Crisi Economica
crisi economica
Inchiesta pubblicata il 19-10-2008 a cura della redazione di Europa dei Diritti, del quotidiano telematico 4minuti.it e del quotidiano "Il Giornale di Reggio"
vignetta crisi economica
Banca d'Italia in primo piano
Banca d'Italia in primo piano

Anche la Banca d'Italia è un protagonista di primo piano nel sistema finanziario e monetario nazionale e internazionale e può avere un ruolo fondamentale nella gestione dell'attuale crisi finanziaria. La Banca d’Italia è infatti la banca centrale della Repubblica Italiana e fa parte del Sistema europeo di banche centrali (Sebc) e dell'Eurosistema. Persegue finalità d’interesse generale nel settore monetario e finanziario: il mantenimento della stabilità dei prezzi, la stabilità e l’efficienza del sistema finanziario, in attuazione del principio della tutela del risparmio sancito dalla Costituzione (Art. 47: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”) e gli altri compiti ad essa affidati dall’ordinamento nazionale. Nell’esercizio delle proprie attribuzioni la Banca opera con autonomia e indipendenza, nel rispetto del principio di trasparenza, secondo le disposizioni della normativa comunitaria e nazionale. Coerentemente con la natura pubblica delle funzioni svolte, l’Istituto cura la diffusione di dati e notizie con la massima ampiezza informativa.

LE FUNZIONI
Vediamo ora maggiormente in dettaglio quali sono le sue competenze. Essa svolge diverse funzioni:
A) Concorre a determinare le decisioni di politica monetaria per l'intera area dell'Euro nel Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea intervenendo anche sul mercato dei cambi.
B) Esercita l'attività di vigilanza sulle banche, sugli intermediari finanziari, sugli Imel (Istituti di Moneta Elettronica) e, d'intesa con la Consob, sugli intermediari non bancari (Sim, Sicav e Sgr), emanando regolamenti, impartendo istruzioni e assumendo provvedimenti nei confronti degli intermediari finanziari.
C) Supervisiona i mercati monetari e finanziari (in particolare sul Mts - mercato all'ingrosso dei Titoli di Stato - e sul Mid - mercato dei fondi interbancari) e i depositari centrali (Monte Titoli per i titoli pubblici e privati diversi dagli strumenti derivati e la Cassa di Compensazione e Garanzia per gli strumenti derivati.
D) Attua la sorveglianza sul sistema dei pagamenti.
E) Partecipa alle attività dei principali organismi finanziari internazionali, tra i quali il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bri) e la Banca Mondiale.
F) Offre consulenze analitiche e informative sullo stato dell'economia agli organi costituzionali in materia di politica economica e finanziaria, anche attraverso la Relazione annuale del Governatore che si tiene in occasione dell'Assemblea dei Partecipanti al capitale entro il 31 maggio di ogni anno.

LE FILIALI
Le filiali della Banca d'Italia svolgono la funzione di Tesoreria Provinciale dello Stato. Questo incarico è regolato da apposita convenzione tacitamente rinnovata di 20 anni in 20 anni, salvo disdetta di una delle parti da notificarsi all'altra parte almeno 5 anni prima della scadenza (fissata nel 2010). Dal 1999, la Banca d'Italia svolge altresì, tramite la Succursale di Roma, la funzione di Tesoreria Centrale.

Cna in Emilia Romagna invoca il gioco di squadra
Cna in Emilia Romagna invoca il gioco di squadra
"In questo momento le Pmi hanno bisogno di fiducia e credito"

«Stiamo vivendo uno di quei momenti in cui il futuro sembra senza paracadute. C’è grande preoccupazione nelle imprese, tra i risparmiatori le famiglie» Non va per il sottile il Presidente di Cna Reggio Emilia Enrico Bini nel descrivere gli effetti della crisi finanziaria. «Al momento, la preoccupazione non è confortata da dati drammatici sull’economia reale, o meglio i dati negativi sono precedenti alla crisi finanziaria: da tempo denunciamo una situazione di stallo che non preannunciava nulla di buono. Certo è che non si può assistere al declino senza fare nulla, soprattutto in Italia e in Emilia Romagna dove le piccole e medie imprese rappresentano la spina dorsale del tessuto economico e sono una risorsa radicata sul territorio, concreta e flessibile».
Al momento attuale quale è il settore che si difende meglio? E quale subisce maggiormente le conseguenze della crisi?
A livello provinciale la maglia nera spetta certamente alle costruzioni e alla moda. Non vanno meglio le cose per i trasporti mentre la meccanica e il legno mostrano uno stato di salute migliore. Faticano di più le micro e piccolissime imprese mentre hanno performances accettabili le piccole aziende più strutturate e quelle vocate all’export. Anche queste considerazioni, però, si riferiscono al contesto di non crescita precedente al crollo delle Borse. E’ bene ricordare ancora una volta il valore della piccola impresa: nei primi sei mesi del 2008, mentre l’occupazione in Italia diminuiva del 20%, la piccola e media impresa registrava un più 7,5% nonostante la congiuntura sfavorevole.
I consumi delle famiglie calano. Aspettando provvedimenti dall'alto per porre rimedio a questa situazione, cosa possono fare intanto le piccole imprese artigiane per uscire dall'enpasse?
I piccoli imprenditori sono abituati a fare da soli e a sopravvivere nei momenti di difficoltà: questa è la fortuna del sistema paese Italia. E’ però necessario che le Istituzioni di ogni livello capiscano che in questo momento più che mai le piccole e medie imprese hanno bisogno di aria, di fiducia, di credito. Le banche, tanto prodighe con la finanza, devono ricordarsi che esistono le imprese che producono e creano occupazione e ricchezza. Le banche devono essere consapevoli del fatto che restringere oggi il credito alle imprese di piccola dimensione significa dare il colpo finale all’economia provinciale come a quella italiana. Soprattutto in una fase come l’attuale, è necessario che lo Stato, ma anche gli Enti locali, diventino amici delle Pmi, che le affianchino e diano sicurezze perché solo loro possono risollevare il Paese.
Quale è il saldo tra attività aperte e chiuse nel 2008 rispetto all'anno precedente?
I dati 2008, ovviamente, non ci sono ancora, ma lo scorso anno abbiamo assistito per la prima volta a un saldo superiore allo zero di qualche decimale e le previsioni per quest’anno sono di arrivare a un vero e proprio saldo zero. La realtà è che molte imprese chiudono e si fa fatica a rimpiazzarle.
Come uscirà da questo ciclone il famoso il sistema fatto di piccole realtà produttive?
Tenendo i nervi saldi e mettendo in piedi un gioco di squadra: la Camera di Commercio ha deliberato un fondo per rafforzare le garanzie del consorzio Fidi; la stessa cosa, pur di entità diversa, Cna ha chiesto al governo nazionale. Occorre poi scongiurare il rischio di una stretta creditizia nei confronti delle Pmi quindi si deve raccomandare al sistema bancario un atteggiamento di apertura. E’ poi giunto il momento di riprendere in mano con decisione il Patto per lo Sviluppo. Comuni e Amministrazione provinciale debbono riuscire a rimettere attorno a un tavolo tutti gli attori del territorio per la messa a punto di strategie da mettere in campo a breve e medio periodo. La nostra Associazione sta lavorando per affrontare gli elementi di difficoltà che si registrano nelle diverse zone del territorio provinciale. Siamo anche certi che il sistema produttivo della nostra area abbia in sé gli anticorpi per farcela anche questa volta, a patto che si riesca a mettere in campo un lavoro di squadra.

Consigli di uno scalper:"Comprate titoli"
Consigli di uno scalper:"Comprate titoli"
Luciano Conforti è un autodidatta che dà consigli a chi gioca in Borsa

«Sono perfettamente d’accordo con Stefano Cavazzoni che, da ragioniere, è diventato scalper di Borsa: è il momento di comperare». Luciano Conforti, replica così allo scalper (per definizione, colui che gioca in Borsa sul centesimo e sul minuto) di professione ospitato dalla nostra inchiesta. «Non è l’unico scalper, come pensa lui - afferma Conforti - io da anni acquisto e vendo azioni (esclusivamente italiane) da casa con l’ausilio del mio personal computer. Ora a tempo pieno, visto che sono in pensione da pochi giorni». Chiediamo a Conforti com’è nata questa passione. «L’ho sempre fatto, anche quando lavoravo avevo un’attività in proprio che mi permetteva di attaccarmi al computer al pomeriggio. Ho iniziato nel 1997: all’epoca non esisteva quasi nulla per il privato cittadino che volesse giocare in Borsa in tempo reale. Ma è difficilissimo farne un mestiere: bisognerebbe essere infallibili. A volte si va a sensazione. Le notizie non sempre vanno in una direzione: quando in Unicredit sono entrati i libici, il titolo è schizzato per un giorno ma era pur sempre ai minimi storici». Anche Conforti consiglia ai risparmiatori di acquistare: «E’ il momento di comperare, poco, e con attenzione, come sto facendo io nel breve e brevissimo tra acquisto e vendita. Per chi è “sotto di molto”, se è in panico e vende l azioni in suo possesso, io le acquisto...Mi ha dato fastidio quando hanno consigliato di non vendere: e io da chi compro, a questi prezzi stracciati?». Per chi vuole investire, invece, per Conforti «ci sono titoli come Telecom che ai prezzi odierni, se confermassero nel 2008 (è quasi certo) il dividendo del 2007, comperandole oggi nella fascia da 0,78 a 0,83 centesimi, ad aprile 2009 incasserebbero oltre il 10% solo di dividendo, senza considerare che il titolo ad aprile 2009 varrà tra 1,00 e 1,30 euro...Basta guardare gli utili delle società per sapere su quali scommettere. Al momento nel mio portafoglio c’è Schiapparelli, Arena, Invest Sviluppo, le Ratti. Sul fronte banche, in settimana ho comprato e venduto Unicredit quattro volte. Buone anche Tiscali e Seat Risparmio». Certo bisogna attenersi a regole prudenziali. «Mai investire tutto quello che uno ha: meglio il classico giardinetto con investimenti diversificati. Ora minimizzo le perdite con un sistema che si chiama stop loss: metto 5mila mila euro, se il titolo si abbassa di più di 100 euro entra automaticamente l’ordine di vendita, anche se spengo il computer». Conforti ha un’altra regola: «Non ascoltare nessuno e imparare dal passato. L’ultima volta che ho dato retta alla direttrice di una banca, nel 2000, mi sono tirato fuori e ho fatto male: ci ho lasciato una cifra consistente...».

Cosa deve sapere il risparmiatore
Cosa deve sapere il risparmiatore
Aduc propone alcuni suggerimenti utili a chi decidesse di investire il proprio denaro nel mercato finanziario

Quello della tutela dei risparmiatori e dei loro diritti è un tema molto spesso dibattuto e, purtroppo di grande e pressante attualità in questi ultimi anni. Al di là delle norme giuridiche esistenti, degli accordi interbancari, delle dichiarazioni più o meno unilaterali di intenti fatte da partiti politici o associazioni di categoria o di consumatori, è evidente che manchi a tutt'oggi un vero e proprio codice del risparmiatore, quasi un testo unico che definisca in modo organico diritti e doveri dei risparmiatori. Stanti così le cose può essere utile cercare di identificare alcune regole semplici e di buon senso per investire al meglio e nel modo più saggio il proprio denaro; in tal senso paiono davvero utili due semplici decaloghi, predisposti dall’associazione di tutela dei consumatori Aduc.

DECALOGO PER L’INVESTITORE FINANZIARIO NON ESPERTO

  1. Chiarirsi le idee su cosa si vuole dai propri soldi Protezione dall’inflazione per il capitale che si prevede di utilizzare nei prossimi 3-5 anni; investimento solo per i soldi che sicuramente non servono nei prossimi 3-5 anni.
  2. Dichiarare per iscritto all’intermediario finanziario la propria propensione al rischio Non barrare mai la casella con la quale si dichiara di non voler fornire queste informazioni, anzi è bene integrarle indicando espressamente le tipologie d’investimento che si desidera escludere.
  3. Prendere sempre tempo Non sottoscrivere mai investimenti subito dopo che il venditore ha terminato la descrizione. Diffidare sempre dagli investimenti che devono essere compiuti entro una certa data. Richiedere sempre copia di tutta la documentazione e leggerla con calma. Firmare solo dopo aver compreso ogni aspetto della documentazione. Se il venditore non vuole fornire questa documentazione escludere l’investimento.
  4. Investire solo in strumenti finanziari che si sono pienamente compresi Non fidarsi mai delle cose dette a voce. Se siamo abbastanza sicuri, ma si tratta di tipologie d’investimento nuove, investire solo piccole parti del proprio patrimonio finanziario (1 o 2% al massimo), si può sempre integrare successivamente.
  5. Non investire in singoli titoli azionari, nè in obbligazioni che non siano emesse da Governi affidabili.
  6. Non investire in strumenti non quotati Questa semplice regola preserva da moltissimi problemi. La quotazione in un mercato finanziario regolamentato non solo offre la “liquidabilita”’ dell’investimento, ma preserva anche da tanti strumenti finanziari inutilmente costosi e talvolta poco trasparenti (come i fondi comuni d’investimento non quotati, le gestioni patrimoniali in quote di fondi, le unit-linked, le varie obbligazioni strutturate e tutte le diavolerie dell’ingegneria finanziaria che gli intermediari inventano per far pagare commissioni ai propri clienti).
  7. Per la protezione del capitale Utilizzare: titoli di stato a breve termine o indicizzati, buoni postali fruttiferi, conti di deposito ad alta remunerazione (senza costi) e fondi monetari senza commissioni di gestione (o con commissioni di gestione inferiori allo 0,3%). Non utilizzare prodotti finanziari generalmente definiti ”a capitale garantito”.
  8. Per gli investimenti Utilizzare: titoli di stato per la parte obbligazionaria, fondi comuni indicizzati o (meglio) Etf per la componente azionaria. Le proporzioni dipendono dal proprio profilo d’investitore, meno esperienza si ha e meno componente azionaria si deve inserire in portafoglio.
  9. Per accantonare risparmi Non utilizzare polizze vita (sono inutilmente costose). I Pac sono una buona soluzione a patto che prevedano basse commissioni di ingresso (se non nulle) e di gestione, ma è preferibile comunque diminuire la frequenza dell’investimento (trimestrale, invece che mensile) e investire direttamente in titoli (obbligazioni o Etf). L’investimento rateizzato è un’ottima forma di investimento.
  10. Se si avverte la necessità di una consulenza Non pensare di ricevere consulenza dai funzionari bancari o dai promotori finanziari, la loro funzione principale è quella di vendere prodotti finanziari. Sono in conflitto d’interesse e possono, al massimo, fornire consulenza strumentale alla vendita dei prodotti. Dal Novembre 2007 è stata regolamentata la figura del consulente finanziario indipendente. Se si dispone di un capitale finanziario ingente e non si vuole fare da soli, meglio affidarsi a un professionista pagato direttamente dall'investitore.

COSA NON FARE QUANDO SI INVESTE
1° errore: confondere un rendimento nominale con il rendimento reale. Pensare che sia facile avere un rendimento superiore alla media e che sia mediocre investire per puntare al rendimento medio del mercato. Cosa c'è da sapere: Il rendimento medio è fornito dalla crescita economica. Per avere un rendimento in eccesso è necessario che qualcun altro nel mercato abbia un sottorendimento. Una buona risposta: investire in fondi indice o Etf per avere dei sani rendimenti di lungo termine. Aggiungere liquidità o obbligazioni per aggiustare il rapporto rischio/rendimento.
2° errore: comprare azioni solo di società ben amministrate. Cosa c’è da sapere: l’azione non è la compagnia. La differenza sta nel prezzo che si paga per l’azione. Un buona risposta: comprare strumenti di investimento che diversificano ampiamente.
3° errore: pensare che se uno strumento finanziario ha dato buoni rendimenti in passato sia più probabile che continuerà a farlo in futuro. Pagare commissioni di gestione sulla base dei passati rendimenti. Cosa c’è da sapere: i mercati finanziari sono imprevedibili. Ogni previsione su di essi ha un probabilità di realizzarsi oscillante fra il 40 e il 60%. Un buona risposta: non pagare commissioni per la gestione attiva sulla base dei passati rendimenti. Investire nelle principali categorie di investimenti (azioni, obbligazioni, immobili, liquidità e strumenti alternativi) in base ai propri obbiettivi finanziari.
4° errore: prendere decisioni sui singoli strumenti finanziari e non nell’ottica del portafoglio. Cosa c’è da sapere: le caratteristiche di rischio del complesso del portafoglio sono largamente prevedibili. Un buona risposta: porre l’attenzione su una buona diversificazione del portafoglio che si combini con la giusta dose di rischio.
5° errore: pensare che commissioni, costi tecnici e tassazione non siano importanti. Cosa c’è da sapere: la gestione del risparmio in Italia, costa mediamente il 3% annuo. Nel lungo periodo, questo costo ha un impatto drammatico sul rendimento composto effettivo. Un buona risposta: utilizzare semplici titoli per la componente obbligazionaria del portafoglio, Etf o fondi indicizzati a basse commissioni di gestione per la parte azionaria.
6° errore: avere tutti i risparmi in conti correnti o strumenti monetari. Cosa c’è da sapere: i mercati finanziari pagano un “premio per il rischio” non diversificabile. Una buona risposta: avere un portafoglio ben diversificato permette di avere dei redditi aggiuntivi a quelli derivanti dal lavoro.
7° errore: farsi prendere dal panico quando le cose vanno male e dall’avidità’ quando vanno bene. Cosa c’e’ da sapere: le aspettative di rendimento futuro hanno scarsissima relazione con i rendimenti passati. Un buona risposta: basare la composizione del portafoglio finanziario sul rapporto rischio/rendimento di lungo periodo.
8° errore: non fare mai cambiamenti alla composizione del portafoglio anche quando il proprio patrimonio e’ cambiato. Cosa c’è da sapere: alcune oscillazioni dei mercati possono generare perdite non recuperabili con un normale andamento dei mercati finanziari. Il giusto rapporto fra rischio/rendimento è fortemente influenzato anche dalla consistenza del patrimonio. Un buona risposta: verificare con attenzione qual è la massima perdita (in valore assoluto) sopportabile in base al proprio patrimonio, e fare i relativi aggiustamenti nelle componenti di investimento per rispettare questo vincolo di rischio.
9° errore: spendere molto tempo con giornali, Tv e siti Internet finanziari. Cosa c’e’ da sapere: il rischio non diversificabile, la diminuzione dei costi e delle tasse mantengono il loro valore anche quando vengono utilizzati da tutti, le idee per avere extra-rendimenti finanziari, no. Un buona risposta: non tentare di acquistare l’azione “giusta” o di entrare e uscire nel “momento giusto”. Ci riescono solo i bugiardi.
10° errore: affidarsi a consulenti che sono bravi solo a movimentare il portafoglio in base a improbabili previsioni sui movimenti futuri dei mercati o pagare alte commissioni per improduttive gestioni di fondi comuni o gestioni patrimoniali. Cosa c’è da sapere: la stragrande maggioranza dei servizi finanziari è strutturata in modo da produrre potenti conflitti di interessi fra cliente e intermediari. Poiché il cliente è la parte più debole, questi conflitti di interessi si traducono in costi improduttivi. Una buona risposta: considerare la possibilità di affidarsi a pianificatori finanziari indipendenti pagati esclusivamente a parcella e a “money manager” che mantengono molto bassi i livelli commissionali e enfatizzano la gestione dei rischi finanziari piuttosto che i rendimenti.

Cresce la disoccupazione
Cresce la disoccupazione
Le conseguenze del crack finanziario sull'economia reale

L'attenzione di molti economisti e di tanti governi si è appuntata sugli effetti che la crisi può innescare sull'economia reale. E' senz'altro difficile azzardare previsioni, nessuno ormai si sbilancia. Tuttavia, a parere del Fondo Monetario Internazionale ci si sta approssimando a una recessione globale. Secondo gli analisti la frenata dell'inflazione nei paesi della zona euro, del resto, non è altro che il rovescio della medaglia del fatto che l'economia di quella zona sta frenando, con la Bce che rivede al ribasso le stime di crescita per tutti i Paesi. E non è un caso che l'Istat abbia evidenziato come il tasso di disoccupazione in Italia sia in aumento. Diminuzione del tasso d'inflazione e aumento della disoccupazione sono soltanto due indicatori di un'economia debole, quasi in panne. Ma a questo punto il grande interrogativo è: la crisi finanziaria e dei mercati borsistici avrà ripercussioni sull'economia reale? In effetti, secondo molti, potrebbe averne per due ragioni. Primo, se le banche finissero a corto di liquidità, allora non potrebbero far credito alle imprese, con le conseguenti difficoltà, per queste ultime, sui piani di produzione. Il secondo argomento attiene al rapporto tra istituti di credito e imprese. Se sono i primi a controllare i secondi, allora la crisi che investisse questi "proprietari" su larga scala finirebbe per mettere quasi certamente in ginocchio le imprese. Tutto ciò però è maggiormente prospettabile in una realtà come quella statunitense piuttosto che nel nostro paese: in Italia le banche hanno essenzialmente carattere commerciale e creditizio, e non di investimento. In più, una virtù dei cittadini italiani è quella di essere buoni risparmiatori, il che ha sempre garantito ottime raccolte di liquidità per le banche. Quindi, secondo una opinione diffusa, in casa nostra dovrebbe essere più difficile che la crisi possa arrivare ad investire in modo preoccupante l'economia reale poiché i nostri istituti di credito dovrebbero godere di una protezione e di una solidità maggiori rispetto a quelli statunitensi. Molto, comunque, si giocherà in base alle regole dell'ottimismo e del pessimismo, della fiducia e della sfiducia: per questo ogni giorno viene diffuso nei confronti di chiunque un suggerimento: niente panico, la psicosi è nociva, per tutti! Quello, il panico, si che potrebbe davvero contribuire in modo serio a danneggiare l'economia reale: non serve a nessuno mettere i soldi sotto al materasso, anzi, proprio dopo i crolli borsistici si hanno le migliori opportunità di guadagno. Tutto ciò non vuol naturalmente significare che la nostra economia reale non sia in qualche modo a rischio; ad oggi, circa la metà del prodotto lordo mondiale è già in contrazione. È del tutto prevedibile che la situazione dell’economia reale, rispetto a quella attuale, si aggravi, particolarmente in Europa e, soprattutto, negli Stati Uniti. Questa contrazione della produzione presenta rischi da molteplici punti di vista: sul bilancio delle banche, ove la contrazione reale provocherebbe un ulteriore deterioramento del credito e dei bilanci delle banche stesse; sul bilancio dei governi, chiamati a ripagare il debito creato per aiutare gli istituti di credito. Per questo molti analisti ritengono che, nelle prossime settimane, occorrerà varare un piano rivolto all’economia reale. Un piano specifico per ogni Paese, a seconda dei punti di debolezza: rivolto alla casa negli Usa, rivolto alle infrastrutture in Europa. Le banche, come si è visto, hanno un’importanza centrale nel sistema economico, ma non dimentichiamo l’economia reale, il cui andamento determinerà modi e tempi di uscita dalla crisi. Per il ministro dell’economia Tremonti l'impatto dell’attuale crisi bancaria e finanziaria sull'economia reale e sulla produzione industriale sarà inevitabile. Il ministro però è convinto che la crisi finanziaria sia stata comunque gestita e contenuta in modo efficace, almeno in Europa.

Crisi Italia? Oggi c'è anche l'immigrato che sogna l'estero per i figli
Crisi Italia? Oggi c'è anche l'immigrato che sogna l'estero per i figli
Un immigrato cassaintegrato: "In 10 anni la mia città è peggiorata. in Inghilterra si sta meglio!"

«Sono arrivato in Italia dieci anni fa dalla lontana Africa. In Italia c’era ancora la lira e, tutto sommato, si stava bene. Il lavoro di operaio che ero riuscito a trovare  mi permetteva di vivere in modo dignitoso e di non far mancare nulla alla famiglia che mi ero costruito. Ora però è una vera e propria tragedia». C’è molta amarezza nelle parole di Charles Banabas, un ragazzone africano di 37 anni che abita in un condominio, datato ma dignitoso, nei pressi dell’ospedale cittadino Santa Maria Nuova, a pochi passi dal centro della città. L’appartamento è piccolo e stretto, troppo stretto per le due famiglie che ci vivono, adibendo una sola stanza a più funzioni: così la camera da letto diventa, all’occasione, un salotto per accogliere gli amici. «Io, mia moglie Ester Tando, che ha 33 anni ed è casalinga, i miei figli Charles Junior e Vanessa, di 6 e 3 anni, viviamo con la famiglia di mio fratello. In questo modo riusciamo ad ammortizzare le spese del mutuo, che presenta un conto salato ogni mese», spiega Charles, che, in quanto dipendente dello stabilimento di Lentigione di Brescello, è in cassaintegrazione da ormai quaranta giorni. Lui scuote la testa e sostiene che «ancora non si è fatta chiarezza sul mio futuro lavorativo alla Fantuzzi Reggiane, perché ogni sera, rincasando - dice guardando la sua compagna e i bimbi con affetto - non so se lavorerò il giorno dopo e se riuscirò a portare a casa dei soldi per assecondare le loro necessità». «E’ difficile arrivare alla fine del mese. Il mutuo di 800 euro è spartito a 400 euro a famiglia ma, calcolando che il mio stipendio da operaio è di circa 1400 euro al mese, resta comunque una cifra assurda, specie ora che da cassa integrato mi pagano molto meno». Ci sono infatti da pagare i debiti con la banca, che da anni la famiglia Banabas si trascina dietro: senza contare le rette della scuola materna a cui è scritto il piccolo Charles Jr e le spese saltuarie, per cure mediche e gli improvvisi bisogni che possono incombere in una famiglia, specialmente in un nucleo in cui ci sono bambini ancora in tenera età. «Non ci possiamo permettere nessuna spesa extra, nessun lusso, al punto che a volte dobbiamo negare anche i dolci e i giocattoli ai bambini. Ci arrangiamo come possiamo, andando nei luoghi in cui la roba costa poco e facendo la spesa nei grandi supermercati, in cui possiamo trovare prodotti sottocosto a offerte vantaggiose», spiega il padre di famiglia, sottolineando anche che «purtroppo non si fanno mai vacanze, perché non ci sono i soldi e, se a fine mese riusciamo a mettere via qualche risparmio, lo impieghiamo per saldare i debiti e cercare di rimediare alle spese più urgenti». La recente crisi finanziaria e la disfatta delle banche e della Borsa sembrano proprio essere la punta dell’iceberg per questa famiglia. Banabas ribadisce che «i prezzi sono saliti in modo esagerato negli ultimi tempi, specie con l’arrivo dell’euro, che per me è stato il vero cappio al collo. Da quando è entrato in vigore, tutto è diventato più difficile». Nei suoi progetti futuri, resta comunque «la voglia di lavorare». «Però i miei figli, appena saranno cresciuti, voglio farli studiare e poi mandarli via da qua, perché non ci sono più le condizioni per pensare ad un futuro in Italia, come quando ho messo piede io la prima volta sul suolo italiano». Per Vanessa, un viso vispo e due codini, e Charles Jr, un bimbo sveglio e amante della musica a tutto volume di Mtv, il padre pensa alla fredda e uggiosa Inghilterra, «dove si sono trasferiti da un po’ di tempo anche i miei genitori che, tutte le volte che li sento, mi assicurano che stanno bene e mi dicono sempre di prendere la mia famiglia, fare i bagagli e raggiungerli per provare a ricominciare di nuovo una vita dignitosa. In Inghilterra si sta meglio che in Italia».

Dopo banche e imprese salviamo salari, stipendi e pensioni
Dopo banche e imprese salviamo salari, stipendi e pensioni
Il ritorno dei petroldollari

Il primo a denunciare il rischio che incombe sul nostro sistema finanziario e industriale, così duramente provato da queste ultime settimane, è stato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che, dalla tribuna di Bruxelles, ha tuonato contro il probabile ingresso nel sistema dei cosiddetti ” fondi sovrani”. Non ha fatto in tempo a parlare che Unicredit, la banca supermitragliata dalla speculazione borsistica, ha annunciato che i soci libici sono passati dallo 0,9% al 4,25% diventando il secondo azionista istituzionale della Banca dopo la Fondazione Cariverona che possiede il 5 e che, come mi sembra giusto, avranno un loro rappresentante nel consiglio di amministrazione. Immediatamente il titolo di Unicredit ha ripreso fiato, tanto da chiudere la settimana borsistica con un rialzo di oltre il 7 %. Il richiamo di Berlusconi mi è sembrato opportuno perché, se è vero che pecunia non olet, è altrettanto vero che se il principio di un Paese che si presume forte è quello di mantenere la propria identità, è altrettanto vero che ha il dovere di premunirsi nei confronti di scalate che potrebbero minarne l’identità. Certo è che se ,per quel che riguarda le banche, abbiamo buone ragioni per ritenere che siano sufficientemente forti per sostenere qualsiasi assalto, anche grazie alle decisioni prese in sede europea che obbligano le autorità politiche e finanziarie nazionali ad una stretta vigilanza, non possiamo dirci molto tranquilli per quel che concerne il nostro sistema industriale, specie per quel che riguarda i settori strategici. Nei giorni della massima apprensione c’è stato chi si è divertito a compilare come una sorta di classifica delle capitalizzazioni delle nostre imprese dopo lo tsunami provocato dalla crisi della borsa. Il risultato che è uscito è quanto meno preoccupante: con 200 miliardi di euro si potrebbe comperare l’Italia. Chi ce li ha 200 miliardi di euro da spendere? Praticamente nessuno all’infuori degli .....emiri. Giusto quindi l’allarme lanciato da Berlusconi, ma a questo punto è chiaro che non ci si può fermare alle ” grida manzoniane”, oppure al ” dalli all’untore”. Bisogna agire in fretta perchè i tempi stringono e la recessione va più forte di governi e parlamenti.Però non dobbiamo nemmeno stracciarci le vesti se, da qualche fondo sovrano, arrivano soldi nel nostro sistema industriale. Non sarebbe la prima volta e il nostro sistema imprenditoriale ne ha tratto incentivi non solo per riprendere il proprio ritmo produttivo, ma anche per ristrutturarsi in maniera da poter affrontare con buona prospettiva le sfide della modernizzazione prima ,e della globalizzazione poi. Tutti ricordano quando nel 1976 la Fiat, che stava attraversando una crisi profonda, fu soccorsa dall’ingresso nel suo capitale dei soldi di Gheddafi. La finanza libica si impossessò addirittura del 10 per cento del capitale della più importante impresa italiana ,con due membri gheddafiani nel consiglio di amministrazione. La Juventus, il gioiello di famiglia Agnelli, giocava col nome della Tamoil stampato sulle maglie. E’ durato poco più di dieci anni il rapporto stretto fra la Libia di Gheddafi e la Fiat degli Agnelli. Anni difficili ,quando la Libia faceva parte di quegli stati canaglia che erano bersaglio della politica antiterroristica dell’America di Reagan prima e di Clinton poi. A poco a poco i libici si sono ritirati; o meglio: l’Ifi e l’Ifil avevano riconquistato la loro supremazia aziendale per cui i petroldollari di Gheddafi sono rimasti ancora oggi solo nella Juventus con un 7 per cento del capitale. Ma se la Libia è il cliente più affezionato dell’economia industriale italiana, vi è anche un principe saudita che scorrazza per mezza Europa piazzando i suoi quattrini di qua e di là. Si tratta di Tarek Ben Ammar che spazia dalle assicurazioni a Mediaset, ad altre imprese francesi e spagnole. Nessuna remora quindi nei confronti dell’ingresso di capitali stranieri nel nostro sistema industriale, ma soltanto la preoccupazione che non ne diventino i padroni. In questo senso tendo ad interpretare il monito lanciato dal Presidente del Consiglio. D’altronde, come sostengono fior di economisti, l’attuale crisi che investe l’intero mondo industrializzato non è causata dall’eccesso di mercato, bensì dall’incapacità di regolarlo. Emma Bonino, già ministro delle Politiche Comunitarie nel precedente governo Prodi, venerdì sera a TV7 non ha esitato a definire l’attuale momento come una crisi “nel mercato” e non ”del mercato”, trovando su questo concetto l’assonanza della presidente del Giovani Industriali Federica Guidi. Ieri poi, sul ” Corriere della Sera”, l’economista Giavazzi si è espresso in termini fortemente critici nei confronti dell’allarme lanciato da Berlusconi nei confronti dei fondi sovrani. In buona sostanza Giavazzi dice che non ha senso alzare oggi le barricate contro presumibili interventi stranieri nella finanza italiana dopo che per anni abbiamo lamentato la assoluta assenza di investimenti stranieri distratti dalla labilità del sistema politico e finanziario italiano. Ben vengano, dice Giavazzi, i petroldollari se garantiscono respiro alle nostre banche e prospettive di produttività alle nostre imprese. Secondo lui dunque Berlusconi sbaglierebbe ad alzare barricate. Il ragionamento di Giavazzi è condivisibile sino ad un certo punto. Sono d’accordo sulla liberalizzazione dei mercati finanziari e quindi dall’ingresso dei fondi sovrani anche nelle nostre imprese, purchè l’Italia, in materia, si dia regole ben precise, quanto meno tendenti a rendere difficili le cosiddette Opa ostili. Il caso Unicredit ci dice che è possibile accogliere soldi stranieri in un clima di assoluta libertà ed indipendenza. Anche perchè in questo preciso momento il problema vero non è tanto quello del pericolo dell’ingresso dei fondi sovrani in Italia, quanto quello di mettere in sicurezza innanzitutto il nostro sistema bancario, al fine di ricreare quel clima di fiducia che si è andato via via perdendo man mano che la crisi finanziaria assumeva le dimensioni del disastro. Questo è stato fatto dopo la riunione del 14 dell’Eurogruppo. L’Italia ha offerto garanzie senza per questo entrare a piedi giunti nel governo del capitale delle banche come invece hanno fatto Inghilterra, Francia e Germania. Ma - e questa è la cosa importante - il Governo ha anche assunto l’impegno di entrare con capitali pubblici in quelle aziende strategiche che denunciassero pericoli di grave cedimento nei confronti del ciclo economico. Berlusconi ha detto che oggi “non è più peccato se lo Stato si intromette nell’economia delle aziende”. Praticamente uno dei proconsoli del tatcherismo reaganiano, della deregulation, del principio che “il mercato ha sempre ragione”, ha seppellito con una sola frase un trentennio di baldoria finanziaria che ha dato i risultati che ha datto, rispolverando il vecchio e caro Keynes, oggi ridefinito il più grande economista del Ventesimo Secolo che, con la sua teoria del “capitalismo sociale”, oppure all’incontrario del “socialismo capitalista”, ha dettato le regole affinchè la libertà d’impresa fosse garantita, anzi sostenuta fisicamente dai governi e, dall’altro, ha offerto tutte quelle garanzie sociali in tema di ammortizzatori e welfare che hanno permesso alle classi lavoratrici di affrancarsi da decenni di sudditanza economica e culturale. E’ chiaro che, a questo punto, non basta seppellire la scuola di Chicago salvando banche e aziende, ma occorre prestare attenzione ai bisogni reali della gente. Pensioni, salari e stipendi attendono solo di essere rivalutati. Altrimenti ne va del calo dei consumi ed il paese avrà pure banche ed imprese garantite, ma sarà sempre più povero.

I consumi diminuiti del 2%
I consumi diminuiti del 2%
Crollo rispetto a gennaio-agosto del 2007, quando il commercio aveva segnato +1,3%

I consumi tra gennaio e agosto 2008 hanno fatto segnare un calo del 2% rispetto al +1,3% dello stesso periodo del 2007. Per il settore del commercio reggiano non è affatto un bel periodo. Questa, in sintesi, la valutazione che emerge a Reggio Emilia dalle parole del presidente di Confcommercio Paolo Ferraboschi.
Presidente siamo nel mezzo di una crisi finanziaria globale che ha coinvolto pesantemente anche il settore del commercio provocando una contrazione nei consumi. Come vanno le cose in città?
Non bene, soprattutto per il commercio che, diversamente da altri settori, non può recuperare con l’export. Bisogna sottolineare che è in atto una crisi strutturale, congiunturale e ora emergenziale che dura da molto tempo, da oltre dieci anni, che si è aggravata negli ultimi tempi per la pesante caduta del potere d’acquisto e per la crescente sfiducia delle famiglie.
Rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso i consumi sono calati di molto?
L’indicatore nazionale dei consumi Confcommercio mostra un calo dei consumi pari a -2.0%, a fronte di un 2007 che si era chiuso con un pur debole +1,3%.
Esistono settori e prodotti merceologici che resistono meglio alla crisi rispetto ad altri?
Possiamo parlare piuttosto di settori che vanno meno peggio. A livello nazionale osserviamo innanzitutto che i beni calano mentre i servizi rimangono fermi: -1,9% il consumo di beni in quantità tra gennaio e agosto 2008; +0,1% i servizi nello stesso periodo. Dai dati che stiamo raccogliendo sul primo semestre 2008 a Reggio, inoltre, sembrerebbe che l’andamento negativo rilevato nel 2007 non abbia invertito la propria tendenza. Nel 2007 gli unici settori in cui le vendite avevano registrato una crescita tendenziale erano i giocattoli e la profumeria; negativi, invece, i consumi di alimentari, abbigliamento e calzature, elettrodomestici ed elettronica, beni per la casa, libri.
Se la crisi dovesse aggravarsi, come sembra, cosa rischiano i commercianti reggiani?
Speriamo, soprattutto, che la crisi rallenti. Non vi è dubbio, altrimenti, che vi sarebbe un’espulsione di un numero consistente di aziende, soprattutto di quelle più piccole, dal sistema.
Esiste un modo per rispondere a queste difficoltà?
Restituire potere d’acquisto ai consumatori attraverso una riduzione anche progressiva, come dice il Presidente nazionale Confcommercio Sangalli, delle tasse, ricreare un clima di fiducia, e certamente da parte delle imprese commerciali e turistiche proseguire con ulteriori sforzi nella ristrutturazione organizzativa.
Cosa ne pensa delle nuove forme di commercio messe in campo in questo periodo di difficoltà (mercato contadino, chilometri zero, agriturismo, ecc.)?
Sono dei tentativi. I commercianti, ricordiamolo, forniscono un servizio 300 giorni all’anno; chi fa interventi spot, invece, può offrire in quelle occasioni, ma solo in quelle, delle condizioni forse un po’ più interessanti. Attenzione, però: a fianco di un commercio regolare, vi è un crescente mercato parallelo (circoli, mercatini contadini, agriturismo, ecc.), spesso artificioso, che va controllato accuratamente. Infatti il consumatore viene spesso illuso con qualità e servizi scadenti.
Esiste anche un problema riguardo i prezzi: come farvi fronte?
L’unico vero problema riguardo ai prezzi è la cattiva pubblicità. L’attuale diminuzione, dopo quasi due anni, dell’indice dei prezzi al consumo riflette la riduzione dei prezzi delle materie prime energetiche sui mercati internazionali e l’attenuarsi delle pressioni nel comparto alimentare. Questo dato conferma sostanzialmente l’estraneità del settore della distribuzione ai fenomeni inflazionistici perché quando scendono i prezzi delle materie prime energetiche e alimentari si riducono anche i prezzi al consumo, e dimostra che il rientro dell’inflazione è un processo legato a meccanismi di formazione dei prezzi che hanno origine su scala internazionale. La nostra media è decisamente sotto al resto d’Europa. Ciò dimostra un comportamento piuttosto virtuoso del nostro Paese, anche perché il settore distributivo ha cercato davvero di ammortizzare gli aumenti. Siamo in contatto quasi settimanalmente con Mister Prezzi e possiamo dire che poche sono le segnalazioni per anomalie.
Durante l'anno in corso qual è il bilancio tra nuove attività aperte e attività che hanno chiuso i battenti?
I dati non sono molto precisi. E’ spesso un problema di metodo di calcolo se il saldo tra chiusure e nuove attività è positivo o negativo. I dati in nostro possesso ci dicono che vi è una certa negatività e che le prospettive sono inquietanti. Va inoltre considerato che molti esercizi gestiti da persone anziane, in mancanza di alternative, cercano di proseguire l’attività, pur in presenza di una redditività decrescente e molto limitata. Ciò detto il numero di esercizi che intendono chiudere, non solo in centro storico ma anche in periferia, è molto elevato.
Crede possibile una ripresa dei consumi a breve termine?
A breve termine no, anche perché lo tsunami finanziario in atto da settimane è ancora in corso.

La Bce gestisce la politica monetaria
La Bce gestisce la politica monetaria
Il suo scopo principale è controllare l'andamento dei prezzi

Non si può pensare di valutare l'attuale crisi senza conoscerne i protagonisti. E che le banche centrali siano protagoniste è certamente un fatto di tutta evidenza: in questi giorni, per esempio, molto ossigeno ai mercati finanziari mondiali è venuto proprio da una serie di interventi mirati voluti e concordati dalle diverse banche centrali europee, americane e asiatiche. Nel vecchio continente la banca centrale di maggior importanza è proprio la Banca Centrale Europea, meglio conosciuta con l’acronimo Bce. Questa è la banca centrale incaricata dell'attuazione della politica monetaria per i 15 paesi (tutti facenti parte dell'Unione europea) che hanno aderito all'euro adottandolo come moneta unica (cosiddetta “zona-euro”). La Bce è stata istituita in base al “trattato che istituisce la Comunità europea” e allo “statuto del sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea”, il 1º giugno 1998.

SCOPO DELLA BCE
Scopo principale della Bce è mantenere sotto controllo l'andamento dei prezzi mantenendo il potere d'acquisto nell'area dell'euro. La Bce esercita, infatti, il controllo dell'inflazione nell’area dell'euro badando a contenere, tramite opportune politiche monetarie, il tasso di inflazione di medio periodo a un livello inferiore al 2%. Un ruolo analogo di contenimento dell'inflazione è svolto in America dalla Federal Reserve.

L'ORGANIZZAZIONE DELLA BCE
La sede della Bce è a Francoforte. Il processo decisionale all’interno dell'eurosistema è centralizzato a livello degli organi direttivi della Bce; l'organizzazione, basata su quella della Bundesbank, prevede che questi ultimi siano costituiti da un Comitato esecutivo, a cui capo siede il Presidente (il Governatore), e dal Consiglio dei governatori (detto anche Consiglio direttivo) costituito dai membri del Comitato esecutivo e dai rappresentanti delle altre banche appartenenti all'eurosistema. Dal momento che alcuni dei paesi appartenenti all’Ue non hanno ancora aderito alla moneta unica, esiste un terzo organo decisionale, il Consiglio generale. Vediamo brevemente le competenze del Consiglio dei Governatori, del Comitato esecutivo e quelle del Consiglio generale.
Le principali funzioni del Consiglio dei governatori consistono in:

  • definire l'orientamento generale della politica della banca e prendere le decisioni necessarie al raggiungimento degli obiettivi conferiti all'eurosistema;
  • definire la politica monetaria dell'area dell'euro compresi gli obiettivi monetari intermedi, i tassi di interesse di riferimento e l'offerta delle riserva monetarie in seno all'eurosistema e la definizione degli indirizzi necessari alla loro esecuzione.

Le funzioni principali del Comitato esecutivo comprendono:

  • l'attuazione della politica monetaria conformemente agli orientamenti ed alle decisioni del Consiglio dei governatori e, nell'ambito di tale quadro, impartire alle Banche centrali nazionali le necessarie istruzioni;
  • l'esercizio dei poteri delegati da parte del Consiglio dei governatori;

IL CONSIGLIO GENERALE
E’ composto dal presidente e dal vicepresidente della Bce e dai governatori delle Bcn dei 25 paesi membri dell’Ue. Il Consiglio generale è un organo di transizione dal momento che, a norma dello “statuto del sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea”, viene sciolto nel momento in cui tutti gli stati membri dell’Ue hanno introdotto la moneta unica. Il Consiglio generale svolge i compiti in precedenza affidati all'Istituto Monetario Europeo, e assunti dalla Bce nella Terza fase dell'Unione economica e monetaria (Uem).
Il Consiglio generale si occupa dei seguenti compiti:

  • assolvere le funzioni consultive della Bce
  • raccogliere le informazioni statistiche - redigere il Rapporto annuale della Bce
  • redigere le disposizioni per l'uniformazione delle procedure contabili delle Banche centrali nazionali.
La garanzia sui depositi se la banca fallisce
La garanzia sui depositi se la banca fallisce

Che le banche possano chiudere i battenti, vista l’aria che tira, è almeno teoricamente possibile e l'idea turba i sonni dei risparmiatori.
E allora, che fare? Esistono tutele per i risparmiatori in tale nefasta eventualità?
Sì, in caso di fallimento della banca esistono dei meccanismi che prevedono il risarcimento di depositi bancari. In questi giorni si è fatto un gran parlare di questi meccanismi di garanzia ma, onde evitare pericolosi fraintendimenti, è opportuno vedere in modo più preciso cosa prevedono le normative vigenti in proposito.

LA GARANZIA
Una Direttiva comunitaria dispone un livello minimo di garanzia di 20mila euro per singolo depositante. La norma europea è stata recepita nell'ordinamento legislativo italiano, nel quale si è aumentato il limite di rimborso a 103.291,38 euro. In sostanza se la banca fallisce il risparmiatore è assicurato fino a tale cifra. A tale proposito è stato istituito un “Fondo interbancario di tutela dei depositi”, che si rende garante fino alla copertura della cifra indicata (va detto comunque che in caso di grandi dissesti evidentemente non potrebbero certo esistere somme disponibili per l'intervento del fondo secondo le modalità previste). Se però una persona è intestataria di più conti nella stessa banca non può chiedere il rimborso del valore limite per ciascun conto corrente aperto, perché la restituzione avverrà cumulativamente fino all'ammontare di quanto stabilito, cioè 103.291,38 euro.

NON GARANTITI
Sono in ogni caso esclusi da questa forma di protezione e garanzia alcuni soggetti specificamente indicati dalla normativa vigente:

  • A) i depositi e gli altri fondi rimborsabili al portatore;
  • B) le obbligazioni e i crediti derivanti da accettazioni, pagherò cambiari e operazioni in titoli;
  • C) il capitale sociale, le riserve e gli altri elementi patrimoniali della banca;
  • D) i depositi riconducibili ad operazioni per le quali sia intervenuta una condanna per i reati previsti negli artt. 648-bis e 648-ter del codice penale (reati di riciclaggio e di impiego di denaro di provenienza illecita);
  • E) i depositi delle amministrazioni dello Stato, degli enti regionali, provinciali, comunali e degli altri enti pubblici territoriali;
  • F) i depositi effettuati dalle banche in nome e per conto proprio, nonché i crediti delle stesse;
  • G) i depositi delle società finanziarie indicate nell'art. 59, comma 1 lettera b) del D. Lgs. 1 settembre 1993 n. 385, delle compagnie di assicurazione, degli organismi di investimento collettivo del risparmio; di altre società dello stesso gruppo bancario;
  • H) i depositi, anche effettuati per interposta persona, dei componenti gli organi sociali e dell'alta direzione della banca o della capogruppo del gruppo bancario;
  • I) i depositi, anche effettuati per interposta persona, dei soci che detengano almeno il 5% del capitale sociale della consorziata;
  • L) i depositi per i quali il depositante ha ottenuto dalla consorziata, a titolo individuale, tassi e condizioni che hanno concorso a deteriorare la situazione finanziaria della consorziata stessa, in base a quanto accertato dai commissari liquidatori.
La sfiducia è regina su tutti i mercati
La sfiducia è regina su tutti i mercati
La causa principale della crisi è che nessuno si fida più.

E’ come essere in guerra. E forse è proprio così. Anche se gli attacchi aerei e missilistici sono rimpiazzati dagli indici Dow Jones, Mib, Nasdaq e Cac. Ma è una vera guerra quella che si combatte ogni giorno sulle piazze finanziarie di ogni parte del mondo. E come tale è rappresentata, sui media. A ogni ora un bollettino che annuncia i dati della catastrofe. Le borse che crollano dovunque. Mentre i grandi del mondo si incontrano e compaiono a turno in tv per spiegare che non c'è da preoccuparsi, nessuna banca fallirà, nessun risparmiatore perderà i suoi risparmi: purtroppo però l'effetto che sortiscono è quello opposto. Perché, per citare in proposito un noto quotidiano, “è difficile non farsi prendere dal panico quando i grandi del mondo ripetono che non bisogna farsi prendere dal panico”. Sentirsi tranquilli quando le autorità intimano che bisogna restare tranquilli, mantenere i nervi saldi e il sangue freddo. Ma il fatto è questo, la gente la pensa così: se non vi fossero motivi di timore, perché affannarsi a rassicurarti a ogni minuto che passa? La spiegazione principale di questa crisi finanziaria senza fondo, peraltro, è che sui mercati ormai domina la sfiducia. Nessuno si fida più di nessuno. E c'era da aspettarselo, visto quel che è successo nel sistema finanziario nel corso degli ultimi anni. Soprattutto da noi, qui in Italia, dove si rilevano, da tempo, gli indici di pessimismo e di insicurezza più elevati d'Europa (come hanno mostrato i sondaggi di Eurobarometro). Sei italiani su dieci pensano, infatti, che in questo momento non valga la pena di "fare progetti impegnativi per sé e la propria famiglia, perché il futuro è troppo carico di rischi" (sondaggio nazionale Demos, condotto nei giorni scorsi). Si tratta della misura più elevata registrata dal 2000 fino a oggi. Il problema è che questo sentimento, al di là delle ragioni ragionevoli che lo ispirano, in Italia trova importanti fattori che tendono ad amplificarlo: per esempio la forte divisione tra categorie professionali e sociali. Insomma la crisi finanziaria si innesta in tante altre crisi e divisioni che in modo più o meno latente, qui da noi sono sempre presenti: tutti contro tutti, professori, medici, avvocati, maestri, farmacisti, tassisti, broker, commercianti e commercialisti, poveracci, privilegiati, evasori, fannulloni, ladri, incompetenti.

DIVISIONI SOCIALI
Il collasso delle borse e del sistema finanziario, peraltro, rischia di accentuare ulteriormente le divisioni interne alla società. Di renderle profonde come baratri. Il 47% degli italiani (Osservatorio sul Capitale sociale di Demos-Coop, di prossima pubblicazione) afferma, ad esempio, di aver ridotto i consumi alimentari, in famiglia. Ma il dato scende sotto il 40% fra imprenditori, lavoratori autonomi e professionisti, mentre supera il 50% fra gli operai e i pensionati.

La spesa si reinventa: km zero e Gruppi di acquisto solidale
La spesa si reinventa: km zero e Gruppi di acquisto solidale
Le strade per accorciare la filiera e i rincari, come il mercato ortofrutticolo

La spesa: è su quella che si misura il portafoglio dei cittadini. Lo sanno bene gli ambulanti del mercato settimanale, che registrano un consumo sempre più orientato ai prodotti di stagione più economici e un crollo di frutta e verdura “esotiche”, e lo sanno bene i supermercati, che invogliano i clienti con offerte “3x2” e una vasta gamma di promozioni. Tra gli ipermercati, c’è chi ha messo in promozione la gastronomia pronta monodose: troppo cara anche per i single. Una sorprende statistica nazionale segnala che i discount hanno registrato nel 2008 un aumento delle vendite del 70%: un’enormità. Anche coloro che si sono “convertiti” al discount, però, preferiscono comprare oggetti non deperibili (come carta igienica, tovaglioli, detersivi), mentre restano diffidenti nei confronti di prodotto gastronomici più “a rischio”, come la carne. In questo scenario, anche nella nostra città sono nati modi alternativi di vendere, che uniscono il risparmio a una nuova sensibilità ecologica. Come i menu a “Km zero”, una iniziativa Coldiretti che ha l’intento di stimolare i consumatori a favorire i prodotti locali. E’ un progetto che mira ad accorciare la filiera: in questo modo, oltre a ottenere prodotti freschi e di stagione, viene ridotto il tragitto compiuto dai prodotti, rifornendosi dalla fitta rete locale di produttori. Una scelta ambientale che al contempo valorizza il prezioso patrimonio gastronomico locale. L’iniziativa di Coldiretti è stata sposata anche da cittadini che hanno dato vita ad un Gas (gruppo di acquisto solidale) per l’ortofrutta a filiera corta locale. Il Gas non ha fini di lucro, agisce solo come supporto agli iscritti e per la logistica. Il concetto base è quello dell’eliminazione di ogni intermediazione tra produttore e consumatore, sfruttando i vantaggi della scontistica concessa per acquisti di gruppo e della Filiera Corta: meno trasporti, quindi meno inquinamento, meno intermediazione quindi meno costi, più controlli e più qualità delle merci, meno imballaggi quindi meno rifiuti, sviluppo e sostegno dell’agricoltura locale di qualità. «In questo caso abbiamo deciso di creare un Gas dedicato all’acquisto di alimenti da agricoltura locale/biologica, ma lo stesso concetto può essere fatto per l’acquisto di altri beni». Essendo prodotti biologici, notoriamente a prezzo più elevato, il risparmio non è enorme, ma «stiamo allestendo una seconda filiera per l’acquisto di frutta e verdura da agricoltura tradizionale, che comunque sfrutta sempre i vantaggi della filiera corta». Ecco come funziona per un Gas di una cittadina emiliana: è stata stipulata una convenzione con un’azienda bio delle campagne limitrofe che ha portato ad uno sconto del 20%, gli stessi prezzi di vendita che vengono fatti ai grossisti. Si formano gruppi da 10-15 famiglie; ogni gruppo elegge al suo interno un referente-capogruppo mensile a rotazione. Ogni settimana gli aderenti ordinano via internet entro il mercoledì la frutta e la verdura: così l’ordine è automatizzato. Il capogruppo si reca il venerdì a ritirare la merce presso l’azienda agricola convenzionata e il sabato mattina avviene la consegna - e il pagamento - in un luogo prestabilito di comune accordo tra i “gasisti”. Per chi cerca una via più celere, la risposta è il Mercato Ortofrutticolo: lì arrivano all’alba (il mercato chiude alle 10) i prodotti all’ingrosso, con la vendita al dettaglio a prezzi scontati di circa il 30%. «Abbiamo avuto un grosso incremento di pensionati e famiglie».

Signoraggio: la chiave del sistema
Signoraggio: la chiave del sistema
Cos' si crea la moneta-debito virtuale pagata dalle nostre tasse

Signoraggio: il termine non viene quasi mai citato dalla stampa o dai media. Sono pochi i programmi televisivi che ne hanno parlato e, a parte qualche giornalista intraprendente o scomodo, nessuno ha mai spiegato veramente al grande pubblico cosa sia. E’ interessante che nemmeno oggi, quando tutti i capi di Stato si apprestano a salvare i rispettivi sistemi bancari, tutti continuino a non parlarne pur essendo considerato un fenomeno di importanza tutt’altro che marginale nell’attuale crisi finanziaria e nel rapporto tra sistema bancario e Stati nazionali. In realtà per taluni questa costituisce una delle più grandi truffe realizzate a danno dei cittadini: il signoraggio monetario. Marcelle Pamio, nella rivista “Nexus”, fa notare che la storia del signoraggio inizia il 27 luglio 1694, quando venne fondata la prima banca centrale al mondo: la Banca d'Inghilterra, la prima che stampò 1.200.000 sterline corrispondenti al debito di 700.000 sterline-oro che il Re Guglielmo d'Orange aveva contratto proprio con essa. In pratica ha iniziato lìattività comprando il debito della Corona. E’ proprio in questa occasione che si manifesta per la prima volta il collegamento tra debito pubblico e banche. Il 27 luglio 1694 è una data simbolica molto importante, perché, a torto o a ragione, ha inizio il fantomatico Signoraggio monetario, esportato e copiato in ogni paese. Ma che cos'è il signoraggio monetario? A detta di molti, è un qualcosa che sta facendo sprofondare l’intero pianeta nel debito, giorno dopo giorno, inesorabilmente. Quante volte abbiamo sentito parlare di debito pubblico, commerciale, di debito dei paesi in via di sviluppo, ecc. Ma debito nei confronti di chi? Cosa lo provoca? E soprattutto: cos’è il signoraggio? Il signoraggio è la differenza tra il valore nominale della moneta e il suo costo di produzione. La moneta, come ogni bene tangibile, ha un suo costo di produzione: per le banconote pensate a carta e inchiostri; per le monete di metallo pensate alle leghe. Ma nonostante ciò, la stampa e quindi l’emissione di moneta costa pochissimo, anche perché dal 1971, il presidente americano Richard Nixon eliminò la convertibilità delle monete in oro. Quindi l’emissione di moneta da oltre trent’anni non ha più bisogno di un controvalore in metallo prezioso (oro, argento o rame). Facciamo un esempio numerico: stampare un biglietto da 100 euro costa, più o meno, 5 centesimi di euro (tra carta e inchiostri). Una sciocchezza, vero? Ebbene questa banconota, che costa solamente 0,05 euro, viene “affittata” agli Stati al valore nominale, cioè a 100 euro. Questa differenza è il Signoraggio. La società privata che stampa ed emette la moneta in pratica “guadagna” per ogni banconota emessa la bellezza di 99,95 euro (tolte le spese di stampa), mentre lo Stato, sempre per ogni banconota, s’indebita di 100 euro. E volete sapere qual è il nome di questa società privata che s’incamera il signoraggio? Banca Centrale. Per essere pignoli, allo Stato quella moneta costa ancora di più per via del “tasso di sconto” (il costo cioè del denaro tra Banca Centrale e banca locale) che oggi è del 2%. Per cui la banconota da 100 euro, allo Stato costa la bellezza di 100 euro + 2 euro (pari al tasso del 2%) e quindi 102 euro. Ma come paga lo Stato tutto ciò alla Banca Centrale? Sì, perché lo Stato, per così dire, affitta questa moneta e lo fa con Titoli di Stato, finendo così per indebitarsi in maniera continuativa nei confronti della banca centrale. Questo indebitamento viene addossato ai cittadini che lo pagano con le tasse. Proprio qui sta il punto: questo genere di debito continuerà a crescere giorno dopo giorno, anno dopo anno; molti ritengo infatti che nessuno con un simile sistema potrà mai semplicemente pensare di uscire dal debito, figurarsi i Paesi in via di sviluppo. A questo punto sorge spontanea una domanda: e se fosse lo Stato a stamparsi la moneta e a tenersi il signoraggio? Sempre secondo una teoria economica non esisterebbero più le tasse. In sostanza si tratterebbe di ripristinare la sovranità monetaria, perduta nell’oramai lontano 1694. Nel nostro Paese la sovranità monetaria (cioè il potere di chi stampa ed emette moneta) era fino a ieri della Banca d’Italia. Oggi la sovranità monetaria, e quindi il Signoraggio, è nelle mani della Banca Centrale Europea (BCE), con sede a Francoforte. Entrambe private: privata la Banca d’Italia e privata la BCE. La BCE, come avevamo già visto, è una banca formata dalle 15 Banche centrali dei paesi membri fondatori tra cui la nostra Bankitalia. Non tutti sanno però che le Banche centrali sono per la maggior parte anch’esse banche private. Bankitalia per esempio è controllata da Intesa, San Paolo Imi, Capitalia, Unicredit, Generali, Monte dei Paschi, Ras, Inps, Carige, Bnl, La Fondiaria, Premafin, Cassa di Risparmio di Firenze e un restante 5,65% di anonimi. Solamente i primi 3 gruppi controllano oltre il 55% della Banca Centrale italiana, e la cosa che colpisce è che la Banca Centrale dovrebbe controllare le banche commerciali, cioè i propri soci. Insomma, il controllore che controlla se stesso. Quindi la Bce è una banca privata, perché formata da banche private, ma a differenza delle altre è l’unica privata che può per legge emettere moneta in Europa. Come recita l’articolo 105A del capitolo 2 della “Politica monetaria” del Trattato di Maastricht: «La Bce ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote all’interno della Comunità». Il signoraggio europeo è pertanto di competenza esclusiva della Bce, la quale poi lo distribuisce ai soci privati in proporzione alla percentuale di competenza. Questo l’elenco dei soci con le relative percentuali: Banca del Belgio (2,83%); Banca Danimarca (1,72%); Banca della Germania (23,40%); Banca della Grecia (2,16%); Banca della Spagna (8,78%); Banca della Francia (16,52%); Banca d'Irlanda (1,03%); Banca d'Italia (14,57%); Banca Lussemburgo (0,17%); Banca d'Olanda (4,43%); Banca d'Austria (2,30%); Banca del Portogallo (2,01%); Banca di Finlandia (1,43%); Banca di Svezia (2,66%); Banca d’Inghilterra (15,98%) Non c’è qualcosa di strano in questa lista? Inghilterra, Svezia e Danimarca fanno parte dell’Europa ma non hanno accettato la moneta unica, l’euro eppure queste banche si intascano il 100% del signoraggio della loro moneta (sterlina, corona danese e svedese), e una percentuale pure del signoraggio europeo. Detto in altri termini: gli italiani stanno aiutando inglesi, svedesi e danesi a pagare le loro tasse. E’ d’obbligo precisare che esistono tre tipi diversi di signoraggio, uguali nel meccanismo ma diversi nel soggetto che ne beneficia. Il signoraggio appena visto è quello sulla moneta cartacea e va a vantaggio della Bce (è, per le ragioni illustrate, quello più contestato); poi c’è un signoraggio sulle monete metalliche, che è l’unico per così dire “statale” in quanto ne beneficia il Ministero del Tesoro (visto che le monete sono coniate dalla Zecca dello Stato e non dalla Bce; ecco perché non esistono le banconote da 1 e 2 euro: il Tesoro perderebbe quello che, con il conio di metallo, attualmente è il proprio signoraggio esclusivo); e infine quello sulla moneta scritturale, quella virtuale creata dalle banche, che rimane nelle banche commerciali. A parte il signoraggio sulla moneta metallica - che potrebbe essere considerato, in termini di valore, un fenomeno scarsamente rilevante - quello sulla moneta virtuale delle banche commerciali è un meccanismo ancora più complesso. In questa forma il signoraggio è costituito dal valore nominale (anche se in questo caso non è moneta reale) di tutta la moneta prestata dal sistema bancario, sotto forma di credito, (conto corrente, ecc.) al netto del costo di produzione della stessa (che in questo caso è assolutamente nullo: è una semplice digitazione su computer o scrittura su un registro). Moneta creata dal nulla? Qualcuno penserà che è impossibile, ma non è così. Vediamo un esempio. Quando una persona va in una banca locale e deposita 100 euro in contanti, la banca con questi 100 euro “reali” è in grado di prestare ben 5000 euro “virtuali”. Questa alchimia ha un nome preciso: “credito frazionale”, ed è un’operazione di moltiplicazione permessa e autorizzata dalla cosiddetta “riserva bancaria”, il cui valore è deciso proprio dalla Banca Centrale. In pratica questa “riserva” è un tasso che indica la quantità minima di soldi che la banca deve trattenere fisicamente nelle casse, appunto come riserva. Oggi il “tasso di riserva” è del 2%. La banca allora mette subito in riserva quei 100 euro che sono reali, e automaticamente (avendo nei forzieri questi 100 euro) la legge le permette di “crearne” 5000 (infatti il 2% di 5000 euro è proprio 100 euro). Verificare che il meccanismo funziona così è semplice: sarebbe sufficiente che i correntisti di una banca si accordassero tra loro e andassero a ritirare tutti lo stesso giorno il denaro: ovviamente quella banca non potrebbe mai disporre delle somme richieste, proprio in virtù di quanto appena visto: le banche possiedono infatti “fisicamente” circa un cinquantesimo del denaro che movimentano. Sorge spontanea una domanda: ma se una persona deposita 100 euro reali e la banca ne crea 5000, da dove saltano fuori i 4900 euro? Ebbene, secondo gli esperti questo denaro, che non esiste e non può esistere nella realtà, sottrae ricchezza al Paese per effetto di un circolo vizioso: la stragrande maggioranza dei soldi sono sotto forma di moneta scritturale, quindi di moneta virtuale, e quindi di moneta-debito. I meccanismi di cui si è appena detto sono considerati da alcuni addetti ai lavori il segreto più grande e nascosto, e per taluni addirittura la più grande e colossale truffa perpetrata a carico dei cittadini da tre secoli a questa parte. Talmente grande che, molto probabilmente, almeno sette presidenti degli Stati Uniti, come scrive Marco Saba nel suo “Bankenstein: tutto quello che non avreste mai voluto sapere sulle banche”, sono stati assassinati proprio per la questione monetaria: Harrison, avvelenato; Taylor avvelenato; Lincoln con arma da fuoco; Garfield avvelenato; McKinley con arma da fuoco; Roosevelt avvelenato; Kennedy con arma da fuoco. Sarebbero quindi anche questi i meccanismi che stanno alla base della crisi bancaria e finanziaria mondiale. Trovare una soluzione non è facile, certo, ma in tanti sostengono ormai forme e modi differenti per investire in maniera più “etica” i propri risparmi, evitando così la moltiplicazione del denaro che crea debito e che poi paghiamo sotto altre forme (tasse, prodotti più cari, ecc.). Per esempio, c’è chi consiglia di entrare nell’ottica di accettare possibili monete “complementari” o “regionali”. In pratica: oggi nel mondo di queste valute se ne contano circa 5000 e sono quelle che, per intenderci, hanno aiutato l’Argentina a tirarsi su dal disastro economico. Anche i mezzi di informazione non lo dicono apertamente, ma a far riemergere l’economia argentina non sono state le banche, ma - appunto - le monete complementari. Una moneta locale può essere emessa da una comunità, intesa in senso lato: per esempio una Provincia, un Comune o anche una Associazione Onlus. Importante è l’accettazione (essere chiari fin da subito nello statuto nel caso della associazione), e capire che il funzionamento è prettamente per i prodotti di consumo locali. Sia chiaro, questa è solo una delle tante proposte avanzate: è chiaro che le soluzioni possibili sono diverse. In ogni caso conviene ricordare che l’euro è valido solo perché noi lo accettiamo e lo riconosciamo come tale: ma non è nostro, è di proprietà della Banca Centrale Europea (che è privata). Ricordiamolo questo, perché potrebbe capitare un giorno che presentando in banca un biglietto, magari da 100 euro, esso venga ritirato dal legittimo proprietario e non più restituito.

Sondaggio: come si difende il cittadino, tra rinunce e doppio lavoro
Sondaggio: come si difende il cittadino, tra rinunce e doppio lavoro
Ma un tabaccaio rivela: il risparmio è un'illusione, la gente spende come prima ma a piccole dosi!

Arrivare a fine mese, risparmiando là dove si può per fare quadrare al meglio il bilancio in famiglia. I reggiani si fanno i conti in tasca e, alla fine, la conclusione che ne esce è unanime: lo tsunami economico degli ultimi tempi, accentuato dalle recenti giornate nere vissute dalla Borsa, non ha risparmiato nessuno. «Non è una crisi degli ultimi giorni. Sono anni che si fa fatica ad arrivare a fine mese, tra affitto e spese consuetudinarie, e si è costretti a tirare la cinghia quanto più si può» sentenzia Carlo Rossi, un pensionato di 73 anni, che dichiara anche quanto «la pensione mia e di mia moglie non bastano più, con il carovita che complica le cose», oltre ad essere convinto più che mai che «non ci sarà nessun miglioramento; questo è solo l’inizio di tempi duri per tutti». In difficoltà si trovano anche i più giovani, come conferma Rosangela Coda. «Ora che lavoro posso permettermi qualche spesa in più rispetto a prima - racconta - ma resta il fatto che i prezzi sono alti e devo comunque fare delle piccole rinunce ogni mese. Ad esempio, se devo scegliere tra un paio di scarpe e una seduta dal parrucchiere, elimino la seconda frivolezza e magari mi sistemo i capelli da sola. Quando posso, però, le frivolezze me le concedo». Cinghia serrata al massimo per Lirie Gega, afflitta da «un affitto salato che ogni mese puntualmente presenta il conto e che mi impedisce ogni spesa extra, almeno da quando i prezzi sono saliti alle stelle». Una delle più grandi stangate ai consumatori arriva spesso quando si trovano nelle corsie del supermercato. «Ho imparato a difendermi» dichiara Rossella Tamburi. «Faccio uno stile di vita un po’ diverso dall’abitudinario: non mi muovo con l’automobile, ma vado spesso a piedi o con i mezzi pubblici. Compro il necessario, approfittando delle offerte settimanali sui prodotti che fanno ai supermercati o dove si vende all’ingrosso» spiega, confessando che «capire quando la fine del mese incombe è facile: i negozi sono più vuoti e ai ristoranti non occorre la prenotazione per riservarti un tavolo. La crisi ha toccato un po’ tutti coloro che hanno investito nel corso degli anni: chi più e chi meno, ora vedono sfumati i risparmi di una vita». Anche Giorgia Zavatti ha adeguato il suo modo di vivere alla situazione poco rosea. «Faccio due lavori, altrimenti non saprei come arrivare a fine mese. I prezzi di adesso mi costringono a fare piccole rinunce; preferisco così, e magari mettere via i soldi per concedermi poi un bel viaggio nei prossimi mesi». Il trend economico negativo lo avvertono però anche alcuni commercianti che, oltre al calo del potere d’acquisto dei consumatori, denunciano l’infelicità di un centro storico in cui è impossibile accedere con l’automobile (e questo ha portato tendenzialmente a un calo del 35% delle vendite) e i riflessi negativi che derivano dall’apertura dei nuovi centri commerciali, in cui non mancano allettanti promozioni ed offerte. «Attenzione però alla qualità, almeno nel settore della carne» si difende Gianni Franco Luchi, titolare della macelleria “Da Jonny”. «Io vendo ad un target medio alto di consumatori, che si rivolge a me per avere carne di prima qualità ed è disposto a spendere. La carne a basso costo che si trova nei supermercati proviene da bovini vecchi, e questo spiega il prezzo basso. Certo è che un operaio non potrebbe permettersi la carne che io vendo e lo dico per esperienza, avendo mio fratello che svolge quel lavoro». Stefano Caliumi, titolare del negozio di frutta e verdura “Il fruttologo, primizie”, dopo aver ironizzato sul problema del centro storico chiuso e deserto «soprattutto da novembre a marzo, perché nei mesi freddi la gente non esce di casa a piedi o in bicicletta, così che nel mio negozio passiamo i giorni a giocare a briscola in attesa di qualche cliente», spiega che «il mio target è medio alto e pretende qualità, che è sinonimo di prezzi un po’ elevati. Adeguando la merce alle richieste della mia clientela, non faccio nessun tipo di promozione come accade nei supermercati. Nel mio negozio si trovano tutto l’anno frutta e verdure fuori e di stagione». Due settori invece che sembra non siano state vittime del calo del potere d’acquisto dei cittadini sono quello dei casalinghi per la casa e dell’elettricità. Lo testimoniano Daniela Olivi, elettricista, e Anna Cacciamani, la quale spiega come «la crisi finanziaria e il fallimento della borsa non sono i responsabili primi del calo che può essere stato registrato tra i commercianti, perché il vero problema è il centro storico inagibile, in cui c’è vita solo nei giorni di mercato». Tuttavia il settore in cui esercita la Cacciamani, quello degli articoli per la casa, «non è stato toccato in modo decisivo, perché se una signora ha bisogno di una tenda per la doccia si reca nel mio negozio, sicura della qualità». Alle perplessità della commerciante, che si dichiara convinta che «questo scenario sconcertante sia un po’ una montatura gonfiata dai media nazionali», si unisce la Olivi, che sottolinea, invece, il fatto che «nel mio negozio i clienti hanno una sola richiesta: non vogliono prodotti di origine cinese, solo italiani o europei». Non se la passano male nemmeno i tabaccai, almeno a sentire i titolari della ricevitoria “N 5”, Liliana Croito e Stefano Grisenti, che raccontano come «la gente spende tanto, ma in piccole dosi. Ciò significa che in un giorno una stessa persona mi fa tre ricariche del cellulare da 5 euro l’una, o mi chiede un pacchetto di sigarette piccolo da 10 euro al mattino e un altro al pomeriggio. Il risparmio è solo un’illusione».

Tra Euribor e Fed, i termini della crisi
Tra Euribor e Fed, i termini della crisi
Un dizionario per comprendere le parole ricorrenti in relazione alle difficoltà finanziarie

Questo è il primo passo, l'abc. E’ chiaro che per comprendere meglio ciò che sta accadendo intorno a noi è necessario avere a disposizione almeno una piccola guida, una sorta di piccolo dizionario della crisi finanziaria che contenga i termini da conoscere per riuscire a orientarsi nell'attuale situazione internazionale. Si, perché la rivoluzione che le borse mondiali stanno portando in casa nostra non è solamente economica ma anche linguistica. La caduta delle piazze finanziarie di tutto il mondo ha portato con sé parole che fino a poche settimane fa conoscevano solo gli addetti ai lavori, come subprime, Euribor, bond, rating. Ecco allora qualche termine (in ordine alfabetico) da conoscere per orientarsi meglio e tentare di capire che succede:
ASSET: termine inglese che si può tradurre con beni materiali o immateriali di un'impresa.
AZIONI: è un titolo che rappresenta una quota della proprietà di una società (a differenza delle obbligazioni che sono una sorta di prestito). Le azioni vengono quotate in borsa e possono essere nominative o al portatore.
BCE: Banca centrale europea, che ha sede a Francoforte (Germania). Definisce e attua la politica economica e monetaria dell'Unione europea, fissa il tasso ufficiale di sconto che vale per tutti i Paesi membri e garantisce la stabilità dei prezzi. Il presidente è Jean Claude Trichet.
BANCA D’AFFARI: è un istituto di credito che, diversamente delle banche commerciali, non permette depositi, ma offre servizi di alto livello e specula con elevato rischio. Le banche d'affari come Lehman Brothers, Goldman Sachs e Morgan Stanley sono considerate fra le maggiori responsabili dell'attuale crisi finanziaria.
BOND: vedi OBBLIGAZIONI
COMMERCIAL PAPERS: sono obbligazioni a breve emesse dalle aziende, finalizzate a coprire necessità di breve periodo. Si tratta in genere di titoli sicuri.
DEFLAZIONE: situazione economica in cui si registrano tassi di inflazione negativi e i prezzi calano.
ECOFIN: l'insieme dei ministri dell'Economia e delle Finanze dei 27 Stati membri dell'UE. Si riunisce una volta al mese a Bruxelles o a Lussemburgo, e una volta ogni sei mesi nel Paese che in quel momento detiene la presidenza del Consiglio UE.
EURIBOR: Euro Interbank Offered Rate, è il tasso medio con cui avvengono le transazioni finanziarie in euro tra le grandi banche europee. È stato creato contestualmente all'euro il primo gennaio 1999.
EUROGRUPPO: riunisce i ministri dell'Economia e delle Finanze degli Stati membri dell'UE che hanno adottato l'euro, attualmente 15. Ha carattere informale e si svolge alla vigilia di una riunione dell'Ecofin; il presidente in carica è il premier lussemburghese Jean-Claude Juncker.
FED: Federal Reserve (Bank), o semplicemente Fed, è la Banca centrale degli Stati Uniti.
HEDGE FUND: fondi di investimento ad alto rendimento e ad alto rischio, nascono negli Stati Uniti negli anni Cinquanta. La legge americana impone che gli investitori abbiano un patrimonio di almeno un milione di dollari o entrate nette per oltre 200.000 dollari e che il numero dei soci non sia superiore a 99. Si stima che vi siano oggi almeno 10.000 fondi hedge nel settore, per un giro d'affari di 2.000 miliardi di dollari.
INDICE DI PATRIMONIALIZZAZIONE: misura percentualmente il finanziamento dell'impresa ottenuto con mezzi propri piuttosto che di terzi. Tanto più elevato è l'indice tanto più l'impresa si auto-finanzia e meno ricorre a fonti esterne. Due i principali indici menzionati in questi giorni sulla stampa, relativamente alla patrimonializzazione delle banche: Tier 1 capital e Core tier 1.
INFLAZIONE: crescita del livello dei prezzi che si verifica in modo generalizzato su tutti i prodotti.
NAZIONALIZZAZIONE: passaggio di attività produttive dal settore privato al settore pubblico attraverso provvedimenti di carattere legislativo.
OBBLIGAZIONI: o bond. È un prestito, per una somma e una data determinate, concesso dall'investitore a un emittente che può essere uno Stato (titoli di Stato, come Bot e Cct), un ente pubblico o una società privata. L'obbligazione garantisce un rendimento a chi lo acquista e la restituzione della somma alla scadenza.
RATING: ovvero valutazione. Misura il grado di solvibilità attribuito all'emittente (per esempio uno Stato o un'impresa) da parte di agenzie specializzate, e si traduce in un giudizio sintetico. Le agenzie di rating più importanti sono Moody's, Standard & Poor's e Fitch.
STAGFLAZIONE: combinazione dei termini stagnazione e inflazione: è la situazione nella quale sono insieme presenti sia un aumento generale dei prezzi (inflazione) che una mancanza di crescita dell'economia in termini reali (stagnazione economica).
SUBPRIME: i mutui subprime sono quelli concessi alle persone meno facoltose e perciò con un elevato rischio di mancato rimborso delle rate. Negli Stati Uniti pesano per il 10% del mercato, mentre in Europa, tranne che in Inghilterra, il fenomeno è marginale.

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