DI SEGUITO la legislazione in materia di eutanasia nei paesi europei e nel resto del mondo
EUROPA
Austria. Esisteva una legge permissiva sull'eutanasia, ma fu abrogata nel 1977.
Belgio. Dal 16 maggio 2002 è in vigore una legge che disciplina l'eutanasia.
Danimarca. Le cosiddette "direttive anticipate" hanno valore legale. I parenti del malato possono autorizzare l'interruzione delle cure.
Germania. Il suicidio assistito non è reato, purché il malato sia capace di intendere e di volere e ne faccia esplicita richiesta.
Lussemburgo. Il 19 febbraio 2008 il parlamento del Granducato di Lussemburgo ha approvato una proposta di legge che prevede l'eliminazione delle sanzioni penali contro i medici che mettono fine, su richiesta, alla vita dei malati. In particolare, il provvedimento prevede che l'eutanasia venga autorizzata per i malati terminali e coloro che soffrono di malattie incurabili, solo su richiesta ripetuta e col consenso di due medici e una commissione di esperti. A questa data il Lussemburgo si colloca terzo, dopo Olanda e Belgio, ad aver legalizzato l'eutanasia.
Olanda. Dal 1994 l'eutanasia cessò di essere perseguita penalmente, pur rimanendo un illecito. Nel 2000 i Paesi Bassi divennero il primo Paese al mondo a dotarsi di una legge che regolamentava l'eutanasia e dal 1° aprile 2002 la legge è in vigore. Sussistono alcune condizioni particolari di applicabilità dell'eutanasia: reiterata richiesta da parte del paziente e compilazione da parte del medico di un questionario comprendente cinquanta domande (nel 1999 in Olanda vi sono stati ben 2216 casi).
Regno Unito. L'aiuto al suicidio è perseguito a norma del "Suicide Act" del 1961, anche se sul piano giurisprudenziale e giurisdizionale vi sono aperture consistenti all'eutanasia passiva. È attualmente in discussione alla Camera dei Comuni l'Assisted Dying for the Terminally Ill Bill (Legge sulla morte assistita per malati terminali), che permetterebbe una forma di suicidio assistito simile a quella prevista dallo statunitense "Oregon Death with Dignity Act" del 1997.
Svezia. L'eutanasia non è perseguita penalmente. Svizzera. È previsto il suicidio assistito. Viene praticato al di fuori delle istituzioni mediche statali dall'associazione Dignitas, che accetta le richieste indipendentemente dalla nazionalità del richiedente, che conta circa 60.000 aderenti, il cui scopo é quello di assistere ed aiutare al suicidio coloro che ne facciano richiesta. In Italia le informazioni sull'attività svolta dall'associazione Dignitas sono fornite dall'associazione Exit Italia.
RESTO DEL MONDO
Australia. In alcuni Stati le cosiddette "direttive anticipate" hanno valore legale. I Territori del Nord legalizzarono nel 1996 l'eutanasia attiva volontaria, ma il parlamento federale annullò tale provvedimento nel 1998.
Canada. Negli Stati di Manitoba e Ontario le direttive anticipate hanno valore legale.
Cina. Una legge del 1998 autorizza gli ospedali a praticare l'eutanasia ai malati terminali.
Colombia. Non esiste una legge specifica sull'eutanasia. Tuttavia, in seguito a un pronunciamento della Corte Costituzionale, la pratica è permessa.
Stati Uniti d'America. La normativa varia a seconda degli Stati in quanto la Corte Costituzionale Federale ha sancito il diritto di ciascun Stato a poter legiferare in proposito. Le direttive anticipate hanno generalmente valore legale. Soltanto lo Stato dell’Oregon, al momento, ha legiferato per la liceità e legalità dell'eutanasia: in questo stato è possibile, da parte del malato, richiedere farmaci letali. L'eutanasia è in ogni caso un problema molto discusso negli Stati Uniti: clamoroso, per esempio, il caso del dott. Kervokian, processato e condannato per aver praticato l'eutanasia attiva su 100 pazienti terminali.
Non esistono “risvegli”. Esistono piccoli passi e piccole conquiste quotidiane che possono portare ad un obiettivo, come comunicare o creare relazioni. Siamo nel reparto di Neuroriabilitazione ad alta specialità del San Sebastiano di Correggio. Il primario della struttura, che ospita 35 letti, si chiama Rodolfo Brianti. Tra le pareti di questi corridoi luminosi e ampi, si nascondono storie di drammi e speranze di malati costretti improvvisamente, a causa di un trauma cranico, un’anossia o un’emorragia cerebrale, a vivere su un letto o una carrozzina e a rinunciare a funzioni legate al movimento o alla comunicazione. Muti e immobili, ma solo apparentemente. Entrare in questo reparto infatti non fa sembrare di essere in un ricovero di persone che hanno smesso di vivere. Tutto, grazie alla paziente e professionale abilità degli oltre 50, tra medici, infermieri, logopedisti, psicologi e fisioterapisti, è motivo di speranza, dal battito di ciglia al leggero movimento degli occhi: «Il nostro ruolo è quello di credere nella possibilità della riabilitazione - spiega il primario illustrando quella che è la vocazione della struttura che va al di là del semplice protocollo clinico -. Noi ci occupiamo del paziente quando esce dalla rianimazione». Il caso di Eluana è diverso perché lei ha già affrontato il lungo periodo della riabilitazione. Ciò non toglie che quotidianamente la struttura abbia a che fare con i dilemmi e le domande che questi malati pongono a tutti: «Prima di arrivare a dire che la prognosi di stato vegetativo permanente non cambierà, ci vogliono delle verifiche. Nel corso di queste verifiche noi dobbiamo credere nella potenzialità di recupero di autonomia, non solo respirare autonomamente». Si chiama fase riabilitativa post-acuta e precede la fase degli esiti nella quale ormai la prognosi è stata definita. Chiediamo se la parola eutanasia sia mai entrata in queste stanze o se i familiari abbiano mai fatto domande in questo senso: «No - risponde con sincerità Brianti -. E’ accaduto che i parenti di pazienti dimessi, in uno stadio di evoluzione più avanzato si informassero dal punto di vista tecnico su che cosa significa interrompere l’alimentazione al malato o se il loro caso fosse sovrapponibile a quello di casi noti sui giornali, ma qua dentro la dose di speranza è elevata. Cerchiamo di lavorare, con l’ausilio di psicologi, per preparare la famiglia. Prenda il caso di un capofamiglia che viene colpito da una malattia che lo costringe in stato vegetativo: la madre si trova di punto in bianco a fare anche le veci del padre e del marito. Le storie di queste famiglie sono tutte diverse, ma sono accomunate da un unico comune denominatore: per questi pazienti non esistono “risvegli”. Si tratta di un termine che irrita profondamente i familiari e che non tiene conto dei piccoli passi che un malato quotidianamente fa. L’immagine non è quella della lampadina che si accende, ma della nave che vede avvicinarsi la luce del faro sempre più, ma rischia di punto in bianco di ritrovarsi nella tempesta». In mezzo ci sono storie che raccontano una vita capace di fuoriuscire dai cliché di efficienza che spesso le diamo noi: «Mi è capito di pazienti che dopo sette mesi in Neurochirurgia hanno iniziato un percorso di recupero ed alla fine si sono laureati, o di altri che sono riusciti a riprendere un minimo la loro vita precedente. Per altri invece non è stato così, abbiamo dovuto informare che il paziente non era reattivo, ma non per questo abbiamo smesso di credere ad un recupero». «Se il dibattito di questi tempi sull’eutanasia condiziona il nostro lavoro? No - prosegue -. Noi studiamo queste patologie. Il nostro ruolo è quello di rappresentare il problema e cercare tutte le risorse che la medicina mette a disposizione. Questo non significa che non abbiamo le nostre idee personali sul problema. Ciò che mi preme sottolineare è che questo dibattito richiede toni comunque diversi e meno manichei, con la verità che sta solo da una parte. Dico questo soprattutto perché venga rispettato il dramma delle famiglie e sia dia spazio ad una discussione seria, e non ad una semplice e contraddittoria contrapposizione di idee».
Quando tre anni fa Terry Schiavo fu lasciata morire di fame e di sete ci sembrava tutto sommato un fatto lontano. “In Italia non potrà mai accadere” - ci dicevamo – “loro sono americani”. Così a poco più di tre anni l’America è arrivata tra noi, con il nostro caso Terry Schiavo. Eluana Englaro non è un essere umano di serie B e la sua vita non è meno degna della nostra di essere vissuta. E’ una donna che seppur in uno stato di disabilità gravisima ha una sua vita di affetti e di sensazioni e chissà – perchè se la medicina non può dare certezza sulle vita psichica di questi soggetti non è detto che essa non esista - anche di sentimenti, di dolori e di gioie. Noi non possiamo, meglio non abbiamo strumenti fino ad ora adeguati per conoscere quello che sentono, che pensano e che sperano questi soggetti in stato vegetativo persistente. Ma a fronte di tante cose che non conosciamo o che non ci spieghiamo, è giusto prendere decisioni sulla loro vita e sulla loro morte ed è giusto definire tale vita differente non degna di essere vissuta? La vicenda è davvero sconcertante per tanti motivi e provo ad elencarne qualcuno. Innanzitutto una parola sul padre, Beppino Englaro, che ho avuto modo di conoscere in una circostanza fortuita. Un padre può impazzire di dolore per una figlia che non rivedrà mai più come prima? Sì, di dolore si può impazzire e si può arrivare a chiedere l’inchiedibile e addirittura qualcosa di contrario alla sua stessa natura di essere padre. La cosa grave è, invece, che un giudice, un magistrato dello Stato italiano, prendendo a pretesto il dolore e la disperazione di un padre emette una sentenza che è quasi una legge. Legge che non è mai transitata dal Parlamento italiano che, a quel che mi risulta, essendo eletto dal popolo del popolo rappresenta la volontà soprattutto su temi di tale portata. Il punto di snodo della sentenza è il rispetto della presunta volontà di Eluana. E qui bisogna chiarire alcune cose. La presunzione di una determinata volontà non è un criterio in nessuna azione della nostra vita civile: non posso vendere l’auto del mio vicino solo perchè un giorno in ascensore mi aveva confidato che stava pensando di venderla. Giustamente sarei condannabile per furto. La presunzione di volontà basata su una frase detta in un momento di salute e benessere non è la stessa cosa della volontà coscientemente ed inequivocabilmente espressa. Altra considerazione, non da poco, è che Eluana non è tenuta in vita con macchine o strumentazioni particolarmente invasive. Ciò che la tiene in vita è un buchino sull’addome da dove vengono iniettati nello stomaco liquidi e cibi, ma soprattutto la tiene in vita la cura, fatta di detersione della pelle e di attenzione alle piaghe da decubito e di aspirazioni delle secrezioni e di tanto, tanto affetto da parte delle suore che da 14 anni la assistono. Certo quel “buchino” può far inorridire i fautori del rifiuto di tutto ciò che è artificiale cioè di tutto quello che è prodotto dall’opera umana e non dalla natura. Ma queste affermazioni nascono, come sempre, da una certa ristrettezza mentale nell’osservazione dei fatti. Sfido la fantasia di ciascuno ad immaginare un mondo e la nostra stessa vita privati da tutto quello che l’uomo è stato in grado di fare e di realizzare in questi millenni di storia. La sentenza afferma che Eluana versa in uno stato vegetativo “irreversibile, senza alcuna sia pur minima possibilità, secondo standard scientifici internazionalmente riconosciuti, di recupero della coscienza e delle capacità di percezione”. Fulvio De Nigris presidente e fondatore di dell’Associazione Amici di Luca che si occupa di persone in coma e delle loro famiglie con una casa d’accoglienza a Bologna ricorda che “contro il concetto di irreversibilità si levano autorevoli voci scientifiche; conosciamo casi nei quali la presunta e ‘accertata’ irreversibilità è stata smentita. I nuovi studi tendono infatti a non specificare nessun aggettivo (come ‘permanente’ o ‘persistente’) accanto a ‘stato vegetativo’. Sappiamo solo che ogni caso fa storia a sé. Anche se il risveglio non arrivasse mai, quella che vivono le persone in stato vegetativo è vita a tutti gli effetti”.
L'ASSETTO legislativo in materia di eutanasia in Italia e nel mondo è molto variegato. Vediamo intanto il caso del nostro paese. Nel nostro paese l'eutanasia attiva è in ogni caso non ammisibile ed è assimilabile, in generale, all'omicidio volontario (art. 575 c.p.). In caso di consenso del malato si configura la fattispecie prevista dall'art. 579 c.p. (Omicidio del consenziente), che recita: "chiunque causi la morte di un uomo con il consenso di lui, é punito con la reclusione da 6 a 15 anni". La stessa pena é prevista per il suicidio assistito con la seguente formula "se si fornisce ad un ammalato un veleno che il paziente ingerisce da solo, si commette omicidio del consenziente". Sanzioni penali sono previste anche dall'art. 580 (istigazione ed aiuto al suicidio). Dal punto di vista legislativo si sono succeduti nel corso degli anni diversi progetti e disegni di legge: già nel 1984 il deputato socialista Loris Fortuna - autore nel 1970 della legge sul divorzio - presentò un progetto di legge al fine di disciplinare l'interruzione delle terapie ai malati terminali. In seguito, sulla spinta dell'opinione pubblica e dei fatti di cronaca, 16 deputati dell'Ulivo presentarono nel 1999 un progetto di legge avente come titolo "Disposizioni in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari". Con analogo titolo fu presentata, nel giugno 2000, una bozza di legge a cura dei senatori Verdi Manconi, Carella e Pettinato. Una proposta di legge di iniziativa popolare fu presentata anche dai Radicali nell'agosto 2001, il cui titolo era esplicitamente "Legalizzazione dell'eutanasia". Di recente sono state promosse varie iniziative legislative: tra le più rilevanti vi sono il progetto di legge d'iniziativa popolare a cura dell'associazione Libera Uscita, tendente a ottenere la depenalizzazione dell'eutanasia e l'introduzione del testamento biologico, ed un documento sull'interruzione delle cure promosso dalla Rosa nel Pugno. Il 19 dicembre 2006 è stato inoltre presentato il disegno di legge dal titolo "Disciplina del rifiuto di trattamento sanitario in attuazione dell'articolo 32 della Costituzione", ancora in fase di discussione.
IL VIAGGIO di Europa dei diritti tocca oggi il problema dell’eutanasia.
CHE COS'E L'EUTANASIA?
CON il termine eutanasia, che etimologicamente significa "buona morte", secondo la chiara definizione espressa dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, s’intende: "un’azione o una omissione che di natura sua, o almeno nelle intenzioni, procura la morte allo scopo di eliminare ogni dolore”. In realtà questa definizione può essere integrata aggiungendo al concetto di morte senza dolore, quello di "morte con dignità", significando con quest’ultima il rispetto che ciascuna persona deve poter scegliere di ricnonoscere a se stesso in ogni condizione della vita e quindi anche di fronte alla morte. Questo concetto assume sempre maggiore importanza ai nostri giorni dato che, nel mondo occidentale, almeno l’ottanta per cento delle morti avviene non più a casa propria e tra l’affetto dei congiunti, ma in ambiente ospedaliero, spesso caratterizzato dall’isolamento e dalla solitudine dell’ammalato.
BREVI CENNI STORICI
Il problema dell’eutanasia non è specifico della nostra epoca ed anzi è un aspetto della vita sociale che affonda le proprie radici nel passato; da sempre i medici hanno dovuto farvi fronte e da sempre hanno incontrato pazienti che chiedevano loro di essere aiutati ad anticipare la propria morte. E’ per questo che nel cosiddetto "giuramento d’Ippocrate" si trova scritto: "Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio". Uno dei primi medici di una certa notorietà che abbia dato indicazioni sulla necessità di tutelare il concetto di morte dignitosa (anche se non si espresse in questi termini) fu, agli inizi dell’era moderna, il medico e filosofo inglese Francesco Bacone (o Francis Bacon) il quale scriveva che era altamente desiderabile che i medici imparassero "l’arte di aiutare gli agonizzanti a uscire da questo mondo con più dolcezza e serenità". Nella nostra epoca però si è verificato un acutizzarsi del problema riepstto al passato anche recente causa del profondo mutamento che le condizioni del morire hanno subìto a motivo del progresso della medicina, e, più in generale, del miglioramento delle condizioni e delle aspettative di vita. *** GGI invece si muore più tardi e non più per malattie acute, quanto invece ("purtroppo" è il caso di dire, almeno dal punto di vista in esame) per malattie croniche e degenerative legate alla vecchiaia. Questo è un punto importante; l’etica medica tradizionale s’è formata in un’epoca in cui poteva essere fatto poco o nulla per salvare la vita del paziente e quel poco o nulla dovevano in ogni caso essere tentati. In pratica la scienza medica doveva imporsi con ogni mezzo di prolungare ad ogni costo la vita del paziente: era una reazione all’impotenza della medicina di fronte al fatto drammatico di non poter riuscire a salvare una vita. Oggi, invece, possiamo fare moltissimo non solo per salvare la vita, ma anche per prolungarla. Ecco perché oggi si pone il problema di capire se e quando vale la pena di fare tutto quello che possiamo fare, fino alla totale espropriazione di quel che viene comunemente definito il "diritto di morire con dignità".
FORME DI EUTANASIA
SI È VISTO in precedenza che la definizione di eutanasia fa riferimento a una "azione" ma anche ad una "omissione" miranti a procurare la morte allo scopo di eliminare ogni dolore. Risulta pertanto facile dedurre che due sono le forme di eutanasia: una forma cosiddetta attiva ed una passiva. Nella prima il medico, accogliendo la richiesta di un ammalato terminale, per il quale non vi siano più speranze, non solo di guarigione o miglioramento, ma di attenuazione delle sofferenze, somministra un farmaco ad azione letale dopo avergliene fatto sottoscrivere la richiesta. La seconda, invece, consiste nel sospendere quella terapia abituale che serve a prolungare la vita e quindi le sofferenze del paziente. A tale scopo però bisogna fare un’importante distinzione fra sospensione della terapia della malattia causa della morte e sospensione della terapia di malattie concomitanti o intercorrenti. Esemplificando: in un ammalato di cancro che volge al termine e che abbia nello stesso tempo una malattia diabetica, la sospensione della terapia di quest’ultima conduce rapidamente a morte, ma non può essere considerata eutanasia, perché la vera causa della morte con le sue sofferenze è il cancro e non il diabete. Lo stesso può dirsi della terapia nutrizionale parenterale.
SONDAGGI ED INCHIESTE
Si rivela in proposito particolarmente interessante, in quanto mirato all'argomento eutanasia, un sondaggio dell'aprile 2006, pubblicato anche su "Torino medica", l'organo ufficiale dell'Ordine provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Torino, e avente come target infermieri (in maggioranza tra i 30 e i 40 anni, impiegati in reparti di terapia intensiva, lungo-degenza e chirurgia); dal sondaggio sono emersi dati molto significativi: - il 74% degli infermieri interpellati è favorevole alla "dolce morte" passiva di cui l'83% anche a quella attiva; - Il 44% ha avuto diverse esperienze di pazienti che hanno chiesto espressamente e ripetutamente di morire perché venisse posto fine alle loro sofferenze atroci e senza speranza; - il 76% invoca il testamento biologico; - l' 8% si dichiara disposto a praticare l'eutanasia anche illegalmente, senza richiesta esplicita del paziente; - il 37% si dice disposto ad aiutare i pazienti a mettere fine a un calvario, anche ricorrendo al suicidio assistito; - il 76% degli infermieri credenti è favorevole all'eutanasia volontaria; Interessante poi il fatto che i risultati del sondaggio torinese confermano quelli emersi da un'indagine del Centro di Bioetica dell'Università cattolica di Milano, e di altri sondaggi: - il 4% dei rianimatori interpellati ha ammesso di praticare l'"iniezione letale" (illegalmente, sulla base di quello che dice loro la coscienza); - il 92% degli italiani interpellati ritiene che sia necessario superare l'attuale normativa repressiva; - il restante 8% si dice contrario all'eutanasia; *** Al riguardo, bisogna dire che vi sono differenze di posizione anche in seno ai favorevoli all'eutanasia: vi è infatti chi ne propone la legalizzazione, altri che invece parlano di depenalizzazione. Per esempio: Cinzia Caporale, del citato Comitato Nazionale di Bioetica e fautrice della depenalizzazione, commentando i risultati dei sondaggi, lamentò il fatto che i medici considerino più importante la legalizzazione - con conseguente regolamentazione - dell'eutanasia piuttosto che la sua depenalizzazione, a motivo del fatto che la legalizzazione darebbe loro una protezione legale, lasciandoli invece esposti in caso di semplice depenalizzazione, laddove essi avrebbero potere discrezionale. In definitiva, secondo Cinzia Caporale, la legalizzazione sarebbe più un paravento per i medici che un aiuto per i malati. Un ulteriore un sondaggio venne promosso dal quotidiano la Repubblica e condotto dalla rivista MicroMega in relazione alla triste vicenda di Piergiorgio Welby: emerse che 64% degli intervistati si dichiarò favorevole all'interruzione delle cure mediche per Piergiorgio Welby, come da lui richiesto, contro il 20% contrari. Anche il 50% dei cattolici praticanti risultò favorevole all'eutanasia, in netta controtendenza rispetto a quanto ordinato dai massimi esponenti della loro religione.
UNA terza via, che si frappone tra l’accanimento terapeutico e l’eutanasia: la possibilità, per il malato oncologico, di rendere meno terribile l’ultima fase di quel dono bellissimo che è la vita. C’è un luogo, a Montericco, dove le famiglie di chi è destinato a intraprendere il viaggio estremo possono accompagnare il loro caro fino alla fine, restandogli accanto in un ambiente in cui tutto è naturale, domestico. E’ l’hospice Casa Madonna dell’Uliveto. Aperta dal 19 marzo del 2001, su una collina da cui si gode la vista mozzafiato della pianura, la struttura ha a disposizione 12 posti letto. Durante l’anno, accoglie circa 200 ammalati, per un periodo medio di 20 giorni. Annamaria Marzi, socia fondatrice dell’Hospice, lo dirige sin dall’inaugurazione.
Dottoressa, andiamo subito sull’attualità: cosa ne pensa del caso di Eluana Englaro? Credo siano problemi che si collocano in una zona grigia, una zona che si sta aprendo. Questo caso non è semplice, perché occorre capire cosa si intenda per “accanimento terapeutico”. Il caso di Piergiorgio Welby era più semplice: si era trattato di interrompere un trattamento sanitario sproporzionato. La persona non lo tollerava più e la medicina deve aiutare la gente, non metterla in croce. Comunque lo si guardi, è un problema delicatissimo. ll nostro grande impegno qui è la tutela della dignità della persona e dei suoi familiari.
Sarà possibile arrivare un giorno a una visione condivisa su cosa sia giusto fare di fronte a situazioni complesse come quella di Eluana? L’argomento è molto complicato, la “cosa giusta” da fare oscilla su un confine sottile. L’unica certezza è che al centro di tutto debba esserci la persona. Personalmente credo molto, nonostante non sia la soluzione dei problemi, nelle dichiarazioni di trattamento anticipate. Se esistesse un documento scritto in cui il malato esprime un orientamento, forse sarebbe più semplice decidere.
Quindi non assume una posizione netta sull’argomento? Si deve avere rispetto del dolore che sta dentro queste situazioni. Sono molto contraria alle posizioni nette del “sì” e del “no” in assoluto. Penso esista anche il grigio, non solo il bianco e il nero.
Come fare però ad allargare le vedute su un tema che coinvolge così tanto le proprie convinzioni personali? Al Centro di Formazione dell'Hospice abbiamo iniziato un percorso di laboratorio-palestra di etica pratica. Abbiamo individuato un filosofo esperto di bioetica con cui facciamo diversi incontri di formazione con esempi pratici in cui discutiamo casi reali simulati di condizioni di scelta difficili. E’ molto importante allargare l’orizzonte di valutazione ascoltando tanti punti di vista, per avere una visione più completa. Chi ha pochi elementi di conoscenza per giudicare rischia di prendere una decisione avventata.
Cosa si intende per cure palliative? Sono quelle cure globali della persona attente ai bisogni fisici, psichici, sociali e spirituali nella fase avanzata della malattia, con particolare attenzione al controllo del dolore globale del paziente e della famiglia.
Quindi offrite sostegno anche ai familiari? Certamente. In un sistema primario come la famiglia, se un elemento si ammala gravemente, ne risentono tutti.
Chi presta servizio in una struttura come la Madonna dell’Uliveto deve avere una preparazione particolare? Assolutamente sì. Chi lavora a contatto con i nostri ospiti deve essere motivato e deve aver riflettuto sulla propria vita. Conta anche molto il modo in cui si percepisce la morte. Per noi si tratta di un viaggio: da questa vita alla prossima. E in questo percorso offriamo un luogo in cui essere curati e assistiti, in cui si possa essere ancora se stessi.
Di fronte alle situazioni con cui avete a che fare tutti i giorni conta molto la formazione? Sì. E’ necessaria una competenza e una professionalità coltivata nella formazione. Qui dedichiamo molto tempo a quella psicosociale, etica e spirituale.
Quanto conta per voi il rapporto medico-pazinete? Moltissimo, dal momento che è terapeutico. La presa in cura, l’ascolto e il tempo dedicato sono fondamentali.
Cosa intendete esattamente quando parlate, nel vostro volantino informativo, di morte “dignitosa”? L’ospedale, ad esempio, è un luogo per malati acuti in cui è difficile trovare quell’attenzione così fondamentale per un momento così solenne nella vita di una persona. Basti pensare all’assenza di privacy. Una camera singola invece consente di mantenere i ritmi, la riservatezza e la vicinanza del familiare.
Voi avete tutte camere singole? Sì. Il malato fa della sua camera la sua casa e il familiare ha un divano-letto a disposizione. Noi bussiamo prima di entrare. Il momento della morte è molto prezioso e delicato, perché rappresenta il compimento di una vita e ci si saluta per l’ultima volta.
Per garantire la continuità con la vita quotidiana voi offrite al malato la possibilità di essere seguito dal suo medico di famiglia? C’è questa possibilità ma, se il medico non se la sente, il paziente viene passato in cura a un altro medico di famiglia competente nelle cure palliative che collabora continuativamente con l’hospice.
Qual è l’obiettivo che vi ponete? Non ci sono obiettivi altri se non quello di aiutare la persona nel difficile momento che sta attraversando, standole vicino.
Dove si colloca l’eutanasia rispetto alla filosofia che anima una struttura come la vostra? Noi vogliamo essere un’alternativa sia all’accanimento terapeutico sia all’eutanasia. Crediamo sia possibile accompagnare la persona nella malattia a prognosi infausta aiutandola a fare questo percorso nel modo più umano e affettuoso possibile. Un familiare ci ha scritto “Non è vero che finché c’è vita c’é speranza: qui ho capito che finché c’è amore c’è speranza”.
«IN ITALIA sull’eutanasia c’è l’assoluto vuoto normativo». Ad affermarlo è l’avvocato civilista Giulio Cesare Bonazzi, che punta il dito sulla totale assenza di punti di riferimento giuridici. Il feroce dibattito tra laici e cattolici, tra destra e sinistra, ha avuto come maggiore conseguenza quella di impedire un processo di legiferazione riguardo al tema della morte assistita. In sostanza la legge italiana non dice nulla a riguardo: caos e confusione imperano su un argomento la cui delicatezza è massima. Nel nostro paese, il medico che pratica l’eutanasia rischia di essere accusato del reato di istigazione o aiuto al suicidio (secondo il Codice penale, la pena non è inferiore ai 21 anni) oppure omicidio del consenziente (da 6 a 15 anni). Il malato è quindi costretto a rivolgersi al giudice per ottenere l’autorizzazione a staccare la spina, che può essere concessa solo dopo aver accertato due punti fondamentali: da un lato che le condizioni di stato vegetativo del paziente siano irreversibili (punto che verrà confermato dai medici); dall’altro che il paziente non avrebbe mai accettato di continuare a vivere in caso di grave infermità (sulla base di elementi tratti dal vissuto del paziente: i suoi convincimenti etici, culturali e religiosi). «La decisione finale spetta al giudice e alla sua sensibilità. Quindi c’è un ampio margine di discrezionalità - commenta Bonazzi - a parità di caso, due giudici possono prendere due decisioni completamente opposte». «In Italia, la volontà dei pazienti e dei loro cari non trova ascolto. Questi ultimi sono infatti costretti ad andare in Svizzera, o in un altro dei tanti altri paesi del nord Europa nei quali la pratica della morta assistita è concessa dalla legge, a cercare una “douce mort”». Se gli chiediamo un’opinione personale, il laico avvocato Bonazzi è perentorio a riguardo: «Che sia il soggetto a decidere. In uno Stato laico questo è un suo diritto. Trovo umiliante che le famiglie di pazienti in così gravi situazioni debbano far ricorso all’autorità giudiziaria per far cessare l’agonia dei propri cari».
IL CASO di Eluana non c'entra nulla con il diritto a rifiutare cure mediche o forme di accanimento terapeutico, perché l'alimentazione e l'idratazione - mangiare e bere - non sono cure mediche. Anche sul testamento biologico è giusto che ciascuno esponga chiaramente le sue posizioni, ma senza inganni e senza giri di parole. Possiamo discutere sull'esatta natura, giuridica e morale, di un testamento biologico dove si chieda anticipatamente di sospendere talune cure mediche in caso di malattia terminale senza speranza di guarigione. Possiamo anche discutere su un documento dove nel caso di certe malattie si chieda anticipatamente l'interruzione della somministrazione di acqua e cibo. Quello che non dovremmo fare è definire pudicamente il documento, in questo secondo caso, "testamento biologico", perché si tratta a tutti gli effetti di un consenso anticipato all'eutanasia, che - precisamente come temono i vescovi - introdurrebbe nel nostro ordinamento giuridico l'eutanasia senza chiamarla con il suo nome. Il 1° agosto 2007 la Congregazione per la dottrina della fede nel documento "Risposta a quesiti della Conferenza Episcopale Statunitense circa l'alimentazione e l'idratazione artificiali" aveva appunto pazientemente spiegato che l'interruzione della somministrazione di cibo e acqua non costituisce interruzione di cure mediche ma soppressione deliberata di una vita umana, cioè eutanasia. All'epoca del documento alcuni "cattolici adulti" nostrani avevano avanzato la solita obiezione: la Congregazione per la dottrina della fede si occupi dei cattolici ma non pretenda d'ingerirsi negli affari dello Stato. In altre parole - si diceva - i cattolici sono liberi di non chiedere la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione per sé e per i loro cari ma non possono impedire che la chiedano altri, non credenti, che ragionano in base a principi morali diversi. Ma anche qui - a chiamare le cose con il loro nome - tutto si chiarisce. Basta sostituire le parole "sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione" con la parola "omicidio" (in effetti, si può certamente commettere un omicidio per omissione: se una madre smette di dare da mangiare e da bere a un neonato che non è in grado di procurarsi cibo e bevande da solo, il neonato muore). Neppure il più forsennato dei relativisti sottoscriverebbe una frase come: “I cattolici sono liberi di non commettere omicidi ma non possono impedire che li commettano altri, che ragionano in base a principi morali diversi”. La verità è che quando il Papa, i vescovi e la Congregazione per la dottrina della fede ricordano che somministare cibo e bevande non è una cura medica non desumono questo dato da un versetto della Bibbia ma dalla ragione e dal semplice buon senso. E i dati di ragione e di buon senso fanno parte di quelle regole del gioco su cui si regge la società, e che obbligano tutti: cattolici e buddhisti, credenti e non credenti. Se viene meno questa che il Papa chiama "grammatica della vita sociale" viene meno, propriamente, la società e il diritto della ragione è sostituito dalla semplice violenza del più forte. Che il più forte, qualche volta, sia vestito da giudice non cambia la sostanza delle cose.
Il tema dell’eutanasia e del testamento biologico è da tempo al centro dell’attenzione da parte dei mezzi mediatici. In questi giorni l’interesse al riguardo è aumentato, visti gli sviluppi del caso di Eluana Englaro, la ragazza in stato vegetativo dal 1992, per la quale è stata emessa una sentenza che ne autorizza la sospensione del trattamento di idratazione ed alimentazione. Non sono mancati i commenti d’accordo o di critica con la scelta della famiglia Englaro, soprattutto dopo le critiche mosse a nome della Chiesa dal cardinal Bagnasco, ed anche tra i reggiani le posizioni divergono. La stessa perplessità e la preoccupazione manifestata dal cardinale la prova anche Ulderico Scardoli, che è rassegnato ormai al fatto che «gli anziani cercano di far di tutto per attaccarsi alla vita, mentre i giovani sembrano buttarla via», dichiarandosi «contrario a chi si arroga il diritto di decidere della vita di un’altra persona, perché la speranza è sempre l’ultima a morire, e non si può mai sapere con certezza se quel malato non si riprenderà più». Quello che più meraviglia Scardoli è che «un genitore possa preferire non vedere più il figlio, facendolo morire, piuttosto che continuare a vederlo, anche se in stato vegetativo». La scelta è sicuramente un fondamentale principio democratico. Agli ideali della democrazia, che presuppongono che il cittadino sia libero nelle sue opinioni e nel suo voto, e sovrano pertanto anche nella sfera privata, fa invece appello Lucia Caselli, sostenendo che «anche la scelta di interrompere la vita fa parte delle libertà personali di un individuo», manifestandosi dunque d’accordo con chi reputa i valori di coscienza insindacabili. Daniele Miari invece ribadisce che «pur essendo contrario a questi interventi, perché la morte deve sopraggiungere in modo naturale», tuttavia «bisogna trovarsi nella situazione di chi sperimenta il dolore e la sofferenza che una persona prova durante una malattia e lo stato d’animo dei familiari». «La questione è problematica e bisogna trovarcisi, anche se nella mia famiglia è molto sentita la vicenda del testamento biologico» puntualizza Antonio Brighi, che a riguardo del caso di Eluana manifesta dissenso, perché «è stata fatta troppa spettacolarizzazione e anche se comprendo la posizione della Chiesa credo dovrebbe esserci più pudore verso il dolore della famiglia di Eluana. La società non dovrebbe forzarli a sopportare queste difficoltà». Patrizia Tamagnini invece si dichiara assolutamente contraria a chi impedisce che la vita faccia il suo corso, in quanto «il vero problema dell’eutanasia è che si sta ripetendo la storia dell’aborto, che è nato come una finta causa, ma si è evoluto in una mattanza di bambini. Inizia come qualcosa di legittimato, ma poi non si sa dove e come va a finire». «L’eutanasia può essere considerata volontaria, e solo in questo caso potrei anche essere favorevole, soltanto se il paziente è pienamente consapevole per prendere la decisione e lo fa in presenza di un notaio» sostiene Daniele Tamagnini, chiarendo però che «in linea di massima sono d’accordo con chi decide di intervenire sulla vita degli altri, anche se la decisione è presa da un familiare del paziente o, nella peggiore delle ipotesi come accade in Olanda, dal medico che lo ha in cura». D’accordo con lui anche Valentina Ferretti, per la quale «finché c’è vita c’è speranza e nessuno ha il diritto di decidere per terzi» e che si stupisce del fatto che «i genitori di Eluana abbiano aspettato tanti anni senza porsi mai il problema di staccarle la spina, mentre ora hanno mosso queste richieste incomprensibili, specie da parte di genitori». Il caso di Eluana dunque fa discutere anche i reggiani, specialmente perché «la ragazza dà segni di vita, muove gli occhi, comunica a suo modo», come rimarca Antonella Fiore, che si unisce al coro di voci che condannano l’eutanasia, a dispetto della sua radice etimologica che la decanta come una “dolce morte”, come al volere giudicare una vita indegna della vita.
Il Senatore Ignazio Marino, chirurgo di prestigio e capogruppo del Pd nella Commissione Igiene e Sanità del Senato ha partecipato al nostro dibattito sull'eutanasia e sui mali della sanità in italia (vedi altra inchiesta).
Professor Marino, Lei è un’autorità in campo internazionale come chirurgo e come scienziato. Che cosa ne pensa del caso di Eluana Englaro?
La vicenda di Eluana Englaro merita una riflessione seria, che tenga conto delle conoscenze scientifiche che abbiamo a disposizione. Eluana si trova purtroppo in una condizione in cui non vi è più nessuna ragionevole possibilità di recupero dell’integrità intellettiva, a causa di un grave danno cerebrale. La sospensione dell’alimentazione artificiale implica inevitabilmente la fine della vita, ma si tratta di una fine naturale: non eutanasia dunque, ma fine dell’accanimento terapeutico e rispetto della volontà della persona. La sentenza del Tribunale di Milano si basa sul diritto a rifiutare determinati trattamenti terapeutici, garantito dall’articolo 32 della Costituzione. L’intervento dei giudici mette tuttavia ancora di più in evidenza il vuoto legislativo italiano in materia che spero venga colmato al più presto con una legge equilibrata e condivisa sul testamento biologico. Si tratta di permettere ad ognuno di indicare la propria volontà sulle terapie che ritiene accettabili, nel caso in cui un giorno diventasse incapace di intendere e di volere.
Lei è stato Presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato nella scorsa legislatura. Cosa pensa dei recenti scandali, sono veri? Cos’è che non funziona?
I recenti scandali in sanità evidenziano purtroppo l’ambiguità del sistema sanitario italiano: secondo alcuni parametri, come l’uguaglianza nell’accesso alla sanità, è uno dei migliori al mondo; purtroppo però persistono molte sacche di inefficienza che vengono scoperte quando ormai è troppo tardi. E’ proprio questo il problema: in Italia i controlli vengono fatti dopo che si sono verificati episodi di malasanità, non prima. Il modo migliore per prevenire scandali e tragedie è a mio parere quello di creare un’Authority snella e indipendente, che si occupi di valutare l’efficienza delle strutture sanitarie e di effettuare dei controlli a sorpresa e regolari sulle procedure di sicurezza in vigore negli ospedali, chiudendo temporaneamente se necessario quelli che non sono a norma. E’ fondamentale poi allentare la morsa della politica sulla sanità: i direttori generali devono essere scelti in base alla loro capacità e non in base alla tessera di partito.
Professore, lei spesso ha denunciato la fuga dei cervelli. Che cosa fare per arginare l’emigrazione dei ricercatori?
La fuga di cervelli è un problema reale e preoccupante: spesso le nostre intelligenze migliori sono costrette ad emigrare perchè nel nostro Paese non vengono valorizzate. Uno dei motivi principali è l’arcaico sistema di assegnazione dei fondi: un metodo top-down, che attraverso l’attribuzione diretta dei fondi ad alcuni centri di ricerca favorisce logiche clientelari. I finanziamenti vanno invece assegnati con trasparenza ai più meritevoli, utilizzando come negli altri paesi il sistema della peer review. La “valutazione tra pari ” prevede che i progetti presentati dai ricercatori siano valutati da altri scienziati indipendenti e di indiscusso valore, garantendo così un giudizio imparziale che premia i più capaci. Va in questa direzione un bando che ho promosso nella scorsa legislatura, in base al quale parte dei fondi per la ricerca è assegnata a giovani scienziati sotto i 40 anni, i loro progetti sono valutati da una commissione già insediatasi composta da ricercatori italiani e stranieri, anch’essi di età inferiore ai 40 anni. Così si ferma la fuga di cervelli: premiando chi merita e sostenendo i giovani.
Di recente è stato lanciato l’allarme che i medici sono pochi e diminuiscono. E’ stato proposto da un noto Presidente di aumentare le iscrizioni del 10%. Non è meglio pochi medici bravi che tanti inutili?
Il problema non è da ricercarsi nel numero totale dei medici, quanto piuttosto nella disomogeneità delle specializzazioni scelte dagli studenti. Nel nostro paese vi è per esempio un numero elevato di cardiologi e di pediatri, mentre scarseggiano gli anestesisti e i radiologi, ossia due professioni poco ambite a causa dei rischi e dei turni massacranti. Questa situazione di fatto, unita a una distribuzione territoriale molto disomogenea, fa si che la mappa delle specializzazioni mediche sia sproporzionata e slegata dal fabbisogno degli ospedali. Quello che serve è soprattutto una maggiore programmazione e una stretta collaborazione tra università e sistema sanitario: bisogna capire con molto anticipo (almeno sette anni) di quali figure professionali vi sa maggiore carenza, in modo da tenere conto dei tempi necessari per la formazione dei giovani medici e predisporre incentivi affinché tali insufficienze di personale vengano colmate.
Lei ritiene che l’attuale Facoltà di Medicina sia idonea a formare un medico adatto alla società attuale? Non andrebbe riformata la scuola medica? Non erano meglio i “Baroni ” veri?
Credo in effetti che un problema delle odierne Facoltà di Medicina sia l’eccessiva preponderanza della teoria, in un campo di studi dove l’esperienza pratica è di vitale importanza. A mio parere sarebbe molto utile e proficuo porre il prima possibile gli studenti a contatto con le strutture ospedaliere, come avviene per esempio negli Stati Uniti dove ho lavorato per molti anni, in modo che si rendano conto di cosa significa essere un medico e in cosa consista nella pratica di lavoro svolgere questa bellissima ma talvolta dura professione. Se consideriamo poi che la medicina odierna si evolve sempre più spesso in base alle innovazioni tecnologiche, ritengo che avere la possibilità di osservare questi processi da vicino non possa che essere un esperienza utile e formativa nel bagaglio culturale di ogni futuro medico.
Come ridurre il divario che esiste in sanità tra le Regioni?
Ritengo inaccettabile il fatto che in Paese come l’Italia esista un così grande divario nella qualità delle prestazioni erogate dal Servizio Sanitario Nazionale a seconda della regione o della città in cui ci si trova. Per combattere queste disuguaglianze, serve innanzi tutto un programma di ammodernamento delle strutture ospedaliere, che spesso sono molto vecchie e inadatte ad una sanità che si è evoluta enormemente negli ultimi cinquant’anni. Detto questo, bisogna dire chiaramente che spesso gli strumenti e i fondi per migliorare la sanità ci sono, ma non vengono utilizzati da amministrazioni regionali poco virtuose e inefficienti. In questi casi, ritengo si debba intervenire con coraggio e rigore per impedire che siano i cittadini, ossia gli azionisti della sanità pubblica, a pagare attraverso un servizio di scarsa qualità a causa dell’incapacità della politica.
«IL MIO desiderio più grande è quello di riuscire a rimettermi in piedi e camminare». E’ questa la prossima meta che vuole raggiungere Franco Incerti, 60 anni. Per Franco il destino è cambiato, nel 26 gennaio del 2001, era stato colpito da un terribile ictus. Operato d’urgenza al Santa Maria e sottoposto a un delicato intervento, i medici non avevano dato nessuna speranza alla famiglia. Oltre due mesi di coma profondo, poi in coma vigile per altri tre, ricoverato in lungodegenza per quasi un anno. Poi la sorella Franca che si è presa cura di lui, nell’abitazione di Scandiano, e dopo sei anni la grande sorpresa, contro ogni previsione: lui è uscito dal coma e oggi, pur su una sedia a rotelle, riesce a parlare e a compiere qualche piccolo movimento.
Com’era la sua vita prima della malattia? «Una vita normale. Ero un molto impegnato nella gestione della mia azienda agricola e in quello di presidente della Coldiretti di Reggio, oltre ad aver ricoperto vari incarichi amministrativi».
Il suo è stato un vero calvario: dopo tutte queste esperienze che cosa ne pensa dell’eutanasia? «Penso che solo il Signore può decidere quando dovremo morire».
Nel 2006, quando ha ripreso a parlare, quali sono state le sue prime parole? «Ho chiesto a mia sorella di aiutarmi a mettermi la calza e la scarpa al piede destro perché dovevo scendere a mettere la macchina in garage. Praticamente ero rimasto al momento in cui sono rimasto colpito dall’ictus».
Ricorda qualcosa del coma? «No, per me il tempo si era fermato ed è ripreso a scorrere quando ho iniziato a parlare».
C’è chi ha gridato al miracolo, perché alcuni mesi prima era stato portato a Lourdes a visitare la grotta della Madonna. Visto che molti medici non hanno una spiegazione scientifica per il suo caso, ritiene che si possa trattare veramente di un miracolo? «Sì, penso di sì. Fra alcuni mesi torneremo a Lourdes e chiederò alla Madonna se mi potrà fare la grazia di poter ritornare in piedi». Oggi il grande desiderio di Franco Incerti è di riuscire ad avere un poco di mobilità: ora vive fra il letto e la sedia a rotelle. La sua vita scorre guardando la tv, leggendo, si nutre mangiando delle sostanze liquide. Ha dimostrato una tempra e una forza di volontà notevole, che fanno capire che la vita va vissuta e amata fino in fondo. Una filosofia che è seguita anche dalla sorella Franca, che ha scelto il prepensionamento per accudirlo.
«Signore dov'eri?». L’interrogativo è sempre lo stesso quando ci si trova di fronte al dolore e alla sofferenza. Eppure c’è anche chi questa sofferenza personale l’ha raccontata per trovare dentro di sè le motivazioni e avvicinarsi a quell’unico destino che da solo può dare un senso pieno alla propria vita, anche se costretta sulla carrozzina. Il parmigiano Claudio Schianchi è stato nel 2003 uno dei pazienti del reparto di riabilitazione di Correggio. E’ malato di Sla (Sclerosi Laterale Amiotrofica). Una malattia rara, che colpisce principalmente gli uomini tra i 40 e i 60 anni. Una grave tetraplegia con grandi difficoltà respiratorie, di articolazione della parola e di deglutizione. E’ la patologia di Welby e Luca Coscioni, che ha occupato le prime pagine dei giornali nel dibattitto sull’eutanasia. Claudio però ha percorso una strada diversa, non solo dai clichè giornalistici, ma anche dalle patologie che comunemente vengono trattate nel reparto correggese. Il libro che ha dato alle stampe con quel nome così biblico, ma al tempo stesso così duro, è il diario che ha scritto nel corso della sua permanenza a Correggio, con l’ausilio di moderne apparecchiature e con l’apporto fondamentale di una fisioterapista del reparto, Enrica Mascoli, che gli è stata vicina a tal punto da raccogliere i files sparsi e organizzarli: «Proprio lui che nel dicembre del 2001, quando gli venne praticata la tracheostomia rimase sei mesi senza comunicare!», spiega nella premessa la fisioterapista che nel libro rappresenta l’amicizia tra i due e garantisce sulla «straordinaria energia vitale dell’uomo». Circa 160 pagine di vita, non si troverebbe altro modo per descriverle, nelle quali, Schianchi, novello Giobbe, ma anche guerriero indomito, racconta il suo viaggio nella malattia e non esita con rabbia a interrogarsi sull’eutanasia e chiedere urlando a Dio il perché di questa situazione, ma contemporaneamente, affida le persone che ama alla divina misericordia, in particolare la figlia. Come se fosse in credito con lui e in una sorta di espiazione, affidasse la giovane figlia al suo destino buono. Ne esce uno spaccato di emozioni e relazioni, dove la messa per i malati nella festa della Madonna di Lourdes diventa la sua occasione per sentirsi «tranquillo tra le braccia di una grande madre», ma anche momenti di grande umiliazione in cui la dignità dell’uomo viene profondamente ferita e dove capire che si «stava modificando quella che ero abituato a chiamare vita»; o attimi eterni di dolore nel corso dei quali si vede morire il proprio vicino di letto. Nel corso del lungo anno di ricovero, Schianchi prova uno sconforto che lo porta a chiedere a Dio «che cosa vuoi ancora da me?» o nel quale con una lucida e disarmante oggettività non esita a sentirsi «vittima di un naufragio» o «come una cane tenuto alla catena che lancia SoS, ma non viene localizzato». Un percorso che cela stanchezza, ma che nell’abisso delle solitudini e angosce trova la sua realizzazione nel pensiero caritatevole della propria esistenza, dove l’eutanasia si scaccia «pensando a quanto sarebbe duro per Elisa (la figlia ndr.) non potrermi raccontare dei suoi esami e delle sue giornate, mentre mia madre non avrebbe più l’attesa della giornata per venirmi a trovare e la speranza di avermi ancora a casa». Una rinascita, nella quale trovare amicizie e relazioni in grado di tenerlo in vita meglio di una macchina.
IL TESTAMENTO BIOLOGICO
COME si è visto il testamento biologico è una manifestazione di volontà alla quale molti ordinamenti giuridici nel mondo riconoscono valore e tutelano. Il testamento biologico (detto anche: "testamento di vita" oppure "dichiarazione anticipata di trattamento") è l'espressione della volontà da parte di una persona (testatore), fornita in condizioni di lucidità mentale, in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell'eventualità in cui dovesse trovarsi nella condizione di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte (consenso informato) per malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti, malattie che costringano a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione. Secondo la costituzione italiana nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge (art. 32) e l'Italia ha ratificato nel 2001 la "Convenzione sui diritti umani e la biomedicina" (L. 28 marzo 2001, n.145) di Oviedo del 1997 che stabilisce che i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell'intervento non è in grado di esprimere la propria volontà, saranno tenuti in considerazione (la legge riconosce quindi e tutela il principio sul quale si fonda il testamento biologico). È importante sottolineare, tuttavia, che nonostante la legge n. 145 del 2001 abbia autorizzato il Presidente della Repubblica a ratificare la Convenzione, tuttavia lo strumento di ratifica non è ancora depositato presso il Segretariato Generale del Consiglio d'Europa non essendo stati emanati i decreti legislativi previsti dalla legge per l'adattamento dell'ordinamento italiano ai principi e alle norme della Costituzione. Per questo il motivo l'Italia non è parte alla Convenzione di Oviedo. Manca quindi ancora una specifica ed organica disciplina legislativa in materia. I contenuti del testamento biologico non sono rigorosamente predeterminati, non esiste un modello ufficiale di testamento, possono variare da caso a caso anche perché spesso il testatore scrive cosa pensa in quel momento, senza un preciso format. Il Ministro della Salute italiano, per esempio, per la donazione degli organi, aveva, già da tempo, previsto un talloncino da portare con sé dove si dichiara la propria posizione rispetto alla volontà di donare gli organi. I contenuti sono dunque vari: dalla donazione, alla cremazione, alla terapia del dolore, all'accanimento terapeutico. Di recente però, e per la prima volta, un giudice italiano ha riconosciuto ufficialmente la validità del cd. "testamento biologico" applicando - in mancanza appunto di una specifica disciplina - le disposizioni in materia di amministrazione di sostegno: questa figura, l'amministratore di sostegno, è stata introdotta nel nostro ordinamento con la legge 9 gennaio 2004, n° 6, al fine di offrire tutela - in generale - ai soggetti incapaci di curare i propri interessi anche se non del tutto incapaci di intendere e di volere; nella previsione rientrano quindi anche i malati che, per le condizioni della propria patologia, non siano in grado di esprimere compiutamente la propria volontà.
L’IDRATAZIONE e l’alimentazione, salvo che il corpo non sia ormai in grado di assimilarle, vanno assicurate anche nell’ambito delle cure palliative cui ha diritto – pure se ricoverato in un hospice – il malato terminale. Tutto ciò rende tra l’altro palese che quanto viene in gioco nel momento in cui si chieda di interrompere l’idratazione e l’alimentazione in rapporto ai contesti in esame non è un giudizio riferito a tali interventi, ma – inevitabilmente – alla condizione esistenziale dello stato vegetativo.
«Secondo le argomentazioni svolte dalla Corte d’Appello quale giudice di rinvio, infatti, una volta che sia riferibile per via indiziaria a un soggetto ritenuto irreversibilmente incosciente il desiderio di non vivere tale situazione di grave precarietà esistenziale, l’omissione, da parte delle persone tenute alla tutela, dell’ulteriore somministrazione di idratazione e alimentazione, che provoca la morte del soggetto, sarebbe qualificabile come conforme al diritto. D’altra parte idratazione e alimentazione, essendo fattori necessari al perdurare in vita di ogni individuo, ancorché sano, non posseggono alcun significato inteso al contrasto di uno stato patologico; non possono, pertanto, costituire, anche quando realizzati attraverso modalità mediche, un trattamento terapeutico e, segnatamente, un trattamento sproporzionato, come tale non dovuto». Lo dicono i professori di diritto penale: Salvatore Ardizzone, Ivo Caraccioli, Luciano Eusebi, Marcello Gallo, Ferrando Mantovani, Mauro Ronco.
«Un veleno minaccia pianeta e società». Così Benedetto XVI in questi giorni in visita a Sidney per la Gmg è tornato a parlare di eutanasia. Il Papa ha attaccato lo sperpero di risorse naturali, l’insaziabile consumismo, l’aborto e l’eutanasia: «l’unica arma da opporre è il rispetto della vita umana», ha detto il pontefice che oggi avrà un nuovo incontro con i giovani. La Chiesa non ha mai smesso di rifiutare l’eutanasia, pur dimostrandosi molto vicina ai malati.