«Il rincaro dei prezzi grava certamente sulle famiglie italiane, ma oggi il primo grande ostacolo da superare economicamente è l’appuntamento mensile del mutuo da pagare». Secondo Malaguti, presidente di Confconsumatori, apostrofa così la questione della ristrettezza economica, a causa della quale molti consumatori hanno dovuto rivedere le loro spese. «Sicuramente oggi la via costa caro, e certi alimenti sono stati sostituiti da analoghi offerti a un prezzo inferiore. E’ il caso ad esempio della carne bovina, rimpiazzata dalle carni bianche» fa notare Malaguti, che sottolinea anche come «davanti ai prezzi alle stelle di frutta e verdura, i consumatori preferiscano comprare nei mercati rionali, come quelli in occasione delle sagre paesane e delle fiere, in cui gli agricoltori allestiscono dei banchetti coi loro prodotti». Qualità ottima, genuinità al 100% «e tutti prodotti a chilometri zero, che passano direttamente dalle mani del produttore in quelle del consumatore, così che i prezzi sono molto più accessibili che nei supermercati». Tuttavia Malaguti ribadisce con ferma convinzione che oggi «si avrebbe bisogno di una boccata d’ossigeno nelle spese riguardanti affitto e servizi per la casa». Luce, acqua, riscaldamento, sono tutti servizi «il cui mercato non è ancora stato aperto, e in cui si avverte la mancanza di un’autorità garante capace di far fronte alla situazione infelice in cui ci si trova. Sono ambiti - continua Malaguti - in cui attualemente c’è ancora tanta confusione, dove la mano destra non sa cosa compie quella sinistra, con il risulto disastroso di una gran babele». «Il mutuo resta tuttavia il vero cappio al collo, al punto che, a mio parere, le banche dovrebbero di loro iniziativa, e senza bisogno di una legge, istituire una moratoria di un anno. Basterebbe questa pausa per dare un po’ di tregua ai risparmi dei consumatori e, soprattutto, più disciplina e ragionevolezza nei servizi» rimarca, tuttavia, il presidente, che lamenta come oltre a pensionati, universitari e lavoratori a reddito fisso, «il clima di recessione in cui siamo ha mietuto un’altra categoria di vittime: i separati». Confconsumatori denuncia, infatti, quanto sia sempre più dura per i soggetti che hanno alle spalle un divorzio, uomini e donne indistintamente, far fronte alle spese che derivano dalla separazione, specie se hanno a carico dei figli da mantenere. Ma ci sono anche altre categorie che vengono penalizzate dalla crisi economica. Tra queste, gli anziani, sono sicuramente quelli più indifesi. «Ancora oggi - scriveva Malaguti in una relazione inviata a Confconsumatori nazionale - i Comuni fanno pagare ingiustamente alla famiglie degli anziani ricoverati nelle case di riposo pubbliche, la differenza tra l’importo delle rette prestabilite e la pensione percepita dall’anziano. Tutto ciò è illegittimo e grave in quanto vìola la legge dello Stato e proprio da parte di chi, i Comuni, dovrebbero dare l’esempio ed essere garanti della inviolabilità delle normative». C’è poi un aspetto dimenticato che vale la pena ricordare: «Vanno ripensati i criteri che prevedono gli attuali assetti dei sistemi comunali fondati prevalentemente sulle decisioni di singole persone (gli assistenti sociali) e su valutazioni non solo oggettive, ma anche purtroppo soggettive. Deve ritornare - secondo Malaguti - il metodo delle decisioni collegiali fondate su elementi oggettivi e non soggettivi. Oggi tutto è demandati alla responsanbilità, ealla discrezionalità dei dirigenti. Ma chi controlla i dirigenti? Chi verifica il lavoro svolto?
Il caro vita ha cambiato le abitudini degli italiani e, inutile a dirlo, anche quelle riguardanti i generi alimentari. Pasta, pane, frutta e verdura sembrano essere i prodotti che hanno subito un aumento di prezzo, registrato già a partire dall’introduzione dell’euro. A seguito dei rincari nei prezzi, le stime dicono che tre italiani su quattro hanno cambiato le loro abitudini alimentari e anche i reggiani sembrano aver adeguato i loro consumi alimentari alla disponibilità mensile di cash nel portafoglio. «Il lavoro mi sottrae molto tempo e finisco sempre per fare la spesa nel supermercato vicino all’ufficio, essenzialmente per una questione di comodità» spiega Teresa Panciroli, aggiungendo anche di essere una consumatrice «attenta alle promozioni e alle offerte del giorno e del mese, approfittando anche delle agevolazioni pensate per i soci e della raccolta punti, perché - aggiunge - non si può certo negare che c’è stato un aumento dei prezzi esorbitante, specialmente negli ultimi tempi». Davanti al rincaro del prezzo del pane, uno degli alimenti la cui presenza sulla tavola degli italiani la si paga profumatamente, la donna si difende «facendo il pane in casa e così risparmio denaro e ottengo anche un prodotto più buono di quello che potrei comperare al supermercato». Ritorno alle origini e agli antichi sapori del giardino di casa come una volta anche per Vanessa Filia. «Sicuramente i prezzi dei prodotti tra le corsie dei supermercati sono cresciuti alle stelle e l’unico modo per difendersi un po’ è fare la spesa negli ingrossi in cui la merce costa meno, dove frequentemente ci si imbatte nei vantaggiosi 3X2, in cui paghi solo due dei tre alimenti che acquisti e riesci a risparmiare qualcosina» racconta Vanessa, che si ritiene tuttavia fortunata, perché «frutta e verdura, i cui prezzi sono a volte inaccessibili, me li procura mia madre che ha un orto abbastanza rifornito e almeno quella spesa posso evitarla», anche se questo non le impedisce di «spendere anche 40 euro per la spesa settimanale, mentre una volta al mese faccio incetta di prodotti come cibo in scatola, quelli dell’igiene della casa e della persona, sanitari e roba che può essere tenuta tranquillamente in cantina per mesi, sempre tenendo un occhio di riguardo per le promozioni». Nonostante questi stratagemmi, qualcuno ha dovuto, negli ultimi anni, variare un po’ il menù della spesa, talvolta in modo drastico, talvolta, invece, «aumentando semplicemente l’attenzione riposta nella lettura dell’etichetta e scegliendo prodotti di media qualità, una sorta di via di mezzo che mi permette di concedermi un po’ di tutto senza dover sborsare cifre elevate» come afferma Vito Tiano. «La pasta, il pane frutta e verdura sono gli alimenti che, secondo me, hanno registrato un rincaro del 30% circa, anche se si va a fare la spesa nei discount e nelle grandi catene di ipermercati» continua Tiano, puntualizzando però che «il discorso degli ortaggi è vincolato al fatto che a volte i prezzi più alti sono legati al loro essere fuori stagione, peculiarità che ha un certo valore economico». Molte rinunce e parecchi tagli, invece, li ha dovuti fare Salvatore Stanco, disoccupato e in attesa, da quattro anni, dei soldi della liquidazione che gli deve l’assicurazione dopo l’incidente in cui è stato coinvolto. «Per la mia famiglia, data la mia situazione precaria, sta diventando difficile anche fare spesa nei discount». Stanco lamenta che «i prezzi sono veramente alti, anche quattro volte di più, e sulla tavola non c’è più posto per tutto come una volta. Basta pensare che se vuoi comprare alimenti come il pane o la frutta, se una volta te la cavavi con 4mila £, oggi ti partono almeno 5 euro». A detta dell’uomo, però, la situazione nel Sud Italia è diversa «e lì si riesce ancora a fare la spesa senza spendere tanto e sicuramente i prezzi sono nettamente inferiori». La maggior parte dei reggiani, però, non transige sulla qualità di ciò che viene servito sulla tavola, a testimonianza delle stime che citano gli italiani tra i più sensibili in Europa alle caratteristiche del cibo nel carrello. «L’origine dei prodotti alimentari, la loro freschezza, genuinità e qualità è fondamentale per me e non ammetto ripiegamenti su qualità scadente o pessima. Posso risparmiare sull’abbigliamento o su altre cose più frivole, ma non su ciò che ho nel piatto». Curioso è il fatto, poi, che nei discount cittadini si incontrino non solo famiglie e persone straniere, ma anche parecchi studenti universitari fuori sede. Diego, che divide le spese dell’appartamento con altri due universitari come lui, spiega infatti che «mancando a Reggio una mensa universitaria con prezzi convenizonati per gli studenti, siamo costretti a venire a far spesa in questi centri all’ingrosso, in cui si possono trovare prodotti a prezzi più bassi rispetto agli analoghi venduti in altre tipologie di negozi. La qualità non è delle migliori, anche perché spesso frutta e verdura sono d’importazione estera, ma noi studenti dobbiamo anche sostenere le spese di affitto, bollette e tasse universitarie e così ci adeguiamo». Diego racconta che, in genere, per risparmiare il più possibile e, magari, concedersi qualche soddisfazione mangereccia in più, ci si ingegna. «Via libera alle promozioni settimanali, al pane a fette confezionato che dura qualche giorno, per non essere costretto a comperarlo ogni mattina, a frutta e verdura di stagione e carne una sola volta alla settimana, perché purtroppo i prezzi per questo prodotto restano alti anche al discount, in cui si lasciano mediamente 30 euro a settimana».
Vediamo, settore per settore, quanto il costo della vita incide sui bilanci delle famiglie.
AFFITTI
Il Sunia (il sindacato unitario nazionale degli inquilini ed assegnatari) ha presentato recentemente i risultati dell’indagine semestrale (dicembre 2007-giugno 2008) “L’offerta di abitazioni in affitto”. Sono stati presi in esame i canoni medi di locazione nelle aree metropolitane e l’incidenza sui redditi delle famiglie. L’aumento medio dei canoni è stato del 5,2% rispetto al 2007. Nonostante la stagnazione del mercato immobiliare i costi delle locazioni continuano a crescere. «Un mercato - ha dichiarato il Segretario Generale del Sunia - dove non esiste più nessun rispetto delle regole e nessuna possibilità reale di contrattare il canone di locazione». Qualche esempio: a Roma e Milano per una famiglia con un reddito medio rispettivamente di 15mila e 22.500 euro annui non c’è possibilità di accesso al mercato dell’affitto.
MERCATO IMMOBILIARE
In Spagna si è arrivati al “due al prezzo di uno”, negli Usa e in Gran Bretagna i prezzi sono scesi con percentuali a due cifre. In Italia le quotazioni immobiliari “tengono” ma a prezzo di uno stallo delle compravendite che sta per diventare paralisi. L'allarme, lanciato già un anno fa dalla Fiaip (la Federazione degli agenti immobiliari), viene confermato oggi dall'Ance (l'associazione dei costruttori): si sta aprendo una fase che - afferma il presidente dell’Ance, Buzzetti – si può definire di recessione e difficoltà anche per il settore delle costruzioni, dopo nove anni consecutivi di crescita. Un periodo iniziato nel secondo semestre 2008 che tenderà a peggiorare nel 2009. L'allarme lanciato dall'Ance si aggiunge a una congiuntura che è già nera per il settore immobiliare: anche le compravendite sono in fase di calo notevole, il 14%, ma gli osservatori di settore valutano per il 2008 un calo delle compravendite che potrebbe arrivare fino al 16%. Ma ciò che preoccupa maggiormente tutti gli operatori del settore immobiliare è lo stallo delle compravendite, accentuato negli ultimi mesi dalla stretta al credito dovuta alla crisi finanziaria. Oltretutto, tutto ciò ha creato ulteriori difficoltà a tanti italiani: negli ultimi mesi, con lo stop delle compravendite, molti sin sono riversati sul mercato degli affitti che sono saliti in modo significativo (dato ufficiale Sunia 5,2%), mettendo in difficoltà circa 600 mila famiglie.
AUTOMOBILE
Con la crisi economica mondiale per l’automobile va sempre peggio: i prezzi dei beni e servizi necessari per utilizzare la macchina sono aumentati negli ultimi 12 mesi dell'8,2% mentre nello stesso periodo il tasso di inflazione è stato del 3,8%. Il dato, allarmante, è stato presentato in questi giorni dal “Centro Studi Promotor” che ha evidenziato come la forte crescita dei costi di esercizio dell'auto è certamente tra le cause del rallentamento del mercato automobilistico italiano: tale crescita è stata abnorme e non soltanto per l'incremento dei carburanti, ma anche per altre voci. Certo il prezzo dei carburanti ha contribuito in modo significativo a segnare la crisi del settore: sempre secondo questo recente studio i carburanti, nonostante il raffreddamento nelle ultime settimane del prezzo del petrolio, e, in misura molto più contenuta anche dei prezzi alla pompa, mostrano ancora nei prezzi di settembre una crescita tendenziale dell'11,4% per le benzine e di ben il 17,5% per gli altri carburanti. Non mancano tuttavia prodotti e servizi che negli ultimi dodici mesi fanno registrare tassi di crescita più contenuti del tasso dell'inflazione (3,8%). I pedaggi autostradali sono aumentati del 3,2%, i prezzi per le manutenzioni del 2,5%, i premi di assicurazione del 2,3%, i prezzi dei garage e dei parcheggi del 2,1% e i prezzi degli pneumatici del 2%.
OCCUPAZIONE, PIL E CONSUMI
Quando c’è crisi il primo mercato colpito è proprio quello del lavoro: aumenta il tasso di disoccupazione perché diminuisce la domanda di beni e servizi in quanto i consumatori, a causa dell'aumento del costo della vita e a causa dell'incertezza, sono meno propensi a spendere (anche il settore pubblico viene colpito in quanto se diminuisce il reddito prodotto, diminuisce anche il gettito fiscale e, di conseguenza, lo stato deve tagliare le spese). E infatti, secondo l'Agenzia internazionale sul Lavoro, ente internazionale che fa parte dell'Onu, tra le ricadute negative che la crisi dei mercati sta portando e porterà a lungo termine c’e' anche quella di un netto incremento della disoccupazione. Il difficile momento finanziario, secondo le stime dell’agenzia, creerà 20 milioni di disoccupati in più nel mondo entro la fine del 2009. I settori più colpiti saranno infrastrutture, finanza, costruzioni, servizi e turismo. L’allarme è stato lanciato dal direttore generale dell’Agenzia. Il numero dei disoccupati, secondo le stime, potrebbe salire dai 190 milioni del 2007 a 210 milioni a fine 2009. Intanto l’economia italiana è in piena recessione. Secondo i dati Prometeia, il Pil calerà dello 0,2% nel 2008 e dello 0,4% il prossimo anno (ma secondo altre fonti il calo previsto per il 2009 è addirittura maggiore). Per quanto riguarda i consumi i dati sono ancora più allarmanti: crollano e sono stimati in discesa dello 0,6% quest'anno e dello 0,5% nel 2009. La crisi finanziaria ha accelerato la caduta dei consumi e il declino dei negozi tradizionali, a favore di hard discount e supermercati. I dati Istat sulle vendite al dettaglio di agosto mostrano un arretramento delle cd. “imprese operanti su piccole superfici” (cioè i negozi) del 3%. Di contro, le vendite degli hard discount sono aumentate su base annua del 3%, dell’1% quelle dei supermercati. Il segnale di una tendenza in atto da tempo, certo: «Negli ultimi 10 anni hanno chiuso mezzo milione di negozi - dice il presidente della Confcommercio Carlo Sangalli. Ma a questa tendenza adesso si uniscono la sfiducia delle famiglie e l’inversione di segno del credito al consumo, che nel 2008 si è praticamente arrestato dopo anni di crescita ininterrotta.
ALIMENTARI E BENI PRIMARI
Secondo le rilevazioni del Ministero del Tesoro vi sono stati aumenti record nei primi sei mesi del 2008 per tutti i generi di prima necessità. E’ stato preso in esame l'indice dei prezzi del paniere di famiglie e impiegati: il prezzo della pasta è salito del 30,4%, ma si sono registrati forti i rincari anche per pane e latte, rispettivamente 13,2% e 11,8%. L’aumento si è delineato nonostante il prezzo di grano duro e frumento tenero sia calato nel semestre in esame rispettivamente del 25,1% e del 13,6%. L’unico prezzo in calo è stato quello dei medicinali, in discesa dell’8,6%. Luce e gas, anche a causa del caro petrolio, avevano fatto registrare aumenti del 9,2% e del 9%. Il settore dei trasporti, + 9,2%, ha dovuto fare i conti con l'aumento dei biglietti dei trasporti pubblici (9,2%), dei treni (6,4%), e dei traghetti (6,2%). In rialzo sensibile anche i pedaggi autostradali, aumentati del 7,7%. Oltre agli alimentari, sono aumentate poi le tariffe Rc auto e, come già visto, gli affitti. Quasi fermi invece i medicinali a prezzo libero (0,7%) e gli alberghi (-0,8%), questi ultimi in calo per la prima volta negli ultimi dieci anni.
IL BIOLOGICO ESULTA
Per finire una nota positiva. In questo periodo di crisi, c'è un settore che gode di ottima salute, almeno in Italia: quello dei prodotti biologici. Precipitano i consumi ma non quelli bio, che addirittura aumentano. Non solo. Secondo le associazioni di categoria, questi generi alimentari hanno resistito all'inflazione meglio dei concorrenti. Ma i risultati non sono solo economici. L'agricoltura alternativa a quella convenzionale, dicono i suoi sostenitori, non fa solo bene alle tasche ma anche all'ambiente e aiuta a combattere i cambiamenti climatici. Tutto ciò è particolarmente confortante anche perché va tenuto in considerazione un dato esenziale: con oltre un milione di ettari e più di 50mila aziende biologiche, l'Italia è il primo paese produttore in Europa (dove sono italiane il 37% delle imprese) e il terzo al mondo dopo Australia e Argentina (dati Tuttobio 2008).
Il mondo cambia. Purtroppo in peggio. Tutte le certezze sulle quali i nostri padri hanno costruito città e stati sono state spazzate via da una crisi fra le più gravi del nostro tempo. Una crisi che non è soltanto finanziaria, frutto di un eccesso di libertà speculativa, di promesse ingannevoli, di speranze illusorie. Una crisi derivata dalla convinzione che solo i soldi potevano generare soldi. Su questo principio si sono costruite economie fasulle che hanno creato colossi dai piedi d’argilla. E così la crisi ,che si è abbattuta sul mondo ,lascia sul terreno decine di milioni di vittime con un risultato paradossale: le vecchie povertà si sono trasformate in indigenza, mentre le antiche ricchezze hanno solo cambiato faccia col risultato che i nuovi ricchi, coloro i quali hanno tratto vantaggi dall’iperspeculazione finanziaria, sono oggi ancora più ricchi. Basti pensare a quell’anonimo Burdett di cui ignoravano l’esistenza e che oggi con i suoi 58 miliardi di dollari di capitale si è seduto sul trono di Paperon de’ Paperoni. Oggi gli analisti, coloro che sanno leggere dietro le cifre, gli indici e quant’altro documenta la nostra irreversibile decadenza a vantaggio di nuove società ipermodernizzate anche nell’accumulo di capitali (la Cina ha in cambusa qualcosa come 2000 miliardi di dollari che non sa come spendere se non acquistando quote del debito degli Stati Uniti), licenziano previsioni sempre più pessimistiche sul futuro nostro e dei nostri figli. Quanto durerà questo crisi? Chi dice un anno, chi addirittura cinque. Interi sistemi Paese sono a rischio. Ho già scritto che i fondi sovrani dei Paesi produttori di petrolio, se volessero mettere mano sulla crisi incombente si comprerebbero interi paesi, compreso il nostro, con poche centinaia di miliardi di dollari. “Il Sole-24 Ore”, il quotidiano di Confindustria al di sopra di ogni sospetto, ieri titolava: “Tripoli ora punta a Telecom e Generali”. E vai col muezzin. Si sta determinando un nuovo colonialismo in cui alle truppe d’assalto si sostituiscono gli sceicchi d’assalto. Abu Dabi, che tutti vorrebbero come partner data l’affidabilità del loro sistema politico, sta alla finestra. Ogni tanto fa qualche puntata, come se l’Europa e gli Stati Uniti fossero un tavolo da roulette. Allunga la mano, ma ritira il braccio. Osserva e scruta. Gheddafi invece si butta quasi a vendicarsi del fatto che l’impresa libica del 1911 fu pagata dalla Banca di Roma oggi finita nel calderone Unicredit. Naturalmente un intero continente in crisi, con banche pericolanti, imprese col fiato corto, intere generazioni di operai, impiegati, studenti, ricercatori, insegnanti non solo sull’orlo di una crisi di nervi, ma addirittura in balia di un qualche cosa che verrà, ma che non sa che cosa sarà, è soggetto ad ogni pericolo, dalla soluzione autoritaria alla dipendenza economica nei confronti dei più ricchi. Ma al di là di questo tipo di considerazione che, in epoca di recessione, possono apparire ovvie, sul terreno della battaglia finanziaria c’è una intera classe sociale morta, sparita. Chi sono i veri desaparecidos della crisi? Sono i componenti di quello che storicamente viene definito come ” ceto medio”. Quella che negli Stati Uniti,. la madre di tutte le crisi, si chiama ” middle class”. E’ difficile dare una definizione precisa del ceto medio. Si tratterebbe di quella classe sociale che sta in mezzo fra la povertà e la ricchezza ed è rappresentativa delle professioni manuali o intellettuali che dir si voglia. Questa classe che, sin dai tempi della rivoluzione industriale, ha costituito il nerbo, la spina dorsale di ogni sistema paese e che con le sue pulsioni ha dato un senso all’evoluzione democratica delle nazioni, ma che ad ogni accenno di paura ha anche sostenuto tutte le imprese autoritarie e dittatoriali, orbene questa classe oggi non c’è più. Coloro i quali sino a ieri potevano definirsi appartenenti al ” ceto medio”, oggi costituiscono la categoria delle nuove povertà. Intellettualmente e culturalmente appartengono ad un ceto diverso, addirittura superiore alla classe dei poveri verso i quali stanno scivolando irrimediabilmente cercando comunque di mantenere storicamente quella dignità di cui facevano mostra in passato. Il che rende ancor più triste la loro condizione psicologica. Hanno contratto il mutuo per acquistare la casa ed oggi devono scegliere fra mantenere la famiglia, mandare i figli a scuola, oppure pagare il mutuo. E’ la condizione più avvilente che una persona possa vivere. I poveri sostanzialmente sono psicologicamente rassegnati al loro status. Sanno che le provvidenze e la carità verranno sempre loro incontro. Ma chi povero non lo è mai stato ed oggi si trova a vivere questa condizione difficilmente si rassegna, non riesce ad adattarsi, si vergogna di se stesso e soprattutto si vergogna nei confronti della famiglia. Ed è in queste situazioni che emergono figure tristi, malevole, il cui solo nominarle indigna profondamente, e che approfittano di questo momento per scaricare sul prossimo tutta la loro ignominia. Penso ai falsi amici, ai falsi soccorritori, a coloro che ti danno una pacca sulla spalla e che ipocritamente pensano di soccorrerti. Il bisogno costringe ad allungare la mano, ma alla fine ti trovi nelle mani dello strozzino, figura peggiore della banca che ti ha rifilato i fondi della Lehman-Brothers, o della Parmalat, sottoscrivendo i quali ti sei mangiato il ” tesoretto” accumulato nel corso di una vita di lavoro. Mentre l’economia decade e la società ne sopporta le conseguenze ,il ceto medio soccombe denunciando la propria inconsistenza e convinto che il solo senso morale non riuscirà a salvarlo. Se questa middle class, che ha fatto la storia delle modernizzazione dei paesi, soccombe all’immanenza della cronaca, chi invece dovrebbe guardare al futuro con giusta prospettiva, si vede frustrato nelle proprie speranze da una situazione di assoluta precarietà derivante in parte dalla crisi economica, ma anche da un contesto politico che privilegia il soddisfacimento dei bisogni immediati, piuttosto che le indicazioni di prospettiva a lungo termine. E’ anche questo uno degli aspetti che determinano le nuove povertà. Una scuola che non attende ai bisogni delle nuove generazioni è inevitabilmente destinata a creare illusioni, per le quali sa già in partenza di non poter riuscire a tradurre in realtà. Si dà la colpa alla globalizzazione che sarebbe essa stessa l’origine della crisi in atto. Quindi un intero mondo che ruota attorno alla velocità della competizione economica. Ma questo è un dato strutturale nel senso che nel momento in cui l’intero sistema mondiale si affida alla velocità delle tecnologie, la globalizzazione è la naturale conseguenza. Il bisogno è un altro: ovverossia mettere le giovani generazioni nelle migliori condizioni per reggere culturalmente al fenomeno invasivo della globalizzazione. Quindi occorre una massima apertura nelle università alla ricerca ed una stretta cooperazione fra il mondo dello studio e quello dell’impresa. Fino a quando università ed impresa vivranno in mondi separati, ciascuno teso a conservare i privilegi derivanti dal proprio particulare, un Paese vivrà sempre in una condizione di arretratezza culturale che lo renderà succube, per non dire vassallo di quei Paesi che invece sulla ricerca, lo studio e la acculturazione dei giovani ci giocano il futuro. Il mondo è cambiato più di quanto possano cambiarlo le rivoluzioni. Per cambiarlo ha potuto più il fallimento delle banche , delle assicurazioni, dei fondi di investimento di tutti i Fidel Castro del mondo. E’ tempo di passare dalla finanza creativa alla economia reale.
In un periodo di forte crisi economica quale è quello che stiamo vivendo è più che mai utile fare ricorso, ove possibile, a piccoli accorgimenti per cercare di risparmiare qualche soldo. I budget delle famiglie sono in sofferenza e vanno pertanto curati: certo, nessuno ha la ricetta per risolvere in modo sistematico il problema, ma almeno si può tentare di individuare qualche utile consiglio per muoversi con maggiore accortezza e agire quindi più saggiamente nell’operare le piccole scelte che caratterizzano la nostra vita. Abbiamo scelto di concentrare in tal senso la nostra attenzione sul alcuni aspetti del nostro vivere quotidiano che riteniamo possano costituire una buona occasione di risparmio, se approcciati in modo oculato: conti correnti, mutui, telefonia, assicurazioni.
CONTI CORRENTI
Sono oramai trascorsi molti anni da che il conto corrente rendeva e consentiva, alla fine dell’anno, di guadagnare una somma significativa di interessi. La crisi economica e il crollo dei tassi hanno fatto si, però, che abbia smesso da tempo di essere una forma di investimento (ammesso che lo sia mai stata davvero). Il buon vecchio conto corrente non esiste più: quello che oggi è denominato tale è in realtà uno strumento più complesso che consente di accedere a numerosi servizi bancari (gestione della liquidità, incassi, pagamenti, finanziamenti, rilascio carte di credito e di bancomat, acquisti di titoli, operatività su internet) che, naturalmente, hanno un costo e che, specie se non si sono concordate condizioni vantaggiose, a fine anno risultano spesso essere costati più di quanto abbiano reso gli interessi attivi. La morale è che più si utilizzano gli strumenti bancari più si finisce con il dover pagare.
Prima di aprire un conto
Per questo il primo accorgimento, per chi apre un conto, è cercare di concordare con la banca un costo del servizio fisso valido per un numero illimitato di operazioni, piuttosto che puntare ad abbassare il costo della singola operazione. In sostanza, prima di aprire un conto, è bene chiedersi: Quale giacenza voglio tenere sul conto? Il conto è personale o per la famiglia? Quante operazioni annue stimo di fare? Bancomat e carte di credito mi servono davvero? Ho intenzione di investire in titoli o fondi? Potrei aver bisogno di prestiti? Ho intenzione di operare “on line”? Sono questi i parametri sui quali mettere a confronto i costi dei servizi offerti dalle banche. Infatti, aprire un conto è quasi sempre gratuito o comunque non particolarmente oneroso ma lo sono senz’altro la sua tenuta ed il suo utilizzo.
I consigli
MUTUI
Che dire dei mutui più di quanto non sia già stato detto nel corso degli ultimi due anni? Che siano una voce importante di spesa per molte famiglie e che, a livello mondiale abbiano avuto molta influenza sulla crisi economica è indubbio. Proprio per questo qualche buon consiglio vale la pena di spenderlo anche su questo argomento (d’altronde se non è un bene primario la casa…). Si è sempre sostenuto che spendere soldi per pagare un mutuo è comunque meglio che gettare via denaro ogni mese per l’affitto di una casa di cui non saremo mai proprietari. Questo è vero in teoria. Perché nella pratica ci si ritrova a dover fare ci conti con la disponibilità finanziaria reale, ossia quella attuale e quella ipotizzata per il futuro. E’ questa la ragione per la quale un impegno finanziario come l’acquisto di una casa deve essere valutato con estrema attenzione, assolutamente senza fretta e badando a non fare il passo più lungo della gamba.
La prima cosa da fare
La prima cosa da fare è valutare è l’importo mensile che può avere la rata che si è in grado di pagare senza fare i salti mortali: una regola diffusa e di buon senso suggerisce che la rata generalmente sostenibile sia quella che non oltrepassa il 30% delle entrate medie della famiglia in un dato periodo (salvo entrate varie ed una tantum come, per esempio, liquidazioni o eredità).
Una rosa di proposte
Ulteriori accorgimenti di cui tenere conto prima di accendere un mutuo consigliano poi di valutare e mettere a confronto più proposte possibile: non va preso in considerazione solo il tasso di interesse praticato dalla banca ma anche le spese per l’istruttoria e la perizia, l’assicurazione, la gestione, le spese notarili e persino le spese bancarie per il pagamento della rata.
Riflettere sulla durata
E’ importante poi riflettere con attenzione in merito alla durata del mutuo che si vuole scegliere: più è lungo il mutuo più saranno basse le rate ma maggiori gli interessi e quindi la somma totale che alla scadenza del mutuo sarà stata versata; potendo è sempre meglio stringere i denti e farsi carico di rate maggiori ma per periodi più brevi.
Attenzione ai tassi allettanti
E’ importante prestare attenzione alle proposte con tassi di ingresso troppo allettanti: a regime molto spesso il rimborso di questi mutui diventa oneroso e si “mangia” tutto il vantaggio iniziale. Per quanto riguarda poi la scelta tra mutuo a tasso fisso o variabile crediamo che oramai, stanti le incertezze del mercato, più nessuno abbia dubbi sul fatto che un mutuo a tasso fisso è di gran lunga più sicuro e quindi preferibile (ma c’è sempre chi ha voglia di rischiare).
TELEFONIA
La comunicazione elettronica e telematica, e quindi il telefono, è una delle passioni più diffuse tra gli italiani, tanto da farne una delle voci principali del bilancio delle famiglie; per questa ragione le compagnie telefoniche si fronteggiano quotidianamente, con incessanti battage pubblicitari quotidiani, per conquistare clienti. Ma quali regole bisogna seguire per scegliere l’operatore più conveniente e riuscire a districarsi tra centinaia di promozioni e piani tariffari differenti?
Charirsi le idee sulle proprie esigenze
Innanzitutto bisogna capire quale sia l’uso effettivo che si fa del telefono, o meglio, della linea telefonica (perché c’è anche internet) e di quali servizi si necessita. Per quanto riguarda la telefonia fissa, coloro che da casa fanno molte chiamate ai numeri di rete fissa nazionale o locale conviene si orientino verso offerte di tipo “flat”, ossia quelle che contemplano la possibilità di utilizzare la linea telefonica senza alcun limite di tempo a fronte del pagamento di un canone fisso. Il medesimo concetto della tariffazione a canone fisso si sta affermando anche per quanto riguarda i servizi di connessione internet; in questo caso l’unico inconveniente può essere rappresentato dalla copertura del servizio: la tariffa a canone ha senso naturalmente solo ove sia disponibile una linea telefonica a banda larga ma se in tal senso i grandi centri urbani sono serviti da tutti gli operatori, non si può dire lo stesso per le zone rurali o periferiche non ancora raggiunte dalla banda larga.
Sulla telefonia mobile
Riguardo alla telefonia mobile va evidenziato che l’Italia è uno dei paesi al mondo dove i telefonini hanno maggior diffusione: non è un caso, infatti, che secondo le statistiche più recenti almeno la metà degli italiani abbia due o più cellulari in tasca. C’è da aggiungere, inoltre, che alla rapida diffusione dei telefoni cellulari ha contribuito in modo significativo anche l’introduzione delle tessere ricaricabili, inventate e sperimentate per la prima volta al mondo proprio qui da noi.
Tariffe per i cellulari
A proposito di tariffe per cellulari va evidenziato che le differenze tra ricaricabili ed abbonamenti sono ridottissime (è chiaro che se non fosse così le une escluderebbero immediatamente le altre dal mercato): è chiaro quindi che per riuscire ad orientarsi al meglio nella scelta del piano tariffario occorre valutare il tipo di uso che si intende fare dell’apparecchio. Ad esempio, chi chiama molto spesso numeri dello stesso operatore oppure usufruisce di servizi di roaming oppure comunica prevalentemente con gli SMS sarà opportuno che si orienti su tariffazioni dedicate che prevedono costi particolarmente vantaggiosi per i singoli servizi di maggior interesse personale.
Cambiare operatore senza cambiare numero
Oltre a questi aspetti è opportuno porre in evidenza una clausola molto importante l’introduzione della quale è relativamente recente: si chiama “number portability”, o trasportabilità del numero, e consente di cambiare operatore mantenendo sempre lo stesso numero telefonico. Questo meccanismo è particolarmente favorevole per gli utenti in quanto permette loro di sfruttare al massimo i benefici della concorrenza tra compagnie, che oggi si sfidano offrendo non solo servizi ma anche gli apparati a prezzi bassissimi, se non addirittura gratuitamente. Attenzione però, ogni medaglia ha il proprio rovescio: in caso ci si voglia avvalere di questa opzione, prima di passare al nuovo operatore bisogna prestare una certa attenzione alle clausole contrattuali che spesso obbligano di fatto il cliente a rimanere fedele all’operatore per un periodo di tempo minimo (questa cautela è in genere contemplata da tutti gli operatori).
ASSICURAZIONI
Le assicurazioni, tanto odiate (forse come e più delle banche) e tanto amate (chi può rinunciarci?) sono croce (quando si paga) e delizia (quando si incassa) degli italiani. Si, perché per l’automobile non se ne può fare a meno, essendo obbligatoria la polizza RC (responsabilità civile). Per la casa poi è vivamente consigliata. Per il resto, dal furto ai viaggi, dalla tutela sanitaria a quella legale, sino alle assicurazioni sulla vita, dipende solo dall’inclinazione del singolo, dalla sua propensione ad accettare dei rischi e dalla disponibilità ad investire in polizze più o meno onerosa. In questa sede vediamo quali sono le risposte ai dubbi che sorgono in modo ricorrente quando si stipula una polizza auto o casa (cioè le più diffuse) e i consigli per non correre rischi inutili.
Dati esatti sul contratto
Con riguardo all’auto va sottolineato che è importante che i dati riportati sul contratto stipulato fra automobilista e compagnia siano esatti. Se solo un numero fosse errato, la compagnia, in caso di incidente, liquiderebbe i danni ma potrebbe esercitare il diritto di rivalsa sull’assicurato.
Circolare 15 giorni con la polizza scaduta
Se una polizza è scaduta si può circolare per 15 giorni oltre la data di scadenza, essendo ancora operante la copertura; non c’è quindi bisogno di correre due mesi prima della scadenza della stessa a pagare il premio per il rinnovo: i giorni di valuta teniamoceli cari senza regalarli inutilmente all’assicurazione. Attenzione però: dopo i 15 giorni dalla scadenza la copertura è sospesa, è bene ricordarlo così come è bene ricordare che sarebbe sempre meglio non rischiare riducendosi a pagare l’ultimo giorno.
La constatazione amichevole conviene
Anche se gli assicuratori scoraggiano dal farlo, ci sono casi nei quali liquidare direttamente colui che abbiamo danneggiato conviene più che compilare una constatazione amichevole facendo così scattare (in senso peggiorativo) la classe di merito bonus-malus. Il vantaggio, evidente per i piccoli danni, può esserci anche per quelli più consistenti. Una retrocessione infatti fa pagare la quota prevista per una classe tre volte peggiore: si, perché anziché salire, per esempio, dall’ottava classe alla settima, si scende alla decima. Peggio ancora: per tutti gli anni successivi si continuerà a pagare una differenza di tre classi, con un effetto moltiplicatore che rende salatissimo quel minuscolo graffio a una portiera altrui causato nel parcheggio di un supermercato.
Se chi guida ha meno di 25 anni...
Attenzione anche se a guidare l’auto è un figlio che ha meno di 25 anni: in teoria tale opzione va dichiarata all’atto della stipula della polizza e il premio da pagare sale sensibilmente. Molti fanno finta di niente ma si espongono a rischi che è senz’altro meglio evitare.
Non vanno in piazza a sfilare contro le Istituzioni, non occupano scuole, non urlano sui giornali per rivendicare dignità. Eppure dalle istituzioni, dalla scuola e dai giornali si aspettano che facciano ognuno la propria parte. Perché loro l’hanno fatta. Sono le famiglie numerose con tre o più figli. A Reggio, l’associazione omonima conta a livello di iscritti più di 120 famiglie per 750 persone. In tutta la provincia di Reggio però sono 1000 le famiglie con 4 figli e 5.500 quelle con tre. Sono loro, e non il single che troneggia oggi nelle pagine pubblicitarie i veri destinatari della crisi dell’economia reale che anche a Reggio sta iniziando a fare sentire pesantemente i suoi effetti. Luigi Picchi, è il portavoce reggiano dell’associazione. Che limitazioni sono costrette a subire? Che tipo di rinunce? Chi veramente vuole aiutare la famiglia italiana, il vero motore dell’economia italiana? Se questo è un paese per vecchi, chi ha moglie e 3, 4 o anche 5 figli si sente ostaggio di una logica che, da un lato fa chiedere tanti sacrifici, dall’altro non compensa come dovrebbe le spese sostenute. «Tra i nostri associati - spiega Picchi - abbiamo famiglie anche con 6, 7 e 8 figli, ma anche coppie che sono già in crisi con tre figli». C’è una famiglia iscritta, che vive in un comune della provincia alla quale il destino ha riservato una gioia di quelle portentose: 3 gemellini. Tutti sani e tutti belli. Nell’epoca del figlio unico, si sono dovuti rimboccare le maniche da subito. E mentre gli altri si abituano gradualmente ad averne uno, di figli, e poi due e poi tre, magari dopo dieci anni di matrimonio, loro si sono ritrovati come un maratoneta, che ai blocchi di partenza parte in salita. Tripla razione di pannolini, di pappe, di latte, notti insonni e tripla razione di gocce di tachipirina, di seggiolini per auto, di scorte di bavaglini ricamati e di body. Ci pensate? Ma anche tripla razione di soldi che per i figli, è sufficiente anche averne solo uno, non bastano mai. Figuriamoci a casa loro. «Oggi - spiega Picchi - quei piccoli hanno 14 mesi e hanno appena iniziato il nido, ma non sanno ancora che i loro genitori, tramite l’associazione stanno cercando in tutti i modi di alleviare le spese che alla fine del mese bruciano come una scottatura». Non è facile farsi aprire le porte di casa per raccontare la propria condizione di nuovi poveri. Sì. E il termine non è nè offensivo per loro, nè riduttivo per chi misero e indigente lo è da tempo e magari non vive come loro in una casa di mattoni. Ecco perché. «Se parliamo di nuovi poveri - spiega Picchi - la storia di molte nostre famiglie è centrata. Immaginate un impiegato di una azienda reggiana. Guadagna discretamente. Sua moglie è operaia. Ma è sulle uscite che mi vorrei concentrare, più che sulle entrate». «L’asilo nido - insiste Picchi - facendo le medie dei nostri comuni costa poco più di 800 euro al mese per tre bimbi. A volte è necessario, tenuto conto che molti dei nostri associati non possono fare diversamente perché spesso non ricevono aiuti dai genitori». Ci sono poi famiglie che ad esempio sono costrette a prendere anche una tata che aiuti la mamma nella cura dei bimbi. Come si faceva una volta, solo che oggi, invece che governanti si chiamano badanti: vivono con loro e in genere percepiscono, una volta regolarizzate, uno stipendio di circa 1.200 euro». Spesso, nei confronti di queste famiglie allargate, si vivono dei pregiudizi, come se fosse una colpa avere tanti bimbi in casa. «Hai voluto tanti figli, arrangiati», sembra sentenziare la coscienza di una società sorda alle loro richieste. Così il tema famiglie numerose viene progressivamente accantonato dal dibattito. E una riprova la si ha leggendo i giornali di questi ultimi tempi dove alla crisi economica vengono riservate a volte, dalle 2 alle 4 pagine. «Vorrei soltanto che si conoscesse la realtà - insiste Picchi -. E la nostra realtà dice che da tempo abbiamo chiesto ai Comuni dove risiedono i nostri associati, delle riduzioni di rette o tariffe». Le amministrazioni che fanno? «Con Ato, rappresentante dei comuni, abbiamo raggiunto un accordo in ordine alla tariffazione sull’acqua, ma in generale, molti comuni si impegnano a ridurre le rette degli asili, poi però rimane tutto lettera morta». Alle famiglie non resta che aspettare, mentre chi non aspetta invece sono le rette, le rate, i mutui. C’è una nostra famiglia con tre figli che sta seriamente pensando di toglierne uno dall’asilo. Semplicemente non ce la fa, tenuto conto che hanno anche un mutuo casa da pagare di 1.200 €. Ci sono casi in cui solo per il mutuo, la retta dell’asilo e la tata, si arriva a spendere sui 3.000 euro. Molto al di sotto del reddito mensile dei coniugi. C’è anche chi chiede un aiuto perché non riesce a fare la spesa alimentare. E’ giusto?». Senza contare che a quella cifra si devono aggiungere le spese ordinarie, il supermercato, e quelle straordinarie, come un guasto alla macchina, un apparecchio ortodontico o un imprevisto qualsiasi. La voce è di quelle che sa di gridare nel vuoto. Le famiglie numerose ancora rispondono a criteri di puro volontariato, dato che a livello di governo, l’associazione Famiglie numerose non è certo considerata come una lobby in grado di influenzare Finanziarie e Bilanci comunali. E’ l’annoso problema, che si ripete ogni anno, ad ogni elezione, della tutela e la valorizzazione della famiglia. Un capitolo sempre aperto e sempre richiuso. Anche adesso, come sembra di intuire dalle recenti parole del sottosegretario attuale alle politiche familiari Carlo Giovanardi, che ha annunciato una sforbiciata del 32% al fondo per le famiglie dove a farne le spese saranno i consultori familiari e le bollette sociali per le famiglie numerose. Eppure il meccanismo dovrebbe essere abbastanza semplice: l’economia ha bisogno di consumi interni. Consuma di più un single o una famiglia composta da cinque o sei persone? Se queste riducono i consumi a risentirne è l’economia reale. Ecco perché il Forum nazionale delle associazioni familiari, ha chiesto un incontro con il premier Berlusconi, che in passato si era mostrato disponibile a parlare alle e delle famiglie con figli a carico, proponendo il quoziente familiare nel sistema tributario. Era la campagna elettorale, ma e le famiglie stanno ancora aspettando. Così, mentre ci si concentra sugli sgravi alle imprese e gli aiuti di stato alle banche, la famiglia rimane a piedi. «Speriamo - conclude Picchi - nell’arrivo della family card, che stiamo realizzando in collaborazione con Provincia e i Comuni capi distretto. Darebbe diritto a sconti e ad agevolazioni per le spese».
L'ipotesi di recessione che sembra aleggiare sul nostro Paese, come dice il Governatore Draghi, potrebbe innestare un processo di impoverimento generale tale da suscitare apprensione non solo nel mondo economico, ma anche nel più vasto contesto sociale. Ne parliamo con Cristina Carbognani, presidente dell’Api di Reggio Emilia, l’associazione delle piccole industrie.
Presidente, qual è la sua opinione in proposito?
I dati nazionali come quelli locali che abbiamo registrato tramite la nostra indagine congiunturale trimestrale di certo destano preoccupazione. Vediamo infatti come il 21% delle piccole e medie imprese a noi associate che hanno risposto all’indagine dichiarano di aver ridotto gli organici aziendali negli ultimi tre mesi e come un 15% preveda di ridurli entro la fine dell’anno. Sono poi circa 25 le imprese sulle 500 che associamo in provincia che hanno contattato ad oggi l’Associazione per avviare procedure di mobilità o la cassa integrazione. E’ inevitabile che quando si perdono posti di lavoro anche il contesto sociale ne soffra. Se le aziende sono in difficoltà lo sono anche i lavoratori e l’indotto.
I recenti provvedimenti presi dai governi europei in tema di salvaguardia dei depositi dei risparmiatori mi sembra che sino ad oggi non si siano aperti nei confronti delle piccole e medie imprese la cui attività è strettamente legata ai flussi del credito. Quali sono oggi le principali esigenze della vostra categoria imprenditoriale e cosa chiedete alle autorità istituzionali?
Gli impegni assunti ad esempio dal Governo Italiano nei confronti degli istituti bancari hanno bloccato quella fase di panico che si era ingenerata nei mercati azionari e nei risparmiatori. Sicuramente questo ha avuto un immediato effetto positivo sul disastroso effetto domino che si era innescato. Ora chiediamo che il Governo sblocchi il fondo per la competitività alle imprese, istituito nella precedente legislatura, che ammonta ad un miliardo di euro. La Regione poi, anche su pressione della nostra Associazione, da gennaio 2009 metterà a disposizione 50 milioni di euro per il credito agevolato. Ora però serve però un altro sforzo da parte delle banche che non devono bloccare la liquidità alle aziende, soprattutto piccole e medie, che vivono un momento così delicato e sono la linfa e il traino dell’economia reale. Come Api stiamo realizzando incontri con tutte le banche che sono presenti in provincia per ottenere che sostengano le Pmi e stiamo dando aiuto alle singole imprese seguendone le esigenze, oltre a monitorare tramite l’Osservatorio sul credito che abbiamo istituito, il quadro generale dell’andamento. I dati che stiamo raccogliendo sono preoccupanti: l’80% delle aziende intervistate lamenta infatti un’impennata degli insoluti e forti ritardi nei pagamenti.
C'era una volta il cosiddetto ceto medio formato non solo da professionisti variamente impiegati, ma anche da quadri imprenditoriali sui quali si regge molta parte dell'economia delle piccole e medie imprese. Secondo l'OCSE il gap fra le diverse fonti di ricchezza si è progressivamente allargato sino al 30% dal 1980 ad oggi. In questo contesto come è possibile ipotizzare una ripresa produttiva e quindi un ripresa dei consumi nel nostro Paese?
Insisto sul ruolo fondamentale che le banche hanno per la risalita, sono partner indispensabili per le Pmi, garantiscono la liquidità nella gestione ordinaria dell’impresa. Gli imprenditori faranno la loro parte, soprattutto nella nostra zona, sono persone concrete che hanno già da tempo investito in innovazione e internazionalizzazione: le due chiavi che consentono di reggere l’urto in questa fase di crisi. Io le porto l’esempio della mia azienda: la Medici srl di Vezzano che produce interni in pelle per auto. Da sempre investo per garantire la massima qualità del prodotto e da due anni ho aperto una sede produttiva in Tunisia che mi ha consentito di raddoppiare il fatturato e di aumentare anche l’organico della sede di Vezzano.
Flessibilità e precarietà sono i due poli di un dilemma che angustia economisti e governanti. Si tratta di problemi o di opportunità?
Dipende da come lo si affronta. Le nostre Pmi hanno un tasso di occupazione a tempo indeterminato molto alto, la flessibilità riguarda più che altro il periodo di ingresso nell’azienda o i progetti che hanno una durata temporale precisa e si devono avvalere di competenze esterne. Ovviamente il mercato del lavoro è cambiato ed è quasi impossibile che chi si comincia ora la propria carriera la inizi e la finisca nella stessa realtà. Le evoluzioni sono inevitabili e anche utili per crescere a livello personale e professionale. Il vero tema è la formazione che deve essere costante per mantenersi in linea con le richieste del mercato.
Uno dei fattori di crescita di una società industrialmente avanzata è indubbiamente la scuola. Quale giudizio dà API Reggio Emilia dell'attuale situazione alla luce non solo dei conflitti in atto, ma anche e soprattutto del rapporto fra l'Italia ed i paesi dell'Europa?
Da tempo sia l’Associazione che il nostro Gruppo Giovani si batte sui temi della scuola, dell’Università e della formazione. Le nostre aziende lamentano infatti una carenza fortissima di diplomati o laureati in materie tecnico-scientifiche. Ci sono figure professionali molto ricercate e con retribuzioni molto buone, ma che non riescono a trovare una risposta tra i neo laureati e neo diplomati. Credo che servirebbero indirizzi universitari e scolastici più specifici con maggiori agganci al mondo reale produttivo, anche perché le aziende sono disposte ad investire in ricerca e laboratori con Università e scuole, ma solo se finalizzati ad interessi condivisi.
Il viaggio nelle nuove povertà che si affacciano nella nostra società non è una materia illibata per il Giornale di Reggio. Circa un anno fa, infatti, era nata dalle pagine di questo quotidiano un’inchiesta che, passando attraverso i centri d’ascolto cittadini della Caritas diocesana, era arrivata a fare chiarezza su quali fossero le classi meno abbienti e più bisognose di aiuti. Riprendendo in mano i profili che erano stati tracciati allora, si scopre come le cose non siano sostanzialmente cambiate. L’identikit dell’odierna famiglia che si trova in difficoltà vede ancora un padre che lavora e una madre che rimane a casa ad allevare figli a cui in altri tempi non si sarebbe fatto mai mancare nulla. Ancora al giorno d’oggi, e forse più di allora, sono considerate povere delle tipologie di famiglie che fino a qualche anno fa non sarebbero mai state classificate in questi termini, ma che ora vanno a confermare il dato preoccupante che vede una crescita della nuova povertà locale, in tutte le sue sfacettature. Sono in aumento, ad esempio, le famiglie reggiane, magari appena sposate, che si sono indebitate così a lungo da non riuscire a coprire più l’onerosa spesa del mutuo, così che arrivare alla fine del mese è divenuta ardua impresa. Colpite dalla recessione economica rimangono anche le famiglie che vengono dal Meridione, che giungono a Reggio convinte di poter fare fortuna nella florida città emiliana e trovare un posto di lavoro che consenta loro di far vivere in modo dignitoso i proprio figli. La realtà che poi si ritrovano a vivere è invece un quotidiano ben diverso da quello maturato nelle aspettative del trasferimento: bollette e tasse salate, a cui si aggiunge una routine fatta di pagamenti perpetui e che, a volte, sopraggiungono inaspettatamente. Denominatore comune per queste nuove soglie della povertà è la solitudine e il bisogno di ascolto che ne deriva.