La scomparsa della api mette a rischio la produzione di miele italiano. Nei primi quattro mesi del 2008 sono praticamente raddoppiate le importazione in Italia di miele straniero con oltre il 60% del prodotto che proviene dall’Argentina. È quanto afferma la Coldiretti. C’è preoccupazione anche a Reggio per una situazione che negli ultimi due anni ha visto diminuire il patrimonio apistico provinciale di oltre il 30% con una riduzione di circa duemila alveari e una produzione di miele di circa mezzo migliaio di quintali in meno. In questo modo aumenta quindi il rischio - sottolinea la Coldiretti reggiana - di acquistare miele straniero con minori garanzie qualitative rispetto a quello prodotto in Italia. Per questo occorre verificare che in etichetta sia riportata la parola Italia che deve essere obbligatoriamente presente sulle confezioni di miele raccolto interamente sul territorio nazionale.
Come sempre l'inizio del mese di settembre coincide, in molti casi, con l'apertura della stagione di vendemmia. Quella del 2008, dal punto di vista della produzione e della qualità delle uve, si annuncia davvero "importante" e, a dire il vero, ce n’era bisogno dopo i risultati complessivamente poco incoraggianti dell'anno precedente. In realtà crediamo che la vendemmia 2008 verrà comunque ricordata poiché segna l’inizio di una importante sperimentazione in ordine al trattamento retributivo degli operatori del settore, cioè coloro che (ed in Italia sono veramanete tantissimi) prestano la loro opera durante le due o tre settimane normalmente necessarie per effettuare al raccolta dell'uva. Come è noto, la maggior parte degli addetti (fra i quali molti studenti e pensionati) hanno sempre svolto la loro attività sulla base di un compenso preventivamente concordato e liquidato al di fuori di ogni norma contributiva/retributiva: ciò per antica tradizione, complice la estrema occasionalità della prestazione che mal si conciliava alla burocrazia connessa alla prestazione effettuata con regolare rapporto di lavoro. Da quest’anno invece cambia tutto: la grande novità della vendemmia 2008 è rappresentata, appunto, dall'arrivo dei cd. “voucher vendemmia”. Si tratta di buoni che le imprese agricole possono ritirare presso le sedi della Coldiretti o dell’Inps in blocchetti, cartacei o telematici. Ogni buono ha un valore nominale di 10 euro (7,5 euro al netto), comprensivo del costo dell’assicurazione. In base alle prestazioni di lavoro effettuate i voucher verranno consegnati a studenti e pensionati che potranno quindi ritirare il denaro presentandoli agli uffici postali. In questo modo si garantiscono tutele assicurative e previdenziali a tutti quei lavoratori occasionali, come appunto studenti e pensionati, che trovano nella vendemmia un'opportunità di guadagnare qualcosa per integrare il proprio reddito. Allo stesso tempo, il sistema dei voucher porta una semplificazione degli adempimenti burocratici a carico delle imprese agricole, facilitando anche la lotta al lavoro nero e premiando lo sforzo fatto in questi anni dalle aziende nella direzione della trasparenza e della qualità. Tanto più in vista di una vendemmia che si annuncia molto positiva. I voucher che studenti e pensionati impegnati nella prossima vendemmia riceveranno dai datori di lavoro potranno essere riscossi in tutti gli uffici postali della provincia. Per la prima volta in Italia, è infatti cominciata la sperimentazione del lavoro occasionale regolato da voucher. Gli imprenditori agricoli, anche prima della disponibilità effettiva in forma cartacea, hanno avuto la possibilità di acquistare in maniera telematica (sul sito www.inps.it o attraverso il numero verde gratuito Inps-Inail 803164) i buoni per retribuire studenti e pensionati che prestano e presteranno la loro opera nella raccolta dell’uva. Come si diceva, ciascun voucher è acquistabile dal datore di lavoro a 10 euro e verrà rimborsato al lavoratore negli uffici postali per un importo di 7,50 euro (netti). Negli stessi uffici postali possono anche essere attivate e utilizzate le tessere prepagate Postepay, sulle quali sé possibile accreditate le retribuzioni nel caso in cui i datori di lavoro abbiano acquistato voucher virtuali (cioè non cartacei) di lavoro. La “retribuzione” può essere riscossa dai titolari, senza costi, in tutti i 14 mila uffici postali d’Italia oppure negli sportelli automatici Postamat. La nuova discipline sperimentalmente prevista coinvolge diversi apetti normativi e naturalmente suscita diversi interrogativi in merito ai quali è senz'altro utile fare chierezza. Vediamone alcuni. Che cos’è il lavoro occasionale di tipo accessorio? E’ una particolare tipologia di rapporto di lavoro, inizialmente prevista dalla Legge n. 30 del 2002, ma mai concretamente sperimentata in Italia. La sua finalità è quella di regolamentare quelle prestazioni occasionali, definite appunto "accessorie", che non sono riconducibili a contratti di lavoro in quanto svolte in modo saltuario. Si offrono così occasioni di impiego e di integrazione di reddito a soggetti usciti o non ancora entrati nel mondo del lavoro, garantite dalla copertura previdenziale e contro gli infortuni sul lavoro.
A chi è rivolta la sperimentazione 2008?
La sperimentazione per l’anno 2008 riguarda l’esecuzione di vendemmie effettuate da studenti e pensionati.
Quali sono i limiti per il datore di lavoro/committente?
Ciascun datore di lavoro, nell'ambito della sperimentazione condotta durante le vendemmie 2008, può utilizzare prestazioni di lavoro occasionale di tipo accessorio da parte di studenti e pensionati nei limiti di un tetto di spesa di 10 mila euro.
Quali quelli per il lavoratore/prestatore?
Per il lavoratore l'attività lavorativa di natura occasionale accessoria non deve dare luogo a compensi superiori a 5.000 euro nell’anno 2008 da parte di ciascun singolo datore di lavoro.
Quali sono i vantaggi per il datore di lavoro?
Il datore di lavoro può beneficiare di prestazioni nella completa legalità, con copertura assicurativa Inail, per eventuali incidenti sul lavoro, senza dover stipulare alcun tipo di contratto.
Quali vantaggi ha il lavoratore?
Il lavoratore può integrare le sue entrate attraverso queste prestazioni occasionali, il cui compenso è esente da ogni imposizione fiscale e non incide sullo stato di disoccupato o inoccupato. Ha, inoltre, una copertura previdenziale ed assicurativa.
Come si acquistano e si usano i voucher telematici?
I datori di lavoro si registrano presso l'Inps. Possono registrarsi e svolgere tutte le fasi successive tramite il numero gratuito 803.164, se già presenti negli archivi Inps, oppure tramite la procedura telematica disponibile sul sito www.inps.it, nella sezione Servizi Online per il cittadino Lavoro Occasionale Accessorio, se già provvisti di Pin, oppure presso le sedi Inps o, ancora, tramite le associazioni di categoria dei datori di lavoro agricolo. Inviano all'Inps la richiesta di voucher (scegliendo tra i diversi canali disponibili), che dovrà contenere dati anagrafici e codice fiscale di ogni singolo lavoratore, la data di inizio e di fine presunta dell'attività lavorativa, il luogo di svolgimento delle prestazioni e il numero di buoni presunti per ogni lavoratore. Versano all’Inps il corrispettivo dei voucher. Il valore complessivo dei buoni deve essere versato dai committenti prima dell'inizio della prestazione tramite modello F24, indicando la causale Lacc e il periodo di riferimento, oppure tramite versamento sul conto corrente postale 89778229 intestato a Inps dg lavoro occasionale acc o, infine, tramite pagamento on line attraverso il sito www.inps.it, sezione Servizi Online per il cittadino Lavoro Occasionale Accessorio con addebito su conto corrente postale Bpiol/bpoL o su Postepay o carta di credito Visa-Mastercard. Comunicano i voucher utilizzati. Al termine della prestazione lavorativa il datore di lavoro deve dichiarare l'entità della prestazione svolta da ciascun lavoratore. Il sistema di gestione dispone il pagamento e notifica al lavoratore con e-mail e/o sms o per posta i dati relativi agli importi spettanti e alla modalità di pagamento, e trasmette un rendiconto al committente o alla sua associazione di categoria, per posta o via e-mail. I lavoratori si registrano (accreditamento anagrafico) tramite il numero gratuito 803.164, oppure via internet, collegandosi al sito www.inps.it nella sezione Servizi Online per il cittadino Lavoro Occasionale Accessorio, presso le sedi Inps o, infine, presso i Centri per l'Impiego, che potranno fungere da strutture di assistenza e consulenza nella registrazione. Ricevono da Poste Italiane la carta magnetica Inpscard, sulla quale vengono accreditati gli importi relativi alle prestazioni eseguite. Riscuotono tali importi con la carta, utilizzandola come un bancomat. La carta deve essere attivata presso un qualsiasi ufficio postale, è ricaricabile e potrà essere utilizzata anche per funzioni ulteriori. In ogni caso, se il lavoratore sceglie di non attivare la Inpscard, il pagamento avverrà attraverso bonifico domiciliato, da riscuotere presso tutti gli uffici postali. Avranno accreditati i contributisulla loro posizione assicurativa presso la Gestione separata dei lavoratori autonomi.
E i voucher cartacei come funzionano?
I datori di lavoro ritirano direttamente o per il tramite delle Associazioni rappresentative dei carnet di buoni (voucher) dal 19 agosto presso le Sedi provinciali Inps di tutto il territorio nazionale esibendo la ricevuta del pagamento dell'importo relativo sul conto corrente postale 89778229 intestato a Inps DG Lavoro Occasionale Acc. Effettuano la comunicazionepreventiva verso l'Inail attraverso: - il Contact Center Inps/Inail (803.164); - il numero di fax gratuito Inail 800657657 indicando - i propri dati anagrafici e codici fiscali; l'anagrafica di ogni prestatore e il relativo codice fiscale; le date presunte di inizio e fine dell'attività lavorativa; il luogo di svolgimento delle prestazioni (in caso di modifica delle date, occorre effettuare una comunicazione di variazione). Infine i datori di lavoro intestano e consegnano i buoni acquistati ai lavoratori. Per intestare ogni buono occorre inserire negli appositi spazi: il proprio codice fiscale; il codice fiscale del prestatore destinatario; la data della relativa prestazione; la firma a convalida. I lavoratori ricevono i buoni direttamente dal datore di lavoro possono riscuotere il corrispettivo dei buoni ricevuti, al termine delle prestazioni lavorative, presentandoli, dopo averli convalidati con la propria firma, presso qualsiasi ufficio postale.
Il latte è sempre lo stesso. Il prezzo, però, cambia ad ogni passaggio, salendo - secondo la Coldiretti - di oltre il 240% nel passaggio dal produttore al comsumatore. La causa sono i passaggi intermedi, come confezionamento e pastorizzazione, che ne fanno più che triplicare il prezzo. Non sorprende così che torni la domanda per il latte della nonna, quello sfuso e crudo di cui si diceva un gran male in passato e che oggi, invece, si fa largo nelle città italiane, dove aumentano di giorno in giorno quelli che paiono profilarsi come fenomeno di grande successo, i distributori di latte "alla spina", ossia di latte sfuso. Magari da associare alle verdure acquistate nei mercati che da poco i contadini stanno aprendo nelle città.
Quali le ragioni di tanto successo? C’è chi sostiene abbia più gusto, poiché ricco di grasso non omogeneizzato. Altri, invece, lo spiegano con le ragioni dell' ecologia, aiutata evitando molti passaggi di imbottigliamento. Il motivo principale sembra, però, quello economico. Comprare il latte crudo ad uno degli oltre 750 punti vendita distribuiti in tutta Italia costa un euro al litro (un euro e venti per quello biologico), oltre il 30% in meno del prezzo di 1,49 euro che, in media, viene segnato nei supermercati. Un risparmio che si ottiene superando la ormai famigerata “filiera”, ossia quell'insieme di passaggi intermedi che si interpone fra la mungitura e la colazione degli italiani. Per conoscere dove sono ubicati i distributori automatici del latte sparsi per mezza Italia è sufficiente consultare il sito www.milkmaps.com. Il caro frutta e verdura: spacci contadini e orti “self service”. Quella del latte alla spina è solo una delle molte iniziative promosse dalla Coldiretti per promuovere la vendita diretta. Per la frutta e la verdura, è possibile fare la spesa in uno dei cosiddetti "farmers markets" (letteralmente “mercati dei contadini”), nati grazie a una legge del governo Prodi che ha permesso ai contadini di vendere i loro prodotti agli abitanti delle città senza intermediari. L’obiettivo della Coldiretti è quello di aprirne uno in ogni città (a Milano ne ha aperto da poco uno a Porta Romana), copiando così il caso degli Stati Uniti dove si contano 4385 mercati, il 53% in più rispetto a dieci anni fa. Un’alternativa ancora più economica è quella del cd. “pick your own” (cioè “raccogli tu stesso”), una formula che consente di raccogliere frutta e ortaggi direttamente nell’orto di alcune aziende agricole. Oppure quella di visitare il motore di ricerca «fattorie e cantine» sul sito www.campagnamica.it, così da individuare le aziende agricole più vicine dove è possibile fare la spesa. Con questi metodi di vendita, secondo Coldiretti, i risparmi dovrebbero arrivare intorno al 15% della spesa agroalimentare. Un risparmio significativo e dalle origini (il salto della filiera) chiaramente identificabili. Restano, però, dubbi sull’effettiva portata di un' iniziativa dal basso, che evade dalle logiche istituzionali. Ed è per questo che, rispondendo alla richiesta di «atti concreti» di Federconsumatori, il ministro Zaia, ha rilanciato la soluzione di un calmiere sui prezzi dei beni di prima necessità. Come quel latte e quelle verdure che, in attesa dei tempi della politica, sappiamo oggi dove poter comprare senza essere spremuti. Le bottiglie vuote possono essere prese da un distributore abbinato. Accanto, può essere collocato anche un distributore di prodotti freschi confezionati. La bottiglia va poi inserita in un piccolo vano refrigerato dal beccuccio a scomparsa e dalla nicchia sterilizzata a vapore. Il pre-lievo è così agevole, anche per i bambini. I due alimenti primari e necessari per antonomasia, pasta e pane, non sono purtroppo esenti dalla crisi che sta attanagliando tutto il settore alimentare. Anzi. Ma a fronte degli aumenti spropositati ai quali si è assistito nel corso del 2008 è lecito porsi una domanda: sono aumenti giustificati? Ma il grano costa davvero così tanto? Il conto è facile. Da un lato si prendono i valori del grano duro - con cui si fa la pasta - e del grano tenero - con cui si produce il pane - negli ultimi 18 mesi alla borsa merci telematica di Milano. E dall’altro i prezzi dei due beni primari con cui da qualche secolo gli italiani campano. Risultato: la materia prima dopo aver raggiunto i picchi di marzo, e parliamo di 522 euro per una tonnellata di grano duro, a Ferragosto ha quotato poco più di 300 euro. Con una perdita del 39,2% rispetto a marzo. Lo stesso discorso vale per le altre granaglie ma non si può fare, purtroppo per le nostre tasche, per i prodotti finiti che dopo essere saliti in un semestre del 33% (secondo i dati forniti dal ministero dell’Economia) non sono più scesi. Solo a giugno nonostante i prezzi all’origine del frumento abbiano registrato un calo rilevante (-16,2% per quello tenero e -29,1% per quello duro), la riduzione non si è riflessa sul costo del prodotto finale per i consumatori, che risulta, al contrario, aumentato: il pane dell’1,2%, la pasta del 6,9%. Sempre a giugno, in ambito europeo, i prezzi del «gruppo» pane e cereali hanno registrato una variazione tendenziale in crescita, nel nostro Paese, dell’11,4%, a fronte del 10,8% della Spagna, dell’8,7% della Germania e del 6,9% della Francia. Proprio alla luce di tutto questo il Garante Antonio Lirosi ha sottolineato che l’attuale livello dei prezzi è «ingiustificato». Dal dossier messo sul tavolo da Lirosi, «emerge che l’attuale livello dei prezzi al consumo di pane e pasta non trova più giustificazione nell’andamento del mercato delle materie prime che da tre settimane ha iniziato una fase di discesa».
In merito al problema del caro prezzi nel settore agro-alimentare pubblichiamo questo importante contributo dell’onorevole Fabio Rainieri, Segretario della Commissione Agricoltura a Montecitorio, che si affianca, condividendone sostanzialmente finalità e obiettivi, a quello del ministro Luca Zaia. «In questi ultimi mesi abbiamo purtroppo assistito a un continuo caro-prezzi, soprattutto nel sistema dell’agro-alimentare, che rischia di mettere in ginocchio le famiglie già provate da un’inflazione galoppante e dal continuo rincaro dei beni energetici e dei combustibili. Una corsa al rialzo dei prezzi legata a diversi fattori, ma che trova negli errori della programmazione agricola europea il colpevole numero uno. C’è un problema di speculazione, ed è vero, come è vero che stiamo assistendo a un problema di produzione. Ma a trascinare in un vortice il nostro settore primario, il fiore all’occhiello che il mondo ci invidia, è stata la programmazione agricola europea. Una programmazione che si è basata sulle eccedenze quando a tutti è ben chiaro che il nostro sistema agricolo vive una grande crisi e una carenza di prodotti agricoli. Una situazione acuita dall’introduzione delle limitazioni di produzione, che invece di risolvere i problemi li hanno creati. Uno su tutti quello del latte. Ma su una cosa è necessario fare chiarezza: non sono certo le aziende agricole a “guadagnarci” da questa corsa al rialzo dei prezzi. Va, infatti, sottolineato che mai come oggi il primo e l’ultimo anello della filiera sono stati così vicini. Da una parte le stalle e i contadini costretti a fare i conti con l’aumento del gasolio, dei fertilizzanti, dei mangimi; dall’altra i consumatori che giorno dopo giorno vedono lievitare all’insù il prezzo dei generi alimentari. Ma quel che più dà fastidio è che a crescere in maniera spesso ingiustificata sono quei generi alimentari di prima necessità che al produttore vengono pagati sempre meno. E’ vero che viviamo in un sistema di “cosiddetto libero mercato”, ma è anche vero che i rincari che si registrano tra il primo anello della filiera e il consumatore finale sono a dir poco incredibili e in giustificati. Se, infatti il rincaro da costo diretto è pari a un +70%, con un primo intermediario si sale a +132% e con un secondo a +290%. Aumenti che ricadono pesantemente sulle spalle delle famiglie. Ecco perché plaudo alle parole e agli interventi del ministro Zaia che vuole rilanciare i farmer market e invito i consumatori a tornare a fare la spesa nelle nostre stalle. A dare fiducia a quei contadini che per secoli sono stati i custodi delle nostre eccellenze alimentari. Alle nostre famiglie mi sento di dire: tornate a fare la spesa nei campi, spenderete meno e ci guadagnerete in salute. Ma soprattutto,dico, riscoprite la stagionalità delle produzioni. A chi continua a vedere negli agricoltori i colpevoli dei rincari dico, invece, di smetterla con le bugie. Lasciamo lavorare i nostri agricoltori. Lasciamo che lavorino e producano come sanno fino a “coprire” il consumo interno. Un obiettivo che si raggiungerebbe facilmente togliendo le quote di produzione per l’intero settore lattiero caseario e l’obbligo di messa a riposo dei terreni. Interventi che porterebbero a una diminuzione del costo del latte e dei suoi derivati e a una maggiore produzione di frumento e mais. Interventi decisi sono necessari anche per il comparto della barbabietola da zucchero che è stato fortemente penalizzato da scelte agricole sbagliate che hanno portato alle stelle il prezzo dello zucchero. Permettendo poi alla produzione di pomodoro di tornare ai livelli di qualche anno fa si otterrebbe anche un secondo risultato: quello della diminuzione delle importazioni dai paesi extraeuropei che invadono il nostro mercato con prodotti di qualità di gran lunga inferiori ai nostri. Azioni concrete in favore delle nostre aziende, ma soprattutto delle nostre famiglie e del potere di acquisto di stipendi e pensioni».
E’ Iin arrivo la vendemmia, con qualche sorpresa. «La vendemmia di quest’anno si preannuncia in ritardo rispetto all’anno scorso di 10-15 giorni, pertanto si partirà soltanto dal 10 al 15 settembre. Sarà di buona qualità, ma con un calo di produzione del 25-30%. Situazione diversa in collina dove, eccetto il Malbo gentile, la contrazione dovrebbe essere più contenuta». Sono le parole di Giorgio Gianotti, presidente dei due “Consorzi per la tutela e la promozione dei Vini Reggiani”.
In questi giorni, si parla di vendemmia di buona qualità o in calo. Voi date, tra i pochi in Italia, una stima del calo di produzione precisa. Come è possibile?
«Grazie all’attività dei nostri Consorzi, in provincia abbiamo attivato una rete di 70 aziende nelle quali eseguiamo periodicamente studi e controlli, disponendo, quindi, del dato storico. E’ un sistema all’avanguardia, non molto diffuso. In queste realtà, proprio in questi giorni, i nostri tecnici hanno rilevato il numero medio dei grappoli sulle piante, il peso medio all’invaiatura (il momento in cui cambiano colore) e altro ancora».
Perché è di grande interesse stimare periodo e quantità di produzione?
«Spesso si è tentati, per l’organizzazione aziendale, ad anticipare la vendemmia - spiega Gianmatteo Pesenti, direttore del Consorzio - invece, per garantire la migliore qualità, occorre vendemmiare al giusto grado di maturazione. Inoltre, come Consorzio dobbiamo monitorare le stime di produzione e gli stock di vino rimanenti in cantina: è parte del piano dei controlli attraverso il quale arriviamo a garantire al consumatore la rintracciabilità di ogni bottiglia».
Cosa ha determinato il ritardo della maturazione?
«Sappiamo che esiste un periodo di tempo preciso, di 140 giorni, tra la fioritura e la maturazione - rispondono i tecnici Stefano Migliorati e Matteo Storchi - Il protrarsi delle piogge primaverili ha determinato un ritardo proprio della fioritura».
E il calo produttivo 2008?
«Oltre al ritardo della fioritura è da imputare al perdurare della carenza idrica delle ultime settimane, unite alla grandinate e allo sviluppo di peronospora e oidio, quest’ultimo soprattutto su Ancellotta che, in condizioni di elevata piovosità potrebbe determinare l’insorgenza di botrite e marciumi». Due sono le produzioni doc su cui è concentrata l’attenzione nel reggiano da parte dei due consorzi: sono il lambrusco Reggiano Doc, per il quale saranno vendemmiati tra pochi giorni i filari di Maestri, Salamino, Marani e Lancellota; e il Colli di Scandiano e Canossa che si produce coi vitigni Marzemino, Malvasia di Candia Aromatica, Spergola, Maestri e Malbo Gentile.
«...la complessità del mondo vitivinicolo implica talvolta interessi contrastanti fra le varie componenti del comparto; era lecito aspettarsi un maggiore slancio innovativo». E’ il giudizio della Cia (Confederazione italiana agricoltori) sulla nuova Ocm vino, di cui l’organizzazione agricola reggiana ha discusso in settimana presso la cantina Albinea-Canali, con la partecipazione di Emilio Pedron (amministratore delegato Gruppo Italiano Vini), Roberta Rivi (Assessore provinciale all’Agricoltura), Giorgio Davoli e Ivan Bertolini (rispettivamente responsabile economico e presidente della Cia di Reggio Emilia), mentre il vicepresidente Lorenzo Catellani ha diretto il dibattito. Nel corso della serata è emerso che in prospettiva, l’Ocm (Organizzazione comune di mercato) comporterà per i produttori reggiani tra alcuni anni, causa l’esaurirsi di alcuni finanziamenti europei sui mosti e le pratiche viniche finora erogati alle cantine, una perdita diretta di circa 2-3 euro per quintale/grado, che è un valore non trascurabile. Basta guardare alle cifre che costituiranno i riparti nei prossimi bilanci delle cantine sociali (relativi alla valorizzazione dei prodotti della vendemmia 2007), che il presidente Bertolini ha anticipato nelle sue conclusioni alla serata: 41-42 euro (sempre riferiti al quintale/grado) potranno dare le Cantine Riunite, 35-36 le cantine dell’area della collina, mentre quelle della pianura in parte si attesteranno intorno a quota 31, ma con diverse situazioni anche sotto i 30. Questo significa che circa un terzo dei produttori sarà ben remunerato, un altro terzo potrà registrare un pareggio o un piccolo guadagno, un terzo ed oltre sarà in perdita. Questo mette in chiaro come il vitivinicolo reggiano non sia senza problemi, anche se sta mettendo in campo robuste operazioni per riuscire a competere: in primo luogo l’unificazione delle due grandi coop dell’area dei lambruschi, con la nascita di Cantine Riunite e Civ, che proprio ieri hanno iniziato la loro operatività come unica entità. Una forte sollecitazione è stata lanciata anche per una soluzione che porti verso un osservatorio ed un unico soggetto operativo per collocare il Rossissimo, vale a dire il prodotto da taglio derivato dall’uva Lancellotta, che per anni ha sostenuto il sistema reggiano delle cantine sociali, ma ora sta conoscendo un’oggettiva fase di declino. Alcuni segnali incoraggianti sono tuttavia emersi dal dibattito: il fatto che non c’è tra i viticoltori una spinta forte a rincorrere i premi per l’estirpazione (uno degli aspetti più controversi della nuova Ocm), mentre tra i soci Cia è vivace la richiesta per usufruire dei contributi alla ristrutturazione ed al reimpianto, dopo che già negli anni scorsi - ha ricordato l’assessore Rivi - sono stati finanziati circa 1400 nuovi impianti, che hanno portato a far crescere l’incidenza dei lambruschi sul totale dei vigneti presenti in provincia, così come ormai in misura ampia la raccolta, che inizierà in provincia dal 10 settembre, si fa con le macchine, utilizzate largamente anche in altre fasi della lavorazione. Nel merito dei problemi posti dalla Ocm in particolare alla realtà vitivinicola reggiana, «in relazione alla progressiva diminuzione del finanziamento alla pratica dell’arricchimento con mosti - ha detto Davoli - si rende necessaria una seria riflessione prospettica su come l’Italia dovrà affrontare questo tema nel prossimo futuro. Problema che a Reggio vede impegnati il movimento cooperativo e le cantine associate a trovare una soluzione commerciale idonea ad affrontare tale mercato dove esistono possibilità alternative all’attuale uso del “rossissimo”. Il programma nazionale applicativo delle nuove norme, vede la Cia impegnata affinché l’operatività del Piano sia immediata e non debba penalizzare le regioni più virtuose in termini di capacità d’azione, spesa e rendicontazione». Per quanto riguarda le previsioni della vendemmia 2008, lo stato sanitario dei vigneti non è generalmente buono, a causa di numerosi attacchi peronosporici dovuti ad un periodo di forti precipitazioni. Tuttavia si lascia intendere in generale un calo produttivo per la pianura con valori del 10-15%. Si tratta in ogni caso anche per il 2008 di un’ottima occasione per valorizzare le uve autoctone del territorio, varietà come ancellotta, lambrusco grasparossa, lambrusco salamino che per tradizione rappresentano la maggior parte della produzione vitivinicola di casa nostra. L’intervento di Emilio Pedron era molto atteso, ma non ha lasciato spazio a grandi ottimismi: l’amministratore delegato del Giv ha detto a chiare lettere che la produzione mondiale è cresciuta più velocemente del mercato e che oggi c’è eccedenza anche di vino di qualità, parlando apertamente di crisi, che tocca anche realtà come l’Australia. Di qui ha sottolineato le esigenze di contenere i costi e fare tutto al meglio per affrontare una competizione sempre più selettiva sia sul fronte della qualità che dei prezzi (vini migliori a prezzi inferiori); uno scenario nel quale tra qualche anno si collocherà come soggetto di prima grandezza il gruppo costituito da Cantine Riunite e Civ con il Giv, raggruppamento cooperativo con i piedi in Italia, le mani (si spera) in tutto il mondo, la testa nella terra reggiana, a Campegine.
Luca Zaia è laureato in Scienze delle produzioni animali all’Università degli studi di Udine, è stato consigliere comunale a Godega di Sant’Urbano e successivamente consigliere provinciale nelle liste della Lega Nord Liga Veneta. E’ stato presidente della Provincia di Treviso dal giugno 1998 all’aprile 2005. Dal 2005 al 2008 è stato vicepresidente della Regione Veneto con delega al Turismo, ha dato vita ad una serie di provvedimenti ed iniziative, in particolare nella sfera del marketing, che hanno reso il Veneto la prima regione turistica in Italia. Dall’8 maggio 2008 ricopre l’incarico di Ministro per le Politiche agricole nel Governo Berlusconi IV.
Ministro Zaia, la ringraziamo della sua disponibilità. L’agricoltura è una delle principali risorse del nostro Paese: non trova che sia stata trascurata se non addirittura danneggiata?
Stiamo scontando anni di scelte sbagliate. Chi ha programmato 30 anni fa lo ha fatto a prescindere dai problemi del mercato. La nostra sfida è quella di fare in modo che i nostri giovani non abbandonino i campi e noi li dobbiamo aiutare con tutti i mezzi a nostra disposizione. Ricevo ogni settimana decine di lettere di ragazzi che vorrebbero ritornare alla terra. Iniziamo dai sussidi che abbiamo a disposizione per fare in modo di determinare i prezzi. Un grande problema è il costo eccessivo dei terreni: bisogna lavorare per trovare soluzioni. Metteremo in atto tutti gli impegni possibili in Finanziaria per rilanciare il settore dell’agricoltura: tutelare l’agroalimentare, snellire le filiere, aiutare le aziende serie che puntano sulla produzione.
Molti dei nostri prodotti - vino, formaggi, salumi - sono Doc, rappresentano cioè il Made in Italy: secondo lei ce ne occupiamo abbastanza?
E’ fondamentale ricercare tutti gli strumenti legislativi che ci permettono di mantenere alti i livelli di qualità ma anche di difendere i nostri prodotti dai troppi tentativi di imitazione e dalla concorrenza sleale. Il nostro obiettivo è tutelare e promuovere il prodotto tipico italiano. Renderlo riconoscibile significa esaltarne non solo la qualità, ma anche la tradizione e la storia che quel prodotto rappresenta e garantire la sua competitività sul mercato globale. Siamo appena riusciti a farci approvare dall’Unione europea cinque progetti per 16 milioni di euro per promuovere le eccellenze del patrimonio agroalimentare italiano e difendere il made in Italy dagli attacchi ingiustificati che troppo spesso è costretto a subire. Il nostro Paese è ai primi posti per i prodotti Dop-Igp: ne abbiamo 171. Sono un grande punto di forza per il rilancio del made in Italy. Vogliamo sostenere le aziende che lavorano bene e stringere un patto con il consumatore, assicurare prodotti sani e genuini nel contenuto e trasparenti sin dall’etichetta.
Le Biotecnologie in agricoltura e non solo sono ancora viste con diffidenza se non con ostilità: le che ne pensa?
L’obiettivo principale è quello di assicurare prima di tutto ai cittadini la sicurezza alimentare. Ci sono biotecnologie utilizzate da secoli nel settore agroalimentare per produrre alimenti comuni come vino e birra, ottenuti tramite processi fermentativi. Oppure tecniche per l’incrocio di varietà animali e vegetali che ha portato a specie selezionate e più resistenti. Diverso è il discorso che riguarda invece gli ogm. Serve una linea di prudenza: prima bisogna conoscere poi si può deliberare. L’Italia per ora non è ancora in grado di autorizzare le sperimentazioni. A settembre parteciperò a una riunione interministeriale per affrontare la questione. Ma molti dei problemi che andrebbero a risolvere gli ogm si possono affrontare anche tramite la valorizzazione delle razze e delle varietà locali. E’ sulla tutela delle biodiversità che dobbiamo puntare.
Perché si parla poco di foreste e di boschi se non quando vi sono incendi?
Le foreste e i boschi fanno parte del nostro patrimonio e vanno tutelati. Abbiamo stipulato convenzioni con le Regioni per la salvaguardia delle biodiversità. Ci sono oculati Piani antincendio. Dal mio dicastero dipende il corpo forestale dello Stato, che il compito di difendere il patrimonio agroforestale italiano, la tutela dell’ambiente e il controllo del territorio. Ha un ruolo fondamentale anche sul rispetto delle leggi a salvaguardia delle risorse agroambientali, forestali e paesaggistiche, la tutela del patrimonio naturalistico nazionale e la sicurezza agroalimentare, prevenendo e reprimendo i reati connessi.
Cosa vuol dire una politica “alimentare”?
Significa poter garantire i nostri cittadini che quando vanno a fare la spesa sono più sicuri che quel che mangeranno non farà male alla salute. Il primo obiettivo che mi sono dato da ministro è mettere in atto tutti i mezzi per arrivare a una garanzia totale della sicurezza alimentare e quel che ci arriva sulla tavola dev’essere una produzione certificata. Può anche capitare qualche scandalo alimentare in un comparto così esteso, ma vorrei sottolineare che siamo noi a scoprirlo: abbiamo sistemi di controllo tra i più sicuri al mondo. Ma come dobbiamo combattere le sofisticazioni così dobbiamo tutelare le nostre produzioni di qualità. Una delle nostre battaglie durante i negoziati Wto era quella di evitare l’esclusione dei prodotti di Indicazione geografica, che avrebbe provocato conseguenze drammatiche per tutta la nostra agricoltura. La qualità rappresenta la storia dei nostri territori, dei nostri popoli. Dietro ogni marchio di qualità ci sono il lavoro e il sacrificio di molte persone che difendono una tradizione. Chi attenta a questa identità attenta al patrimonio più profondo che abbiamo.
L’agriturismo può essere un mezzo per rivalorizzare l’agricoltura?
Bisogna capire che agricoltura e promozione del turismo sono un binomio inscindibile. E non è un caso che il turismo sia forte dove l’agroalimentare di qualità è competitivo e viceversa. I ristoranti italiani nel mondo sono i primi ambasciatori dei nostri prodotti. E’ per questo che stiamo portando avanti la battaglia in sede di Unesco per tutelare la dieta Mediterranea come bene dell’umanità. Se riusciamo a far capire ai consumatori che i marchi di tutela significano sicurezza alimentare e se riusciamo a garantirli alla produzione, diventeremo imbattibili sul mercato perché i nostri prodotti sono i migliori al mondo. In questo senso è fondamentale una convergenza di obiettivi e una collaborazione dal produttore al trasformatore, con un ruolo primario dei ristoratori. I prodotti tipici sono lo strumento per collegare in modo ottimale la produzione e i consumatori attraverso una serie di garanti che possono essere proprio i ristoratori più attenti e intelligenti.
Industria e Agricoltura sono due forme dello stesso problema o sono in contrasto tra loro?
Sono due pilastri della nostra economia, complementari tra loro. Perché una filiera funzioni ci dev’essere la massima attenzione a ciascun passaggio della distribuzione. Per tutelare la produzione nazionale bisogna intervenire sulla trasparenza dell’informazione in etichetta, che consente di aumentare la competitività dell’intero settore e di garantire la sicurezza alimentare. Se riusciamo a garantire prodotti di qualità, ne guadagnerà anche l’industria non solo l’agricoltura. Abbiamo davanti due sfide: combattere la globalizzazione, che vorrebbe imporci prodotti tutti uguali, senza colore né sapore, cancellando le differenze tra popoli e identità, e contenere l’aumento dei prezzi, che danneggiano non solo i consumatori ma anche i nostri contadini e industriali. In questo momento chi rischia però sono le aziende agricole medio piccole, magari a conduzione familiare. Sono le vere depositarie della nostra tradizione contadina, che ci trasmette prodotti genuini e sani. Per noi sono un patrimonio d’inestimabile valore. La nostra battaglia comincia da qui.
Vi sono sufficienti risorse per l’agricoltura, e lei cosa ritiene di fare a breve e lungo termine per un rilancio del settore?
Faremo delle spese oculate. La Manovra finanziaria ci offre una copertura di 32 miliardi di euro fino al 2011. Per tutti i comparti di settore la Finanziaria 2007 e 2008 mette a disposizione 110 milioni di euro. Non li chiederemo però alle tasche dei cittadini, ma li detrarremmo dalla spesa pubblica. Inizieremo dalle emergenze, come quella del comparto zootecnico, della pesca, delle carni suine. Proprio per aiutare i nostri suinicoltori, abbiamo appena preparato un Piano di rilancio insieme alle associazioni di categoria, che prevede tra l’altro l’istituzione di una Commissione unica nazionale prezzi e due stanziamenti da 750mila euro ciascuno per due anni per la promozione dei prodotti suinicoli. Il nostro sforzo dev’essere sempre quello di centrare l’obiettivo della qualità e della promozione delle nostre produzioni, legandole sempre più al territorio. E’ fondamentale ricercare tutti gli strumenti legislativi che ci permettono di mantenere alti i livelli di qualità ma anche di difendere i nostri prodotti dai troppi tentativi d’imitazione e dalla concorrenza sleale.