di germi di razzismo. C’è chiusura tra gli abitanti». Il ragazzo racconta anche che non ha mai vissuto in prima persona espisodi particolarmente forti, «però è capitato che l'autobus non si sia fermato, vedendo me e il mio amico di colore». Addala si dichiara tuttavia tranquillo e sereno, «perché io non ho paura di nessuno, solo di Dio, e nessuno deve avere paura di me. Sono un ragazzo come tutti gli altri».

 

Caritas: più che pregiudizi dominano i luoghi comuni
Caritas: più che pregiudizi dominano i luoghi comuni
"Il nero puzza, l'albanese ruba" gli stereotipi più comuni frutto dell'integrazione ancora difficile

Il centro d’Ascolto della Caritas diocesana è un luogo in cui vengono accolte e ascoltate le persone in difficoltà. Gianmarco Marzocchini, il direttore della Caritas di Reggio Emilia spiega che in città «non c’è razzismo, ma piuttosto superficialità, che porta poi al nascere di pregiudizi e di stereotipi della serie: “Il nero puzza, l’albanese ruba”, stereotipi che hanno accentuato la diffidenza verso gli altri nel corso degli anni». Marzocchini racconta infatti che «negli anni passati, dal 1998 al 2005, il mercato immobiliare elargiva “rifiuti” agli immigrati che volevano comprare casa, al punto che siamo intervenuti noi nelle trattative, dando le case in subaffitto agli stranieri che si rivolgevano a noi per ottenere una casa». Oggi la Caritas si prende cura, anche se con modalità diverse, degli stranieri irregolari e dei regolari. «A chi non è regolare possiamo solo dare un pasto caldo, un letto in cui passare la notte nei mesi più freddi e le cure mediche, ovvero quello che la legge ci consente di fare. Il Poliambulatorio, nato in convenzione con l’Ausl, muove dalla volontà di offrire un servizio necessario e importante alle persone più povere, dando una risposta ai non regolari che non possono accedere al Servizio Sanitario Nazionale, ma che hanno il diritto di ricevere assistenza medica. Con chi invece ha un regolare permesso di soggiorno, possiamo fare un discorso diverso, dando una mano anche dal punto di vista occupazionale». Dopo un primo colloquio di conoscenza, si inizia a costruire un progetto «che si pone come obiettivo ultimo l’indipendenza della persona bisognosa. Si traccia una serie di passaggi intermedi nei quali l’aiuto materiale costituisce da un lato un sostegno, dall’altro uno stimolo a ricercare dentro di sé le risorse necessarie». Gli stranieri, spesso, come spiega Marzocchini, «si rivolgono a noi come ultima spiaggia, e, oltre alle necessità materiali chiedono soprattutto di essere ascoltati», che è una delle funzioni primarie degli operatori e dei volontari del Centro d’Ascolto. Zygmunt Bauman nel suo libro “La società dell’incertezza” afferma: «Tutte le società producono stranieri: ma ognuna ne produce un tipo particolare, secondo modalità uniche e irripetibili». Questo è il punto di partenza del coordinamento pastorale per la formazione alla mondialità ed al servizio, “Il granello di senapa”. Andrea Goccini, un dipendente, racconta che il coordinamento promuove numerosi incontri nelle scuole, per studenti e docenti, e tra i temi trattati l’intercultura è uno dei più richiesti. «I percorsi proposti hanno proprio come scopo principale quello di valorizzare l’incontro con l’altro, per scoprire le sue caratteristiche più nascoste, quelle che a un impatto superficiale non siamo capaci di cogliere». L’obiettivo sta proprio nel cercare di fare capire ai ragazzi che «il compagno di banco che viene dal Marocco è uno studente come loro, che magari ama la stessa musica, che ha un nome che nasconde tradizione autoctone e che adora mangiare la pizza. Dietro a una persona ci sono dei vissuti, ma soprattutto dietro ad ogni volto c’è una storia diversa dalle altre, unica e irripetibile». Interessante il quadro che ne esce. «Gli studenti spesso non sono diffidenti nei confronti dell’albanese che hanno in classe, ma con quelle etnie che i media citano, oggi come non mai, come protagoniste di crimini. Ecco perché è cambiata la percezione dell’altro; bacilli di razzismo ce ne sono, ma prevale, almeno nelle nuove generazioni, la voglia di stare assieme e scoprire gli altri». Eppure, secondo il direttore della Caritas, «la superficialità non si manifesta solo verso i diversi culturalmente ed etnicamente». Secondo Marzocchini, infatti, «oggi la discriminazione tocca anche i disabili, gli emarginati sociali, i meno abbienti, perché le discriminazioni possono essere anche istituzionali e giuridiche. Tutto ciò crea, o aumenta, una divisione di classi».

Non solo razza, ma anche la fede nella nozione di discriminazione
Non solo razza, ma anche la fede nella nozione di discriminazione
Diritti in pillole: cosa dice il legislatore.

Il comportamento “discriminatorio” secondo la legge
E’ considerato discriminatorio, ai sensi dell’art. 43 del d.lgs. 286/98 (art. 41 legge 40/98), ogni comportamento che, direttamente o indirettamente, comporti una distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l’ascendenza, l’origine o la convinzione religiosa. Per rientrare nella previsione della norma, inoltre, il comportamento, oltre ad essere oggettivamente discriminatorio, deve avere lo scopo, o l’effetto di distruggere o, quantomeno, di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale e in ogni altro settore della vita pubblica. Si noti innanzitutto che la definizione data dall'art. 43 comprende sia i casi di discriminazione diretta, sia quelli di discriminazione indiretta. Inoltre, non è richiesta l'intenzione (lo “scopo”) di perseguire il risultato discriminatorio, essendo sufficiente, per considerare illegittimo il comportamento, il fatto che questo abbia l'effetto di produrre la discriminazione. Inoltre, è bene sottolineare che la nozione generale di atto di discriminazione, pur essendo contenuta nelle disposizioni del testo unico del 1998, non riguarda soltanto i cittadini stranieri, ben potendo applicarsi anche agli italiani che subiscano discriminazioni basate sulla loro razza, colore, ascendenza, origine o convinzioni religiose.

 

 

Diritti in pillole
Diritti in pillole
Il caso: può il gestore di un bar rifiutarsi di servire il caffè ad un cliente “extracomunitario”?

No, in quanto si tratta di un atto di discriminazione razziale punibile penalmente; è quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, Sezione Terza Penale, con sentenza n. 46783/2005, confermando la condanna alla pena di quattro mesi di reclusione inflitta dalla Corte d’Appello al gestore di un bar che si era rifiutato ripetutamente di servire le consumazioni richieste da cittadini extracomunitari, dichiarando espressamente di non voler servire alcun extra-comunitario. Secondo la Suprema Corte, il comportamento del gestore non ha avuto alcuna “ragione giustificatrice”, se non quella di “offendere la dignità dei cittadini extracomunitari a causa della loro diversa razza ed etnia”; il gestore è da ritenersi pertanto colpevole del delitto previsto dall’art. 3, comma 1, lett. a, L. n. 654/1975 (come modificato dall’art. 1 D.L. 122/1993, conv. con mod. in L. 25/06/1993, n. 205), il quale nel vietare ogni tipo di discriminazione, ravvisabile in atti, individuali o collettivi, di incitamento all’offesa della dignità di persone di diversa razza, etnia o religione, ovvero in comportamenti di effettiva offesa di tali persone, consistenti in parole, gesti e forme di violenza ispirati in modo univoco da intolleranza, delinea una figura di reato caratterizzato da dolo specifico, ossia dalla coscienza e volontà di offendere l’altrui dignità umana in considerazione della razza, dell’etnia o della religione dei soggetti nei cui confronti la condotta viene posta in essere o ai quali si riferisce.

In corso un sondaggio Ipsos commissionato dal Comune
In corso un sondaggio Ipsos commissionato dal Comune
Il questionario sarà rivolto in particolare a donne e giovani

E’ in corso un sondaggio, svolto da Ipsos, sul tema “ I cittadini di Reggio Emilia e l’immigrazione extracomunitaria”, promosso dall’Amministrazione comunale e in particolare dall’Assessorato Coesione e Sicurezza sociale. I reggiani saranno interrogati per capire come vivono e come coabitano con gli immigrati. Si tratta di un’iniziativa ampiamente annunciata ed è il seguito di un progetto iniziato nel 2006. Già lo scorso anno si è tenuto un analogo monitoraggio, rivolto all’opinione pubblica e i risultati sono stati ampiamente illustrati nel corso di un convegno appositamente organizzato. Al termine di questo sondaggio, è prevista un’analoga restituzione pubblica degli esiti. L’iniziativa prevede inoltre uno specifico lavoro rivolto alla componente femminile della città, con interviste e questionari sottoposti a donne e giovani migranti. Una volta completato questo lavoro, sarà possibile prevedere, come avvenuto nel 2007, una restituzione pubblica anche di questa ricerca. L’amministrazione ricorda inoltre che ai gruppi consiliari, già lo scorso anno, furono consegnati in anteprima i dati del monitoraggio dell’opinione pubblica. La trasparenza delle procedure e degli esiti sono quindi assoluti.

A Prato, Brescia, Reggio Emilia, Mantova e Treviso il primato: un cittadino su dieci è straniero
A Prato, Brescia, Reggio Emilia, Mantova e Treviso il primato: un cittadino su dieci è straniero
L'istat: Emilia-Romagna la "preferita" dagli immigrati

Che Reggio Emilia sia ai primi posti delle classifiche per presenza di immigrati stranieri, è cosa nota, che i cittadini “toccano” con mano tutti i giorni. Ora ad avvalorare questo dato di fatto arriva una classifica dell’Istat, che dimostra tutta la regione sia la preferita dagli immigrati. L'Emilia-Romagna è, insieme all’Umbria, la regione con la più alta percentuale di stranieri sul numero di residenti. Il dato diffuso dall’Istat parla di 365.687 persone (8,6% sui residenti), che supera di un decimo di punto la Lombardia (8,5%), che invece ha il primato per il numero assoluto con oltre 815 mila. Molto alte le percentuali a Reggio Emilia e Piacenza, dove un cittadino su dieci è straniero, rispettivamente il 10,3% e 10,1%. Queste due città, in tutta la penisola, sono precedute solo da Prato e Brescia, che superano l'11%, mentre sono appaiate a Mantova e Treviso. L'Emilia-Romagna è anche al terzo posto per i minori, con il 14,3% sugli stranieri nati in Italia. Prima è la Lombardia (14,9%), seguita dal Veneto (14,4%). La popolazione più presente in Emilia-Romagna, in controtendenza con il dato nazionale dove primeggia la comunità romena, è quella marocchina con 56.910 anime, il 15,6% del totale degli stranieri. Secondi gli albanesi con il 13,1%. I marocchini sono i più diffusi in quattro città: Reggio Emilia (16,3%), Bologna (16,9%), Ferrara (17,7%) e Modena (22%). A Piacenza, Parma, Forlì-Cesena e Rimini “vincono” gli albanesi (18,9%, 13%, 17,7% e 26,4%), mentre a Ravenna i romeni (18,9%). Bologna è la terza città in Italia per numero assoluto di polacchi (844), dietro a Roma e Napoli. Terza anche per filippini (2.867), quinta nei marocchini, con 2.867, dietro a Torino, Milano, Roma e Genova e negli ucraini (1.760). Luzzara, nel Reggiano, si piazza al quinto posto per il numero di indiani con 730 e Ravenna al quarto per i macedoni (996).

Lavoro nero: pagati a seconda dell'etnia. E chi denuncia può essere regolarizzato.
Lavoro nero: pagati a seconda dell'etnia. E chi denuncia può essere regolarizzato.
La Cgil rivela: Grazie all'art.18 della Legge sull'immigrazione e al decreto Bassanini lo straniero senza permesso di soggiorno che smaschera l'imprenditore che lo sfrutta può ottenere il permesso di soggiorno

Caporalato e lavoro nero sono, secondo la Cgil, forme di razzismo “sul mondo del lavoro” molto diffuse in provincia di Reggio Emilia. «Se per razzismo intendiamo il senso classico del termine, cioè offese agli extracomunitari o violenze ai danni di persone straniere, devo dire che non abbiamo mai ricevuto nessuna segnalazione. La nostra città è sempre stata molto aperta all’accoglienza e al dialogo con chi viene dagli altri Paesi», spiega la responsabile dell’ufficio immigrazione del sindacato Amabile Carretti, che da 8 anni si occupa, oltre che di promuovere iniziative culturali, politiche e sindacali, volte a favorire l'inserimento degli stranieri nel mondo del lavoro e nel tessuto sociale, anche di raccogliere le denunce di questi ultimi e girale, quando sia necessario, alle autorità competenti.
In che senso la Cgil parla di razzismo nel mondo del lavoro?
Perché gli stranieri sono continuamente sfruttati in questo settore. Spesso vengono assunti in nero, cioè senza regolare contratto, e sono sottopagati. Gli imprenditori senza scrupoli approfittano del fatto che siano stranieri perché non proporrebbero mai le stesse condizioni di lavoro umilianti a un italiano.
In quali settori il fenomeno appare diffuso?
I casi di sfruttamento sono all’ordine del giorno, soprattutto nel settore dell’edilizia e del facchinaggio. Si potrebbe addirittura stilare una classifica sulle etnie che vengono retribuite di più e quelle che ricevono meno.
Ci faccia un esempio?
In edilizia i più pagati, pur rimanendo spesso lavoratori in nero, sono i rumeni con una media di 8 euro all’ora. Poi troviamo i marocchini con circa 5 euro e ultimi i pachistani con 4. Trovo incredibile che si sia arrivati a questo punto.
Vi arrivano molte denunce su questo argomento?
Capita che a volte, pur essendo spesso clandestini, alcuni lavoratori si rivolgano a noi per denunciare il mancato pagamento di periodi di lavoro in cui, non raramente, sono stati impiegati per moltissime ore al giorno.
Come si comporta la Cgil quando arrivano queste denunce?
A nostra volta giriamo le denunce alla questura, e loro agiscono nei confronti degli imprenditori disonesti applicando la legge.
Ma gli stranieri senza permesso di soggiorno, che segnalano di essere sfruttati non rischiano di essere rimandati a casa?
Fino ad oggi, sfruttando l’articolo 18 della legge sull’immigrazione, che è stato pensato per proteggere le prostitute che denunciano gli sfruttatori, combinato con il decreto Bassanini, siamo riusciti a far avere il permesso di soggiorno a chi smaschera le imprese disoneste.
Cosa accade poi agli imprenditori che sfruttano la manodopera straniera?
La pena per loro è il pagamento di multe molto salate e, in alcuni casi, il carcere.
Rispetto a qualche anno fa la situazione è migliorata o peggiorata?
Direi peggiorata in tutta Italia. A Reggio Emilia il caporalato è un sistema di reclutamento ancora molto di moda. Per capirlo è sufficiente fare un giro per la città alle 5 di mattina. In alcune zone tipo la stazione, si possono vedere gruppetti di stranieri che spettano qualcuno. Quel qualcuno è un furgone che li passa a prendere e li porta in cantiere. Torneranno a casa la sera dopo aver lavorato a cottimo e senza nessuna tutela.

Lega Nord: "I fatti sono responsabilità di singoli, non esageriamo"
Lega Nord: "I fatti sono responsabilità di singoli, non esageriamo"

C’E’ un’emergenza sicurezza, ma allo stesso tempo non si può parlare di un’ondata razzista in Italia: questa è l’opinione comune del sottosegretario all’Interno Michelino Davico e del deputato Angelo Alessandri, entrambi esponenti della Lega Nord. I due parlamentari erano presenti, lo scorso venerdì, al consiglio comunale straordinario in cui si annunciava il passaggio del comune di Montecchio da paese a città: li abbiamo raggiunti in questa occasione, chiedendo a entrambi di pronunciarsi su razzismo e sicurezza.
In questi giorni, a causa di alcuni episodi, si è tornato a parlare di razzismo. Da una parte il caso delle presunte violenze al ragazzo ghanese e alla prostituta nigeriana a Parma, dall’altro l’episodio della ragazza marocchina che ha denunciato i genitori che la picchiavano perché “troppo occidentale”. Stiamo assistendo a una deriva razzista?
ALESSANDRI: Nel caso della ragazza a Reggio, sono loro a essere razzisti, se impongono ai figli di non adattarsi. C’è una grande mancanza di rispetto, e questo purtroppo è solo uno dei molti episodi su cui dovremmo interrogarci.
E Parma?
Se c’è qualcuno che, davanti a questi episodi, perde la testa, è solo perché è esasperato. Inoltre, c’è una sinistra che tende a fomentare, e a cavalcare ogni episodio del genere. Maroni ha detto la cosa giusta: prima verifichiamo, e se c’è qualcuno che ha sbagliato, pagherà. Ma non possiamo accettare che si vada a fare la vittima in tv, accusando gli italiani di essere razzisti, come nel caso della donna somala a Roma o della prostituta a Parma.
DAVICO:
Non si può parlare di razzismo, ma di fatti di (purtroppo) ordinaria cronaca, di violenza e di incultura. Alla Camera abbiamo già esposto i fatti, analizzando caso per caso. I fatti accaduti sono responsabilità di singole persone: sono accaduti fatti brutti, ma non è il caso di generalizzare. Bisogna anche sottolineare come la stampa stia manovrando per dare a questi fatti più risalto del dovuto. Da parte nostra, vogliamo tutelare la legalità, e difenderemo le persone più deboli: chi ha sbagliato pagherà.
Se non c’è un’emergenza razzismo, si può però parlare di problemi di sicurezza?
ALESSANDRI:
Senza dubbio il problema della sicurezza esiste, e con il pacchetto sicurezza che abbiamo approvato i sindaci avranno il potere di intervenire nelle aree più degradate, che ormai sono senza controllo. La situazione a Castelvolturno è diversa, lì ci si ammazza per il controllo sullo spaccio di droga: sia come sia, appoggio in pieno l’intervento dell’esercito. Ma qualcuno dovrà assumersi la responsabilità di aver fatto degenerare le cose: la sinistra sa solo fare polemica, ma la realtà è che gli italiani sono un popolo buono e tollerante. Noi stiamo semplicemente facendo in modo che passi presto l’esasperazione della gente.
DAVICO:
La sicurezza è un elemento fondamentale per i cittadini, che si sentono insicuri. L’indulto voluto dalla sinistra ( in realtà è stato approvato anche da Forza Italia: contro hanno votato Lega, An e Italia dei Valori; ndr), il sapere che delinquenti che prima erano in carcere circolavano a piede libero, ha creato insicurezza: noi abbiamo fatto un’azione forte e chiara, dimostrando alla gente una nuova presenza dello Stato. Io non so con precisione se anche a Reggio ci sia una situazione particolarmente difficile, ma ormai non c’è più molta differenza tra le grandi città e le realtà di provincia: la sicurezza va costruita con la prevenzione, con la presenza dello Stato e con un’azione coordinata.

Ma è proprio razzismo?
Ma è proprio razzismo?
La condanna è unanime, dai cittadini alle istituzioni. Il rischio, come sempre, è la strumentalizzazione politico-culturale

Che cos’è il Razzismo?
Razza, dal latino “generatio” oppure “ratio”, il cui significato è “natura” nel senso di qualità, e “ismo”, suffisso latino “ismus” - di origine greca - (ismòs), con il significato di “classificazione”, qui inteso come sistema di idee o fazione, generano il termine razzismo. Con questo termine si rappresenta storicamente l’insieme di teorie che si sono manifestate storicamente con pratiche di oppressione e segregazione razziale, sulla base di preconcetti anche molto antichi. L’ideologia alla radice del razzismo è sostenuta dalla convinzione che la specie umana sarebbe un insieme di razze, biologicamente differenti, e gerarchicamente ineguali. Tra gli ispiratori degli aspetti contemporanei di questa teoria vi fu l'aristocratico francese Joseph Arthur de Gobineau, autore di un “Essai sur l'inégalité des races humaines” (Saggio sulla diseguaglianza delle razze umane, 1853-1855). Intorno al 1850 il razzismo uscì da questo ambito di triste dignità “scientifica” e assunse una connotazione politica, diventando l'alibi con cui si cercò e si cerca di giustificare la legittimità di prevaricazioni e violenze. Una delle massime espressioni di questo uso è stato il nazismo. La definizione attuale di razzismo, in senso colloquiale definisce ogni atteggiamento attivo di intolleranza verso singoli o gruppi di persone identificabili per cultura, religione, etnia, sesso, sessualità, aspetto fisico o altre caratteristiche generalmente differenti dalla corrispondente predominante e/o indigena. In questo senso, sarebbero più preciso, anche se più raramente usato nel linguaggio corrente, il termine “xenofobia”.

Il rischio razzismo dalla voce della politica italiana
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha detto: “…Nulla puo' giustificare il disprezzo e la discriminazione razziale”. Il Capo dello Stato, rivolgendosi al Papa in visita al Quirinale ha puntato l'indice contro i “rischi ed i fenomeni di oscuramento di valori fondamentali, quello della dignità umana insieme ad altri, anche nel nostro paese”. La dignità umana, ha spiegato Napolitano, “è il valore supremo che ci deve guidare, come ci dicono, con Vostra Santità, l'insegnamento e l’impegno della Chiesa". E questo “in tutti i luoghi e in tutte le sue forme”. E ciò "implica piu' che mai la coscienza e la pratica della solidarietà cui non possono restare estranee - anche dinanzi alle questioni più complesse, come quelle delle migrazioni verso l’Europa - le responsabilità delle scelte dei governi”. Di qui “la grande conquista del superamento del razzismo” ma anche "l'allarme per il registrarsi in diversi paesi di nuove manifestazioni preoccupanti, mentre nulla puo' giustificare il disprezzo e la discriminazione razziale". Parole, queste ultime, pronunciate tempo fa da Benedetto XVI a Castelgandolfo e fatte oggi proprie dal Presidente della Repubblica. Recentemente anche la seconda carica dello Stato, il presidnete del Senato Renato Schifani ha parlato di questo argomento: «Il nostro paese ha nel DNA lo spirito di accoglienza…». «Non credo affatto che esista il razzismo in Italia. Non puo' esistere. Il nostro Paese ha nel proprio dna lo spirito di accoglienza, la solidarietà verso i piu' deboli». Schifani era intervistato da Monica Setta a “Domenica In”. «Altra cosa è il pericolo del razzismo - ha aggiunto Schifani - il riemergere di frange dormienti che sono state forse risvegliate da fatti di cronaca, come quello dell'omicidio della signora Reggiani, nei confronti dei quali la stragrande maggioranza degli italiani ha reagito nella maniera giusta». Per Schifani il tema del razzismo va afforntato senza distinzione di parti». Tra gli esponenti di governo recentemente ha parlato di razzismo anche il ministro degli Interni Roberto Maroni: «non esiste emergenza razzismo in Italia» Non esiste un’emergenza razzismo in Italia secondo il ministro dell'Interno Roberto Maroni, che mette in guardia da eventuali “montature”. «Non credo ci sia un’emergenza razzismo, sono episodi che vanno colpiti e saranno colpiti», ha detto il ministro a margine dell'intervento alla Festa del Pdl, la settimana scorsa a Milano, commentando i recenti episodi che hanno visto cittadini extracomunitari vittima di aggressioni o atteggiamenti razzisti. “Ci sono anche montature, come quella della donna somala, che vanno colpite allo stesso modo”, ha aggiunto Maroni, riferendosi all'episodio della donna che ha denunciato di essere stata maltrattata e umiliata dalla polizia all'aeroporto romano di Ciampino. Maroni ha detto che «il ministero si è costituito parte civile per tutelare il buon nome delle forze dell'ordine che hanno seguito con rigore le regole e sono state accusate ingiustamente». Segnaliamo una ricca banca dati sul tema del razzismo, disponibile nel sito: “http://www.cestim.it/09razzismo.htm

Nessun Razzismo, i problemi sono altri
Nessun Razzismo, i problemi sono altri

Sono tali e tante le emergenze che investono il nostro Paese che francamente non mi sento di sposare la tesi secondo la quale il pericolo di un insorgente razzismo possa ulteriormente deteriorare la nostra situazione. Su questo tema - che sarebbe quanto meno sciocco negare - sto dalla parte del sindaco di Torino Chiamparino, che non ha dubbi quando, posto dinnanzi all’interrogativo categorico per cui l’Italia è o no un paese ”razzista”, lo nega recisamente. “Non confondiamo singoli episodi - ha detto al TG1 - con quella che potrebbe essere una vera e propria sindrome”. Dello stesso avviso mi sembrano essere le considerazioni fatte dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a proposito del discorso pronunciato in occasione della Giornata dedicata all’Informazione quando ha invitato tutti, mass media, Governo, Partiti ed Istituzioni, a mantenere alto il principio della vigilanza etica e morale sulle eventuali derive della società, e a non lasciarsi andare a “facili allarmismi” che, anziché produrre anticorpi positivi, finiscono per alimentare quel senso di paura che squilibra fortemente le capacità reattive di una società. Il razzismo, come ha giustamente fatto rilevare Giorgio Napolitano, è la diretta conseguenza di atteggiamenti xenofobi, che fanno parte del contesto culturale in cui si articola una società che si avvia a perdere quelle caratteristiche di monolitismo etcnico e culturale per trasformarsi in una società multiculturale. La questione quindi va oltre i singoli episodi registrati in questi ultimi mesi, ma investe invece tutto un sistema socio - culturale nei confronti del quale le leggi possono solo imporre modelli ordinamentali, ma che possono risultare fini a se stessi se non avviene un vero e proprio salto di qualità intellettuale. Per far fronte ad un eventuale, ricorrente pericolo di insorgente razzismo bisogna riuscire a superare la diaspora che, da che mondo è mondo, ci separa dal “diverso”. La storia è piena di rigurgiti xenofobi sfociati in veri e propri momenti di razzismo: dai “pogrom” ottocenteschi in Russia sino a vere e proprie guerre dove religione e razze si sono scontrate persino per stabilire chi avesse dovuto esercitare l’egemonia politica in un determinato Paese. Ancora oggi l’antico pregiudizio per il quale si attua una divisione fra “sionisti” ed ” ebrei” sopravvive a tutte le vicende della storia che hanno caratterizzato il Ventesimo Secolo in Europa, e non solo qui. Negli Stati Uniti la questione razziale esplode per poi assopirsi e riesplodere ancora nonostante la Guerra di Secessione, la legislazione sui diritti civili di emanazione post kennediana. Ancora oggi, in piena campagna elettorale, il dibattito fra il repubblicano McCain e l’afro-americano Obama propone temi di scontro fondati sul colore della pelle dei due ”duellanti”. In un contesto in cui le fragilità politiche sono accentuate dalla crisi delle ideologie e dove addirittura il credo religioso viene preso a pretesto del concetto di diversità, Reggio ancora una volta si distingue per la forte tenuta del suo tessuto sociale dove le frange di emarginazione razziale sono tutto sommato ristrette per entità e incidenza culturale, dato che il processo di integrazione non è nato ora, ma data sin dai lontani anni Settanta, cioè dai tempi delle prime immigrazioni prima dal Sud e poi dai paesi di quello che allora chiamavamo il terzo Mondo. Se non fosse per l’esasperazione di temi polemici dovuta soprattutto alla speculazione politica, potremmo dire che in questo senso Reggio, rispetto ad altre realtà sociali anche a noi confinanti, potrebbe rappresentare una vera e propria “isola felice”. Sarà che a causa di un forte sviluppo in tutti i settori dell’economia e ad una diversificazione degli interessi nel campo delle professioni, per cui si sono creati autentici vuoti nel campo del lavoro, l’assorbimento di manodopera ha fatto si che il processo di integrazione abbia mantenuto il suo passo storico consentendo, nel corso degli anni, persino a decine di immigrati di etnia diversa, di trasformarsi da mera forza lavoro ad imprenditori, artigiani, commercianti. Interi settori, come quello dell’agricoltura, hanno legato la loro sopravvivenza proprio alla presenza di forti rappresentative extracomunitarie. Certo: il flusso continuo di chi fugge dalla miseria economica, politica, fisica e morale imperante in certe aree del mondo impone innanzitutto una forte vigilanza sociale che però non può essere esercitata sulla base del pregiudizio, ma sulla forza educativa delle leggi. Ed anche in questo campo Reggio regge al forte e crescente impatto sociale. C’è un’intera società che si impegna in questo senso sorretta da un vincolo di fratellanza che dalla religione alla politica è impresso nel nostro dna. Oggi la più evidente percezione del processo di integrazione ci viene dalla scuola primaria dove la divisione appare in tutta la sua pregnante evidenza. Ed è proprio la scuola il primo antidoto alla possibilità che possa insorgere una deriva razzista. Ed è sulla base di questa constatazione, elementare fin che si vuole ma vera, che intendo chiudere questo discorso stabilendo che Reggio “non è una città razzista”. Abbandoniamo per un attimo l’argomento trattato sinora, per occuparci di quella che è la vera e propria emergenza. La crisi finanziaria che dagli Stati Uniti si è irradiata in tutto il mondo - Cina, India e Brasile esclusi - sta provocando danni economici e perplessità umane molto, troppo forti. E’ sparita la fiducia nella finanza e con essa è morta la speranza di vedere il mondo progredire sulla via della ritrovata ricchezza e tranquillità. Naturalmente da questa catastrofe, che si è riversata oltre che sulle banche e le assicurazioni anche sull’intero sistema produttivo, e che coinvolge per forza gli Stati, c’è chi ne esce con le ossa rotte, ma anche c’è chi invece si fa i “coglioni d’oro”. Vedi quel Buffet che con i suoi 58 miliardi di dollari ha scalzato dal primato in classifica dei ricchi del mondo il buon Bill Gates. Che a sua volta non piange miseria, perchè il suo capitale ammonta sempre a 52 miliardi di dollari. Se poi dobbiamo dare credito a quello che dice Luca Cordero di Montezemolo che esulta per l’eccesso di prenotazioni per la nuova ” Ferrari California” che costa 500 mila euro, un miliardo delle vecchie lire, significa che, se crollano le banche , è evidente che di quattrini in giro, non da investire in strutture produttive, ma da usare per il proprio piacere, ce ne sono ancora. Ma è chiaro che questi sono rilievi che riguardano poche persone, ben selezionate. Che non hanno sottoscritto bond spazzatura, che non corrono il rischio di perdere la casa perchè non riescono più a sostenere le rate dei mutui. Ma i Governi hanno il dovere di pensare ai molti, e non preoccuparsi dei pochi. Oggi a Parigi si riuniscono i capi di stato e di governo dei paesi che fanno parte dell’Eurogruppo. La volta scorsa erano in quattro, oggi saranno in quattordici più Barroso e Trichet. Tremonti ha messo le mani avanti, ed io sono totalmente d’accordo con lui: non firmerà alcun documento che non contenga decisioni “forti” per politiche forti. Tremonti intende quello che intendiamo tutti: va bene salvare le banche pericolanti o già cadute, va benissimo porre in sicurezza risparmi e conti correnti. Ma il vero problema che si profila oggi dinnanzi a tutti i noi è dare una risposta ad una domanda precisa: cosa ne sarà dell’economia reale? L’Italia, fra tutti i quattordici, è quella che ha maggior bisogno di conoscere quello che si intende fare, perchè la sua è un’economia debole, recessiva rispetto alla Germania ad esempio, e quindi ha bisogno che non le venga a mancare l’ossigeno del credito. Specie per le piccole e medie imprese.

Smascherata in un libro di Steve Olson la povertà culturale del razzismo
Smascherata in un libro di Steve Olson la povertà culturale del razzismo
Grazie alle studio del Dna delle popolazioni, è stata messa a punto una mappa delle trasmigrazioni umane

Anche il più becero ultras da curva che urla “negro” al calciatore di colore ha origine africane. Per l’esattezza, discende da una relativamente piccola popolazione che, circa 100mila anni fa, mosse dall’Africa per occupare lentamente il mondo abitabile, anche passando dallo stretto di Bering quando era libero dai ghiacci. Grazie alle studio del Dna delle popolazioni, è stata messa a punto una mappa precisa di queste trasmigrazioni, e grazie alla comparazioni tra il patrimonio genetico si può affermare che non esiste sostanziale differenza, a parte quelle esterne, tra un europeo, un aborigeno e un cinese. Con il numero de “Le Scienze” in edicola è uscito il libro “Mappe della storia dell’uomo - il passato che è nei nostri geni”, scritto da Steve Olson. L’autore scrive: «Le ricerche di genetica stanno dimostrando che i gruppi umani sono troppo strettamente correlati per essere davvero diversi tra loro: le differenze sono soltanto superficiali. Le indagini sul nostro passato ci stanno rivelando che le differenze culturali tra i gruppi non possono avere origini biologiche». L’esame del Dna non serve solo al Ris per smascherare gli assassini: praticato su larga scala, smaschera anche la povertà culturale, oltre che umana, dei razzisti.

 Può un barista rifiutarsi di servire un extracomunitario?
Può un barista rifiutarsi di servire un extracomunitario?

 No, in quanto si tratta di un atto di discriminazione razziale punibile penalmente; è quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, Sezione Terza Penale, con sentenza n. 46783/2005, confermando la condanna alla pena di quattro mesi di reclusione inflitta dalla Corte d’Appello al gestore di un bar che si era rifiutato ripetutamente di servire le consumazioni richieste da cittadini extracomunitari, dichiarando espressamente di non voler servire alcun extra-comunitario. Secondo la Suprema Corte, il comportamento del gestore non ha avuto alcuna “ragione giustificatrice”, se non quella di “offendere la dignità dei cittadini extracomunitari a causa della loro diversa razza ed etnia”; il gestore è da ritenersi pertanto colpevole del delitto previsto dall’art. 3, comma 1, lett. a, L. n. 654/1975 (come modificato dall’art. 1 D.L. 122/1993, conv. con mod. in L. 25/06/1993, n. 205), il quale nel vietare ogni tipo di discriminazione, ravvisabile in atti, individuali o collettivi, di incitamento all’offesa della dignità di persone di diversa razza, etnia o religione, ovvero in comportamenti di effettiva offesa di tali persone, consistenti in parole, gesti e forme di violenza ispirati in modo univoco da intolleranza, delinea una figura di reato caratterizzato da dolo specifico, ossia dalla coscienza e volontà di offendere l’altrui dignità umana in considerazione della razza, dell’etnia o della religione dei soggetti nei cui confronti la condotta viene posta in essere o ai quali si riferisce.

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